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TeleNews #143 – Benigni-Rai, accordo raggiunto: a dicembre spettacolo dedicato alla Costituzione – I tecnici di viale Mazzini riparano Rai 1 e Rai 2 – Nessuno è Briatore quanto Flavio Briatore – Spending review anche per La 7 – Santoro: “Ultimo anno da conduttore” – The Apprentice, vince Marco Menegazzo – Non è più tempo di Dallas – Critica: Crozza nel paese delle meraviglie, Quelli che, RIS Roma 3 – X Factor 6: Arisa perde gli Akmè – Telefilm: House of Cards, Girls, Once Upon a Time 26 ottobre 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, TeleNews, Video e trailer.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” propone una rassegna stampa - segnalando le fonti di provenienza - di notizie ed argomenti vari legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, cliccate qui per lasciare il vostro messaggio.

  • Benigni-Rai, accordo raggiunto: a dicembre spettacolo dedicato alla Costituzione
    Sarà dedicata alla Costituzione italiana e andrà in onda su Rai1 il 17 dicembre in prime time l’attesa serata evento di Roberto Benigni. Lo ha annunciato lo stesso premio Oscar stasera in diretta al Tg1. Si intitolerà ‘La più bella del mondo’.
    Parlando della Costituzione, Benigni ha detto che si tratta di “un libro straordinario”. “Finora mi sono occupato di Dante: qui siamo nel cielo degli uomini, a uno dei punti più alti raggiunti dagli uomini. In questo momento in cui ci stiamo perdendo, ci stiamo sperdendo davvero, bisogna andare a chiedere a chi ci ha indicato la strada da che parte andare. Gli autori della Costituzione ci hanno illuminato la strada della felicità con regole semplici semplici, i dodici principi fondamentali” che “tanti Stati hanno copiato”. La Costituzione è un’opera che “è ancora viva, come la cupola del Brunelleschi”, ha detto ancora Benigni, sottolineando che si tratta di “una delle Costituzioni più belle del mondo”.
    Il premio Oscar, dunque, torna in Rai e una prima conferma era arrivata nel pomeriggio dal direttore Intrattenimento Giancarlo Leone su Twitter: “Stasera Roberto Benigni al Tg1 in diretta. Lo aspettiamo con gioia. Parlerà del prossimo evento tv”.
    La battuta sul Pd. “Ci sono persone intelligenti nei vari schieramenti, politici ancora in gamba, che mi piacciono: per esempio Renzi e Bersani. Se fossero anche nello stesso partito vincerebbero le elezioni: Renzi sta al 40%, Bersani al 25%, insieme farebbero il 65%”. Roberto Benigni non si è fatta sfuggire l’occasione di dire la sua anche sulla situazione politica e sulle primari del Pd.
    (fonte: Repubblica.it, 22 ottobre 2012)

  • I tecnici di viale Mazzini riparano Rai 1 e Rai 2
    Fabrizio Cicchitto è un politico che precorre i tempi: “Adesso si vocifera l’intenzione di mettere le mani sulla Rai non attraverso l’indicazione di puri spiriti, ma con rimozioni e posizionamenti che hanno precisi risvolti politici. Si deve sapere che abbiamo il massimo senso di responsabilità e anche una certa innata repulsione a essere trattati come dei cretini”. Non significa nulla. E non serve solo a riempire quattro righe di testo. Anzi, la citazione del deputato berlusconiano è necessaria per trasmettere la paura che i tecnici di viale Mazzini incutono ai maggiorenti del Pdl.
    I tempi non sono certi, ma nemmeno distanti. E Cicchitto si riferisce al prossimo direttore di Rai1, che sarà il vicedirettore generale Giancarlo Leone (figura trasversale) al posto di Mauro Mazza, un giornalista di origine missina che pian piano si è trasferito in zona Cavaliere. La doppietta, che riguarda i leghisti, sarà consumata a Rai2: via Pasquale D’Alessandro per gli ascolti disastrosi, in arrivo Angelo Teodoli, responsabile dei palinsesti ed ex collaboratore di Fabrizio Del Noce.
    Il dg Luigi Gubitosi, in sintonia con il presidente Anna Maria Tarantola, che non entra nel merito di nomine e promozioni, fa le prove generali prima di scegliere l’erede di Alberto Maccari al Tg1, in pensione da un anno e in scadenza di mandato il 31 dicembre.
    Cicchitto avvisa i negativi: possiamo anche sacrificare Mazza, ma non pensate di fare giochetti sul telegiornale più seguito d’Italia, nonostante tutto, nonostante la stagione di Augusto Minzolini e di Maccari.
    Gubitosi preferisce un giornalista interno per dare un messaggio di austerità e per non impelagarsi in lunghe trattative con inevitabili interferenze politiche.
    In prima fila c’è Antonio Di Bella, che aveva già diretto il Tg3 e adesso gestisce Rai3 con buoni risultati. Sarà complicato, però, far digerire Leone e Di Bella ai berlusconiani. Complicato, oppure davvero impossibile.
