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E-book – XS. Extra d’Autore, arrivano quattro nuovi titoli 24 ottobre 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Libri, Web.
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Dopo le prime sei uscite di settembre, prosegue con quattro nuovi titoli la collana digitale XS, testi brevi di grandi autori, esclusivamente in e-book. Ecco una breve descrizione delle novità.

Di seguito, un’anticipazione del racconto di Sandro Veronesi.

Cento piccoli Totti
di Sandro Veronesi

Influenzato da un amichetto, mio figlio ha espresso il desiderio di iscriversi alla scuola di calcio della Roma, e io l’ho accontentato: non sia mai detto che mio figlio vuole fare uno sport e io non lo accontento. Perciò ci siamo organizzati, insieme ai genitori del suo amico, per accompagnarli a turno, due volte alla settimana, al Campo Testaccio – il glorioso Campo Testaccio; abbiamo pagato le quote, gli abbiamo comprato le scarpette e li abbiamo tenuti a galla, settimana dopo settimana, nell’imperscrutabile lista d’attesa per ottenere l’equipaggiamento cui la quota d’iscrizione darebbe diritto (giacconi della Roma, tute da ginnastica della Roma, magliette, calzoncini, felpe della Roma), di cui però sono disponibili sempre solo taglie enormi, mentre quelle per bambino devono arrivare; però non abbiamo comprato, nel frattempo, né noi né i genitori del suo amichetto, le magliette ufficiali della Roma con il nome e il numero sulla schiena e lo sponsor sul petto. No, quello non l’abbiamo fatto; né, devo dire, i bambini ci hanno chiesto di farlo. Così, mio figlio e il suo amico sono gli unici due bambini che vengono alla scuola di calcio della Roma, al glorioso Campo Testaccio, senza divisa della Roma: né quella cui avrebbero diritto, che continua a non arrivare, né quella extra, quella del marketing, dello sfruttamento dell’immagine, perché le società moderne sono aziende, devono produrre utili eccetera eccetera. Sono gli unici due bambini, in questa torma, a non avere addosso nulla di giallorosso.

Sono piccoli, sono al primo anno, dunque vengono deportati in un angolo remoto del campo insieme agli altri come loro e subito sguinzagliati dietro al pallone. In effetti, prima ancora di cominciare coi fondamentali, questi bimbetti devono pur scatenarsi dietro a una palla, come si faceva noi nei campi, e passare attraverso la vecchia, sana selezione naturale: solo che, non essendoci più campi in cui farli giocare, per fargliene avere un pezzettino oggi bisogna iscriverli a una scuola di calcio. E loro partono subito a mille, s’impegnano, sudano, corrono, si rotolano per terra, sotto l’occhio distratto di un istruttore che nulla può ancora dire, nulla può ancora insegnare, e infatti non fa nulla. Perciò, mi accorgo, non c’è molto da guardare: sono solo una nuvola di polvere, laggiù, un pugno di mosche impazzite che si muovono tutte insieme dietro al pallone. Sono ancora alla preistoria del calcio.

Invece è interessante guardare i bambini dei corsi successivi, quelli già selezionati, equipaggiati, allenati, che vengono tenuti mezz’ora a fare esercizi con la palla e coi birilli, e scatti, e tiri, e dai e vai, prima che gli venga concesso di giocare una partita. Così, accade che perdo di vista lo sciame anarchico, laggiù, del quale fa parte mio figlio, e comincio a seguire i figli degli altri, che oltretutto sono dislocati sul campo molto più vicini alla tribuna dove noi genitori si sta a guardare: alcuni sono proprio lì, oltre la rete, e possono essere osservati molto bene.

Una cosa salta agli occhi: tutti portano la maglia numero 10, con la scritta Totti sulla schiena. Tutti, mi accorgo, tranne due: un biondino, capelli a tega, volto grazioso, che quando scatta s’ingobbisce, al quale, in un accesso di fiducia concessa agli articoli estivi del «Corriere dello Sport», i genitori hanno sciaguratamente comprato la maglia numero 7 di Bartelt; e un bambino massiccio, statico e tozzo come un idrante, che visto da qui sembra già stempiato, cui non poteva non toccare la maglia numero 4 di Di Biagio. Così, nel glorioso Campo Testaccio, nel luminoso pomeriggio di una strepitosa ottobrata romana, la scena è questa: cento piccoli Totti, un piccolo Di Biagio, un piccolo Bartelt, più mio figlio e il suo amico – due intrusi evidentissimi, laggiù, che scavallano nelle loro magliette qualsiasi.

Poi ci sono i genitori, o gli accompagnatori: anche loro sono uno spettacolo interessante. Ci sono lampanti baby-sitter attaccate al telefonino, che se ne fottono di tutto; ci sono gruppi di madri che chiacchierano, anch’esse poco interessate al gioco, ma che perlomeno sono riuscite – chissà come – ad agguantare l’equipaggiamento introvabile, e se lo mostrano a vicenda; ci sono padri solitari, come me, che fumano in silenzio nei loro giacconi, e ci sono intere famiglie, si direbbe, dalla faccia pasoliniana, con le felpe, le MS, i ceffi da galera, il sorriso povero e le voci smerigliate, letteralmente aggrappate al talento del loro ragazzo nella famosa vecchia speranza che lui li faccia svoltare.