    In corsa ci sono anche gli esterni Sarah Varetto (Skytg24), Lilli Gruber (La7), Luigi Contu (Ansa). Siccome la preoccupazione principale di Gubitosi è il bilancio (che va male), giovedì il dg ha riunito i dieci direttori dei canali tematici. Quattro di loro hanno presentato ascolti scadenti e l’azienda vorrebbe tagliare l’offerta gratuita e dunque chiudere gradualmente Rai Scuola, Rai Storia, Rai Gulp e Rai Sport 2.
    I tecnici non hanno mai interrotto il collegamento con Palazzo Chigi. Questa che sta per cominciare è chiamata, senza troppo originalità, fase due. Scoperti i trucchetti finanziari che potrebbero far chiudere il bilancio con 200 milioni di perdite, Tarantola e Gubitosi vogliono disboscare l’azienda dai vecchi riferimenti politici. Meglio i nuovi.
    (fonte: “Il Fatto Quotidiano”, 21 ottobre 2012 – articolo di Carlo Tecce)
  • Spending review anche per La 7
    Ora che La7 è sotto osservazione dei potenziali compratori (Cairo Communication, H3G, Discovery Channel e Fondo Clessidra) dal data room spuntano i costi dei programmi della rete di TI Media. Pubblicate da Milano Finanza e finora non smentite ecco alcune cifre comprendenti il cachet dell’artista e il costo del programma, autori compresi. Lo show del poliedrico Maurizio Crozza, una trentina di puntate al venerdì sera, costa 14,3 milioni; la striscia pomeridiana di Cristina Parodi, 11,7 milioni; il programmino preserale di Geppi Cucciari, 10,9. Il nuovo padrone introdurrà la spending review?
    (fonte: “Il Giornale”, 22 ottobre 2012 – articolo di Maurizio Caverzan)
  • Santoro: “Ultimo anno da conduttore”
    «In Italia siamo come nell’ultima scena di Reality. Possiamo finalmente guardare il cielo». Michele Santoro richiama il film di Matteo Garrone, con il protagonista ossessionato dalla Casa del Grande Fratello che nel finale vi entra di nascosto e ride della sua follia, per parlare di «un paese proiettato nel futuro, ma ancora zavorrato dal passato». Proprio come lo Stivale, anche l’epopea del conduttore sembra arrivata a un bivio. La prossima stagione di `Servizio Pubblico´, in onda da giovedì su La7, potrebbe essere la sua ultima da conduttore.
    «Penso che questo sia il mio ultimo anno alla conduzione di un programma di questo tipo – rivela Santoro -. Vorrei dedicarmi a progetti più complicati, ma servirebbe qualcuno che me ne desse la possibilità». Che il giornalista avesse voglia di esplorare nuovi lidi non è una novità e lo dimostra il progetto di docufiction sull’Olocausto proposto alla Rai, ma questa volta sembra esserci qualcosa di più. Santoro spiega che La7 è «una carta spendibile per costruire il futuro» e aggiunge che «non si può realizzare qualcosa di nuovo senza fermarsi a ragionare per uno-due anni».
    Il nuovo corso di Santoro è partito lo scorso anno con la fondazione della Zerostudio’s, che ha realizzato il suo programma trasmesso in multipiattaforma dopo il fallimento della trattativa con La7. Questa volta sulla tv di TI Media c’è arrivato, ma – come spiega lui stesso – da produttore indipendente con libertà d’azione e responsabilità legale tutta a suo carico. «A Santoro viene data dall’editore la garanzia della massima libertà – conferma il direttore di rete, Paolo Ruffini – e spero che questo sia l’inizio di una lunga collaborazione».
    Ospiti della prima puntata saranno Gianfranco Fini, Matteo Renzi e Diego Della Valle. «Se non ci fossero Renzi e Grillo, l’Italia sarebbe ancora preda della stagnazione – sostiene Santoro -. Faccio fatica però ad accettare il termine rottamazione, non credo che una nuova classe dirigente sia semplicemente sostituire i giovani ai vecchi». Squadra confermata con Marco Travaglio, Vauro Senesi e Sandro Ruotolo ed il possibile innesto di Luisella Costamagna. Scenografia simile all’anno scorso con i tubi Innocenti, ma «più raccolta»`. ´`Il titolo della stagione – aggiunge il conduttore – è la ricerca del leader che non c’è´`. Ogni settimana verrà lanciato un sondaggio in rete tra otto leader politici e chi risulterà primo se la vedrà nell’ultima puntata con Mario Monti. La novità è ´`l’esperimento del Partito Liquidò´, condotto da Giulia Innocenzi: attraverso il sistema Liquid Feedback verrà fornito a telespettatori e utenti uno spazio virtuale per prendere parte ai processi decisionali.
    Santoro, che andrà in onda anche sul sito di Servizio Pubblico, del Fatto Quotidiano e su Radio Radicale, si alternera’ con Corrado Formigli: andrà avanti fino a Natale, poi ripartirà Piazzapulita fino a marzo, quando riprenderà Servizio pubblico. In tutto saranno 54 serate. «Perché si parla sempre di derby Santoro-Formigli? – afferma il conduttore – Se l’operazione di portare Santoro a La7 porta mezzo punto di share in più, questo vale 20-25 milioni di euro, se porta un punto vale 50 milioni di euro. Non è una cosa intelligente avere due squadre pronte a lavorare per il futuro? Uno di noi deve morire, ma perche?».
    Non poteva mancare una stoccata sulla Rai. «Quando sento parlare il presidente Rai mi commuovo – dice con ironia -. Tarantola vuole una Rai bella e onesta. Voi come lo vorreste il marito? Tutti lo vorrebbero bello e onesto. Ma il punto è un altro: Luttazzi lo vuole o no? Celentano lo vuole o no?».
    (fonte: LaStampa.it, 22 ottobre 2012
  • “The Apprentice”, vince Marco Menegazzo
    «Voglio essere per lui ciò che è stato Alonso». E’ questo lo slogan con cui Francesco Menegazzo si presentava a “The Apprentice”, lo show in onda su Cielo che metteva in palio un lavoro per una delle società di Flavio Briatore. Ora il trader bancario di Trevigiano di Cavaso Del Tomba lo potrà essere. È stato lui infatti a vincere la finale battendo il rivale Matteo Gatti, 38enne bresciano.
    Una laurea specialistica in Finanza, Intermediari e Mercati, Francesco, a soli 29 anni, è responsabile del portafoglio Equity Financing di una nota banca nazionale. E inoltre è socio di una società che organizza eventi. E chissà che questo non l’abbia aiutato nella prova finale. L’ultima sfida consisteva proprio nell’organizzare una festa a Forte dei Marmi. E Menegazzo ha scelto una serata a tema circense nell’esclusivo Sunset. Lo sfidante invece ha optato per il Twiga, puntando sul bodypainting. Nonostante i locali fossero entrambi strapieni, Francesco è riuscito a guadagnare una cifra maggiore. E Alla fine ha convinto anche il “Boss” .
    Sulla sua pagina Facebook Menegazzo poche ore prima del trionfo ha scritto: “Guardare sempre un po’ più in là, avere una strategia. Questo è quello che so fare. E non arrendermi mai: quando mi vedi a terra, credi di avermi distrutto, mi rialzo a combattere. Queste, nel business e nella vita, sono carte vincenti”. Ma per lui la vera sfida inizia adesso.

    (fonte: LaStampa.it, 24 ottobre 2012)
  • Nessuno è Briatore quanto Flavio Briatore
    Se volete lavorare con me, dovete sapere che con me non ci sono orari. Vi capiterà di fare Natale a luglio, come Pasqua a gennaio”. Conoscevamo il calendario gregoriano, il calendario cinese, il calendario Maya e perfino, una volta, il calendario di Max. Ma solo martedì notte, sintonizzati sulla rete Cielo, abbiamo scoperto l’esistenza del calendario di Flavio Briatore. Roba da rimanere a bocca aperta. Si tratta di un sistema di suddivisione del tempo rivoluzionario, di fronte a cui le previsioni dei Maya appaiono profezie dilettantesche, degne di essere immediatamente declassate (“Maya, siete fuori!”).
    Prima di dar conto del perché, è necessario fare un passo indietro. Tutto questo avveniva nel corso della puntata finale di The Apprentice, il talent show che ha consacrato lo stesso Briatore a rivelazione televisiva dell’anno. Altro che Uomo del Monte, altro che Uomo-che-non-deve-chiedere-mai, altro che Capitan Findus; concorrenza risibile (“Uomo del Monte, per me sei fuori!”) se paragonata a The Boss, il capo supremo chiamato a decidere quale dei giovani in gara avrebbe lavorato alle sue dipendenze “con un contratto a sei zeri” (e quando The Boss pronuncia “sei zeri”, ogni volta i ragazzi rischiano lo svenimento).
    The Boss, sogno proibito di Matteo Renzi (“D’Alema, sei fuori!”, “Bersani, sei fuori!”), ma anche voluto da Donald Trump come alter ego italiano: “Ho scelto Flavio perché Briatore è un vincente”. Trump aveva ragione. Per rendere The Apprentice un programma vincente (e di culto) non c’è stato bisogno di altro che la sua presenza. Niente confessionali, niente nomination, niente giuria con le palette, niente Rudy Zerbi (“Zerbi, sei fuori!”). Ha fatto tutto da solo assieme a quella dozzina di mammozzi pendenti dalle sue labbra.
    Ma qual È il suo segreto? La lente d’ingrandimento televisiva ce lo ha mostrato: il non affettare alcuna raffinatezza, l’avere come unico parametro dell’essere, la refrattarietà apparente a ogni ironia, il non vergognarsi mai del lusso, della volgarità e perfino del trash, ma casomai ostentarli assieme alle T-shirt nere (ultimo avamposto dei play-boy in declino), agli occhialini azzurrati, alle pantofole griffate Cesare Paciotti, ai privé carichi di vip.
    The Boss si esprime in una lingua tutta sua, anglo-cuneese, dove l’accento della granda applicato al lessico sassone produce effetti meravigliosi, tra lochescion, glemur, bordrum, tim-lider, purtroppo irriproducibili per iscritto. In questo idioma, tra un “Sei fuori!” e l’altro a danno dei malcapitati mammozzi, sono scandite sentenze da scolpire sul marmo. “Il business non dorme mai”. “Il libro delle scuse ha poche pagine”. “Il secondo di voi sarà solo il primo degli sconfitti”…
    Nessuno è Briatore quanto Briatore, e anche i migliori imitatori si devono inchinare (“Crozza, sei fuori!”). Torniamo dunque all’enunciazione del “calendario flaviano” di fronte ai due atterriti finalisti dell’altra sera. Natale a luglio, Pasqua a gennaio, e anche se non l’ha detto, assai probabile Ferragosto a ottobre. Con le improvvisate che possono arrivare in qualunque momento, considerato che il business non dorme mai. Suonano alla porta nel cuore della notte. È The Boss, venuto a ispezionare l’abete in pieno luglio, e se la location non è abbastanza glamour, sono cavoli amari. “Babbo Natale, sei fuori!”.
    (fonte: “Il Fatto Quotidiano”, 25 ottobre 2012 – articolo di Nanni Delbecchi)
  • Non è più tempo di «Dallas»
    È finita l’epopea dei cowboy cafoni che lottano per il petrolio. Questo lifting fuori tempo — come tutti i lifting, anche quando sono in tempo — ha lasciato perplessi i telespettatori. Che hanno assistito (in pochi) a quello che pareva un ritrovo di reduci, di quelli che mettono una tristezza infinita. Che si sono ritrovati (sempre in pochi) a spiare quello che succedeva in una dependance di Villa Arzilla (con tutto il rispetto per le dependance). Guardare quelle facce tirate, liftate, piallate, tutta sagomate in una medesima monoespressione, ha spinto molti a pigiare su un altro tasto del telecomando, con quel senso di imbarazzo che prende quando ci si vergogna per qualcuno che in tv sta facendo una figuraccia imitando il se stesso che fu.
    Canale 5 stacca la spina al nuovo «Dallas». Troppo flebili i battiti di share, prima l’8%, poi il 5%. Una situazione disperata che ha reso vani i tentativi di rianimazione, così alla fine non c’è stato nulla da fare se non prendere atto del decesso. Nonostante il doping di una campagna mediatica e pubblicitaria massiccia, nonostante le repliche quasi a reti unificate (Rete4 e Canale 5), «Dallas» ci ha lasciato dopo due sole puntate. Poteva sembrare un’operazione nostalgia, un tuffo amarcord, un riflusso vintage —prendere tre protagonisti di una serie il cui episodio finale della stagione 1979-1980 venne visto da 85 milioni di americani e riportarli alle antiche trame. E così è stato, una frana di telespettatori, un tracollo di Auditel, un naufragio di share.
    Trentacinque anni dopo non interessano più le vicende di Larry Hagman (John Ross, abbreviato in J.R., italianizzato in Gei Ar), il cattivo che conosce due sole espressioni, quella da carogna con il cappello da cowboy in testa e quella da carogna senza cappello. Trentacinque anni dopo non ha più senso vede-re che fine ha fatto Patrick Duffy (Bobby), il fratello di Gei Ar, apparentemente il buono, anche se un fondo di rancore e perfidia è nel dna di tutta la famiglia, dunque anche lui, sotto quell’aria eternamente glabra, non ne è esente. Trentacinque anni dopo gli spettatori pensavano che Linda Gray —l’alcolizzata Sue Ellen, che quando chiede un dito di vino, intende in verticale —fosse ormai buona solo per gli Alcolisti Anonimi e non avevano nessuna intenzione di toglierla dal freezer dei ricordi.
    Non è servito a niente cer-care di ringiovanire le trame di odi ormai stantii mettendo uno contro l’altro i due cugini, John Ross III, figlio di Gei Ar, e Christopher Ewing, il figlio adottato di Bobby. A scimmiottare di nuovo le faide, cane contro cane, in un digrignare di denti ormai consunti, le cattiverie che si facevano i due fratelli in nome del dio petrolio. Il mondo è cambiato intorno a loro, ma loro non se ne sono accorti, come quei soldati giapponesi nelle isole del Pacifico che credevano ci fosse ancora la guerra.
    Il vecchio «Dallas» fu uno dei pilastri su cui quella che oggi è Mediaset ha costruito le basi del suo impero televisivo, fu un trampolino di lancio per Canale 5 e per il Berlusconi imprenditore. Oggi non è più tempo né dell’uno né dell’altro. R.I.P.
    (fonte: “Corriere della Sera”, 26 ottobre 2012 – articolo di Renato Franco)

CRITICA TV

 

Crozza, il comico delle meraviglie
Anticipato da una serie di esilaranti promo che lo vedevano nei panni di un «agghiacciande»Antonio Conte o di un Flavio Briatore sempre più calato nel suo ruolo di «spietato» boss di «The Ficientis», su La7 è tornato Maurizio Crozza, con il suo show «Crozza nel paese delle Meraviglie» (venerdì, ore 21.20). Bisogna subito dire che rispetto alle precedenti edizioni il programma si è accorciato di quasi un’ora (è seguito da un remix del meglio di «Italialand»), trovando così la sua misura ideale: più disteso delle pillole di «Ballarò», ma allo stesso tempo più ritmato e conciso dell’ormai debordante varietà di prima serata all’italiana.
Crozza è un grande entertainer ma il problema cruciale delle sue prove televisive era proprio quello di trovare un formato che potesse valorizzarne il talento comico, narrativo e performativo senza evidenziarne i limiti di «tenuta».
Nei panni del Cappellaio Matto di «Alice in Wonderland», il comico genovese ci ha introdotti nella sua galleria di personaggi, da Conte a Casaleggio, da Renzi a un Formigoni più vero del vero. Lo stile della comicità di Crozza è ormai consolidato: rovesciare il punto di vista, applicare un filtro surreale ai paradossi (tanti) e alle magagne (tantissime) che viziano il nostro Paese e i suoi sistemi culturali di riferimento. La politica, certo. Ma anche il calcio, la televisione, l’immaginario mediale. Come prevedibile alla politica è dedicata la gran parte della scaletta, e spunta anche un velato endorsement a Grillo (ma forse è solo solidarietà tra vecchi liguri).
Alla fine resta il fatto che, al momento, in questo tipo di comicità Crozza è sicuramente il migliore e che noi ridiamo anche se ci sarebbe solo da piangere. Come canta il finto Gipsy King, «In Italia c’è un casino. E voi che cosa fate? Ve lo digo io: ve fate ipnotisàr dal pulcino Pio».
(fonte: “Corriere della Sera”, 21 ottobre 2012 – articolo di Aldo Grasso)

Con Victoria Cabello indietro negli anni 90
Domenica prossima inizierà «Cielo che gol» con Simona Ventura e Alessandro Bonan, il tentativo di Sky di riappropriarsi sul digitale terrestre della formula di «Quelli che il calcio», vecchio cavallo di battaglia di Simona. Vedremo, come dicono i telecronisti, se Cielo riuscirà a spostare l’inerzia della partita (ma non si dovrebbe dire la forza d’inerzia della partita?). Per intanto, dopo molto tempo, ho rivisto «Quelli che», giusto per rinfrescarmi le idee (Rai2, domenica, ore 13.45).
Mi sembrava di essere ripiombato nei primi anni Novanta, con una conduttrice, Victoria Cabello, alle prese con un’impresa superiore alle sue forze. Con il Trio Medusa che vorrebbe rifare la Gialappa. Con Massimo Caputi (ancora Massimo Caputi!). Con Marcello Cesena che ripropone i personaggi che faceva con la Gialappa. Con gli ospiti che seguono le partite, come nelle tv locali. Con Roberto Giacobbo, i capelli nero corvino, che finge di prendere in giro se stesso intervistando un proprietario di un castello dove agirebbe un fantasma. Con Corrado Tedeschi in giro per Milano a fare lo spiritoso (qui siamo negli anni Ottanta, senza alcuna redenzione interpretativa). A un certo punto arriva persino Marco Travaglio, ormai sempre presente in tv in veste di Madonna Pellegrina del giornalismo italiano, ben avviato alla gloriosa professione di «personaggio» tanto da sfoggiare un nuovo look, in promozione libraria e persino supponente nei confronti di Cabello.
L’unica che si salva e andrebbe valorizzata con un programma un po’ più sostanzioso è Virginia Raffaele: la sua interpretazione di Nicole Minetti fa molto ridere ma è anche un crudele ritratto della nostra classe politica. È molto probabile che Cielo strappi pochi telespettatori a Rai2 perché la tv si basa molto sull’abitudine, sulla ripetitività (di chi la fa e di chi la guarda), sul tran tran domenicale. Ma ciò non toglie che «Quelli che» sia ormai una trasmissione un po’ decotta.
(fonte: “Corriere della Sera”, 23 ottobre 2012)

RIS amaro
Accidenti che fatica, la serialità.
È un lavoro enorme, e di immenso impegno, costruire una fiction che sappia mantenere nel tempo il gusto e la fragranza delle prime puntate.
Anche perché il pubblico -quello televisivo, intendo- è succube della sua schizofrenia, desiderando da un lato tante e portentose novità, e non accettando dall’altro variazioni sul tema che discostino il prodotto dallo standard di partenza.
Dunque è logica, e quasi condivisibile, la scelta per “Ris Roma 3, delitti imperfetti” di riproporre lo stesso schema del passato, innestando sulla trama di base che lega l’intera serie (cioè la caccia a un assassino che si fa chiamare il Lupo) microgialli risolti nelle singole puntate.
Ma ha limite, questa strategia di manutenzione.
Nel senso che alla lunga, il sapore è quello di un supermarket impiccato alle esigenze della grande distribuzione.
Per dovere di commercio, in altre parole, si accatastano uno sull’altro episodi con modesto coefficiente di originalità -esempio per tutti: l’ex compagna di un attore che vuole ucciderlo perché lui ha danneggiato la sua carriera da diva-, e intanto ci si abbatte di noia con la caccia al coattissimo Lupo (che pur avendo un volto e un nome conosciuto dalla polizia, delinque ancora con il volto mascherato).
Un meccanismo identico, attenzione, a quello di “Distretto di polizia”, confezionato non a caso dagli stessi proprietari di “Ris Roma 3″, tant’è che torna puntuale l’ambientazione ner core della vecchia Roma.
Dopodiché va aggiunto che, nel corso delle stagioni, la recitazione si è ammalata di pressappochite, abbinando alla location capitolina un andazzo laziocentrico inviso al buonsenso.
Il che alla fine costringe i teledevoti ad accontentarsi degli amori che legano uno all’altro i personaggi della fiction, effettivamente in grado di alternare alle tecno investigazioni frustrazioni sentimentali di somma portata.
Anche se pure questo, di fatto, è uno schema già sfruttato da un’altra serie televisiva: “Squadra antimafia -Palermo oggi”.
E a chi volesse, a tempo perso, domandarsi perché ciò accada, suggerisco di verificare chi è il deus ex machina di tutti questi svaghifici.
(fonte: “Gli Antennati”, 22 ottobre 2012 – articolo di Riccardo Bocca)

“X Factor” 6, Arisa perde gli Akmè
X Factor continua inesorabilmente la sua corsa. La seconda puntata live perderà un concorrente e ne troverà uno nuovo ripescandolo tra dei candidati esclusi agli home visit.
Elio ancora una volta stupisce con un look fiammante e accende la gara con Nice, l’energica cantante per cui Arisa, in cerca di possibili paragoni, ha già scomodato Mina. Il suo giudice però, per sottrarsi alle etichette, esplora nuovi orizzonti affidandole il brano “Lonely Boy” dei The Black Keys.
Le gemelle Donatella, il gruppo di Arisa, cantano “Lamette” della vera Donatella. Qui Luca Tommassini entra prepotentemente in gioco insistendo sulle geometrie e sul tema del doppio e confezionando un prodotto pop in cui le qualità canore possono tranquillamente cedere il passo all’immagine. Il mercato esiste ed è giustamente rappresentato anche su questo importante palco.
Morgan insiste invece sulla conversione new wave di Romina che si affida al suo mentore e, obbediente come un soldato (concetto suggerito anche dall’impronta militare della performance), si misura con “The Voice” degli Ultravox.
La cantante, emotivamente fragile in apparenza, sta affrontando il percorso del talent con carattere e voglia di superarsi. E tutti i giudici sono concordi nel riconoscerle questo merito.
Tocca perciò a Simona che parte all’attacco con Daniele. Il giovane canta “Madness” dei Muse, un brano nelle sue corde. Il ragazzo ha una voce graffiante, un timbro anglosassone, che sarebbe utile mettere più a nudo.
Il giro riparte con Arisa che presenta gli Akmé. Il gruppo mette in scena una versione epica di “Voglio vederti danzare” che Morgan, artisticamente devoto a Battiato, trova priva di luce. Elio insiste invece sull’esigenza di correggere le dinamiche interne e puntare sulla leadership della voce femminile, un tema delicato che ha già messo in crisi i tre componenti del gruppo. Parte del gioco, almeno per i giudici, è infierire sui punti deboli degli avversari.
A chiudere la prima manche arriva ICS che canta e balla con disinvoltura sulle note di “White Lines” di Grandmaster Flash. Come dice Simona, il presunto alieno di questa edizione, ad X Factor ci sta in realtà “come un limone tra le cozze”.
Il primo verdetto del televoto intanto mette in ballottaggio gli Akmé che pagano una settimana tormentata.
Nell’intervallo tra le due batterie, arriva il momento del ripescaggio che introduce nella gara Alessandro, categoria under. Simona rimedia così alla perdita di Nicola, escluso nella prima puntata.
La seconda manche porta poi sul palco Yendry con il brano “Call Me Baby” di Carly Rae Jepsen. La giovanissima cantante si ravviva in una prova che la riscatta dall’esordio poco convincente. Elio riesce nell’impresa di rimettere in gara la probabile candidata all’eliminazione.
Morgan torna quindi in scena con Chiara, che si libbra sulle note di “Somewhere Over The Rainbow” trascinando lo studio nel suo mondo magico e meraviglioso. Si scatena la prima standing ovation di questa edizione che conferma la sensazione di avere davanti al naso la favorita per la vittoria.
I Frères Chaos, squadra di Arisa, avvalorano la loro peculiarità con un’esibizione quasi filosofica e sicuramente diversa di “Crystalized” degli XX che conquista definitivamente il sostegno di Morgan.
Davide, l’idraulico, cambia completamente registro con “Iris” dei Goo Goo Dolls e porta in dote quella forza monolitica della giovinezza fatta di inesperienza e freschezza.
Una versione quasi soul di “Tutto l’amore che ho” di Jovanotti è invece l’asso calato da Cixi, la youTuber della squadra di Elio, che riesce nel compito assegnatole dal suo maestro: personalizzare il brano.
Giuliano Palma e i Club Dogo sono gli ospiti della serata e intrattengono la platea del Teatro della Luna in attesa del verdetto della seconda manche che ancora una volta colpisce alle spalle i Frères Chaos.
La sfida per mantenere il posto sul palco di X Factor si trasforma così in una guerra fratricida tra due figliocci di Arisa. Da una parte gli Akmé e la prospettiva di un percorso di trasformazione faticoso, dall’altra l’originalità conturbante dei fratelli marchigiani. Arisa sceglie questi ultimi e indirizza gli altri giudici che per cavalleria seguono la sua indicazione di caposquadra. Gli Akmè sono fuori.
(fonte: LaStampa.it, 26 ottobre 2012 – articolo di Ludovica Sanfelice – NEXTA)

TELEFILM

Spacey: il mio thriller, un’abbuffata di sporca politica americana
Fate attenzione perché la rivoluzione sta per cominciare» così scrivevano le riviste specializzate alla vigilia della presentazione ufficiale e al tempo stesso misteriosa della serie-evento. Mipcom di Cannes, il più grande mercato al mondo dell’audiovisivo, giornata di sole, il giorno prima dell’inizio lavori. In gran segreto atterrano all’aeroporto di Nizza un manipolo di premi Oscar. In testa, Kevin Spacey, al suo fianco quel Beau Willimon che ha scritto la pièce teatrale Le Idi di marzo (da cui è stato tratto l’omonimo film di George Clooney) e che in questo caso ha il ruolo di showrunner. Con loro anche David Fincher che dopo sedici anni, dai tempi del thriller Seven, torna a collaborare con Kevin Spacey.
Un arrivo in massa a Cannes per presentare ai compratori di tutto il mondo, lontani da occhi indiscreti, la serie House of Cards, remake americano da 100 milioni di dollari, di una miniserie inglese BBC degli Anni Novanta, un thriller politico che partiva dalle dimissioni di Margaret Thatcher e si incentrava sul capo dello staff dei Conservatori e sul suo rapporto con un ambizioso politico deciso a farsi eleggere Primo Ministro. La storia spostata negli Stati Uniti, vede Spacey nei panni del repubblicano Frank Underwood a capo della maggioranza alla Camera dei rappresentati americana che, dopo essere stato esautorato dal segretario di stato, trama un complotto per far cadere il nuovo presidente, Garrett Walker (Michel Gill), un uomo che rinnega le promesse fatte prima delle elezioni e che per questo sarà odiato da Underwood, sostenuto nella scalata al potere dalla moglie Claire che ha il volto di Robin Wright.
Ma la rivoluzione di cui si parlava partirà il 1 febbraio 2013 quando Netflix, la società statunitense di streaming online, lancerà la prima serie originale tutta d’un colpo: in una sola volta in onda i 13 episodi di due ore ciascuno della serie prodotta da David Fincher e dallo stesso Kevin Spacey per una visione assolutamente nuova. In Europa la serie sarà distribuita da Sony Pictures Television. «La tv mi intriga – dice l’attore produttore nelle pause del suo lavoro da salesman all’Hotel Carlton di Cannes – perché offre nuovi paradigmi. Rispetto al cinema c’è più spazio narrativo e questo offre più opportunità di sottrarsi ai controlli creativi altrui e garantisce una grande libertà a registi, attori, sceneggiatori. Ora l’industria televisiva ha fatto passi da gigante grazie alla svolta dell’industria cinematografica che ha virato verso il 3D e l’uso massiccio di effetti speciali. Così oggi le storie e i personaggi interessanti li troviamo sempre più spesso in tv».
Ci vorranno due anni per portare a termine la produzione dell’intero progetto House of Cards, non è preoccupato di investire tanto tempo e tante energie in questa scommessa? «Ho cercato di tuffarmi in una buona storia sin dai tempi di American Beauty. Il film era nelle sale e il suo successo aumentava in maniera impensabile, veramente incredibile per me e per gli altri che vi avevano preso parte. Nonostante questa adrenalina nell’aria, io non mi sentivo così gasato da pensare di spendere i successivi dieci anni della mia carriera nella speranza di trovare un sogno simile da vivere».
Andando per questi lidi ha trovato sulla sua strada il teatro e che teatro con Sam Mendes e, appunto la televisione, nuova: «Quella che daremo al pubblico sarà veramente una nuova prospettiva, un salto impensato prima. Ma io penso che sia il solo modo di vedere la televisione oggi. Questo è il futuro, streaming è il futuro. Netflix mi ha dato la completa libertà creativa per pensare e realizzare la serie. Per essere la loro prima volta, non c’è male».
(fonte: “La Stampa”, 24 ottobre 2012 – articolo di Michela Tamburrino)

Quelle «Girls» specchio della generazione precaria
Forse «Girls», la serie scritta e interpretata da Lena Dunham, prodotta da Judd Apatow e da HBO, ha rag-giunto un curioso primato: ha avuto mediamente po-chi spettatori ma tutti gli spettatori ne hanno scritto.
Erano giornalisti, opinionisti, blogger, grafomani, artigiani della parola, idraulici del flusso continuo. Del resto è impossibile non parlarne, sia per la storia che racconta, sia per Lena, 26 anni, ragazza prodigio, il vero caso mediatico-letterario di questi ultimi anni (Mtv, mercoledì, ore 23.10, dieci puntate).
La serie racconta di Hannah: la ragazza (non proprio un sex symbol) si è appena laureata, vive a NewYork in cerca di qualche lavoretto intellettuale perché i suoi le hanno comunicato che non la manterranno più. Accanto ha tre amiche: Marnie (Allison Williams), Jessa (Jemima Kirke), Shoshanna (Zosia Mamet). Per questo si è subito parlato di «Sex and the City», di una sua rivisitazione in chiave post adolescenziale. Ma è un pista che non porta da nessuna parte. Se mai, è la prima volta che una serie utilizza così palesemente altre serie di culto come universo immaginario di riferimento, è la prima serie in cui i protagonisti si sono nutriti principalmente di tv e social.
Il ritratto che Lena ci offre è pieno di contraddizioni, come forse è giusto che sia. Si va da una scrittura acerba al più sorprendente narcisismo, da una descrizione cruda della vita delle ragazze (come se ognuna desse il peggio di sé) a finezze psicologiche di rara acutezza, da un sesso vissuto in maniera goffa, impacciata, quasi parodistica a vere lezioni di educazione sentimentale, da un perfetto ritratto di una ragazza newyorkese hipster (che però, alle spalle, nella vita vera, ha genitori ben introdotti nel mondo artistico) alla descrizione di un clima generazionale di precarietà, sfiducia, smarrimento.
Con il procedere degli episodi, la serie perde un po’ dello smalto iniziale, si aggroviglia nell’autocompiacimento, ma resta pur sempre un prodotto con cui fare i conti.
(fonte: “Corriere della Sera”, 25 ottobre 2012 – articolo di Aldo Grasso)

Cappuccetto rosso in cerca d’identità
Nel Mondo delle Fiabe, viene svelata la storia dei Sette Nani e l’amore di Brontolo per la fata Nova… «C’era una volta» (Once Upon a Time) è prima di tutto un omaggio all’universo Disney, popolato com’è da quasi tutti i personaggi dei film d’animazione: Biancaneve, i sette nani, Cappuccetto rosso, il Lupo Cattivo, la nonna, la Fata Turchina e molti altri (Rai2, mercoledì, ore 21.10). Il genere è quello fantasy con non pochi risvolti metafisici, visto che la serie della ABC è firmata da Edward Kitsis e Adam Horowitz, già al lavoro su «Lost».
All’origine di questa fiaba sulle fiabe c’è un terribile sortilegio: gli abitanti di un cittadina del Maine, Storybrooke, hanno strani atteggiamenti, come se fossero privi di memoria. E lo sono. La regina cattiva di Biancaneve ha precipitato tutti i personaggi delle fiabe nel mondo reale, privandoli del loro fantastico privilegio: il lieto fine. E così tutti sono costretti con affanno e angoscia a ricercare la propria identità (con incursioni nel mondo della psicoanalisi, visto che si scopre che Cappuccetto rosso è in realtà anche il Lupo Cattivo), a misurarsi con i segreti che ognuno si trascina, a scoprire che l’happy ending non è di questo mondo. L’aspetto più interessante della serie è il continuo gioco a specchi tra realtà e fantasia, a volte più macchinoso, a volte più disimpacciato: il racconto si dipana così su piani diversi e, come abbiamo accennato, permette persino a Brontolo, «un nano con un caratteraccio», di scoprire il mistero dell’amore. Solo Henry, un ragazzino di dieci anni e figlio adottivo del sindaco, conosce la verità e cerca costantemente di risvegliare i ricordi degli abitanti. Henry pensa che solo sua madre naturale possa spezzare l’infausto sortilegio e dal triangolo figlio-madre-madre adottiva prendono le mosse i tanti «c’era una volta».
Il genere fantasy ha la caratteristica di separare sempre il pubblico: da una parte i perplessi, dall’altra i fedeli, i fanatici, gli appartenenti alla setta.
(fonte: “Corriere della Sera”, 26 ottobre 2012 – articolo di Aldo Grasso)


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