Proprio davanti a me vengono fatti giocare quattro ragazzini, sempre gli stessi: quattro Totti assolutamente difformi, due contro due, che ogni volta si sfidano fino alla fine dell’allenamento con le porticine fatte coi birilli. Sarebbero tutti e quattro abbastanza dotati, senonché uno di loro, un ciccione, gioca praticamente da solo, e non la passa mai, e fa l’attaccante, il difensore e il portiere tutto insieme, e gli altri quasi non toccano la palla. È esasperante. Queste sono le due azioni-tipo che si ripetono indefinitamente sotto i miei occhi: azione-tipo n. 1 (attacco), il Totti ciccione prende la palla, comincia ad avanzare dribblando i Totti avversari, prima uno, poi l’altro, poi tutti e due insieme, e al Totti compagno, smarcatissimo, che reclama il pallone, ordina di andare in porta al suo posto – dopodiché può indifferentemente segnare oppure perdere la palla, smarrendosi nel ghirigoro di un ultimo inutile dribbling ubriacante, ma non fa davvero nessuna differenza; azione-tipo n. 2 (difesa): il Totti ciccione ordina al compagno di marcare il Totti avversario senza palla, va a contrastare quello con la palla, e quando questo, correttamente, passa al compagno per dettare un triangolo, lo abbandona e corre in porta, così da potersi esibire in una parata decisiva quando uno dei due gli si presenterà davanti in solitudine – o, le rare volte in cui subisce gol, da poter accusare il compagno di non avere contrastato abbastanza. Si gioca solo in questo modo, e l’istruttore sorride e lascia fare. Gli altri tre Totti sono frustrati, non sanno come venirne a capo.

Questo Totti ciccione che fa tutto lui, però, va capito: con le cosce che strofinano, il lardo che gli straripa da sotto la maglietta, le lonze vere, è chiaro che per lui non c’è futuro, nel calcio, malgrado le doti che si danna di ostentare; infatti è uno di quei ciccioni coordinati, alla John Candy, di quelli che da grandi ballano bene, e con la palla al piede è tutto un continuo di dribbling e finte di anca che lo fanno somigliare a Gascoigne; ma è proprio obeso, atleticamente irrecuperabile, e la profonda irritazione che suscita nel giocare da solo è mitigata dalla pietà che si prova pensando al binario morto sul quale i suoi ormoni lo hanno indirizzato. Perciò credo di capire l’istruttore, che malgrado le lamentele degli altri tre Totti, non lo richiama mai a un comportamento meno autistico: penserà che queste fiammate di classe sono le ultime occasioni, per lui, di cavare piacere dal gioco del calcio, ragion per cui non vale la pena rovinargliele con richiami al gioco di squadra, all’altruismo e alle altre doti che una scuola di calcio dovrebbe costruire nei suoi allievi. Prima ancora che uno sport di squadra, infatti, il calcio è uno sport, e un ciccione del genere non potrà mai praticarlo seriamente: appena verranno giocate partite a tutto campo è destinato ad arrancare in cinque metri quadri mentre compagni e avversari gli saettano intorno a velocità tripla, e quando verrà il giorno non ci sarà nemmeno bisogno di spiegarglielo, a suo padre, perché non è stato selezionato per il campionato Esordienti C dell’anno prossimo. Lui stesso se ne farà una ragione, presto o tardi, e andrà a scaricare il proprio talento nel Subbuteo o nella PlayStation, e la passione direttamente in curva Sud. Però è davvero esasperante, e mi ritrovo a tifare per i due Totti suoi avversari, o perché il Totti suo compagno riesca una volta a sradicargli la palla dai piedi e a fare gol lui, o addirittura perché l’istruttore metta da parte la sua vecchia pietà romana e gli urli a muso duro di passare quella cazzo di palla, porca mignotta.

Poi, d’improvviso, mi accorgo di una cosa. Quando corre in porta, mentre il Totti suo compagno si danna, da solo, a contrastare i due Totti avversari che gli fanno il torello, il Totti ciccione restringe la porta con dei calcetti a un birillo. Più gli altri tre approfittano della sua assenza dal gioco per toccare un poco la palla, più lui restringe la porta, fino a farne un pertugio largo più o meno quanto lui; ed ecco perché, se anche un Totti avversario arriva al tiro, lui riesce quasi sempre a respingere. Poi, nel rimettere in gioco la palla (che equivale, per lui, a passarsela da solo come da portiere a difensore) con un colpetto maligno riallarga la porta, e via.

Mi alzo e mi porto alla rete, e osservo con attenzione l’istruttore, questo ragazzotto con le gambe storte da mediano, i capelli rapati, sicuramente romanista – e dunque culturalmente incline ad accusare gli altri di slealtà, anche quando non sarebbe il caso. Ora, penso, quando si accorgerà che il ciccione bara, scaricherà su di lui, insieme alla giusta riprovazione per l’antisportività di quel fare, anche l’annosa frustrazione che pulsa nel suo cuore giallorosso (il fuorigioco di Turone, la rimessa laterale di Aldair, la sudditanza psicologica), facendone il capro espiatorio di vent’anni di delusioni. Quel ragazzino ruba, penso, e quando l’istruttore se ne accorgerà lo accuserà d’essere uno juventino, e lo caccerà dal campo.

Invece, con mia immensa sorpresa, l’istruttore se n’è già accorto e lo lascia fare. Solo quando il ciccione esagera, affiancando i due birilli di modo da non lasciare più nemmeno un centimetro di porta (ma è evidente che lo fa di proposito), solo in quel caso l’istruttore gli fa un cenno col mento perché rimetta a posto il birillo. Ma lo fa sorridendo, con un’indulgenza sconcertante, e anche una punta di ammirazione, si direbbe, per quel piccolo paraculo che ne infinocchia tre in una volta sola (gli altri tre Totti, infatti, non si accorgono mai di nulla). Il ciccione obbedisce ma subito dopo, maledizione, subito dopo, senza nemmeno la decenza di aspettare dieci secondi, risospinge il birillo col piede dimezzando di nuovo la luce della porta. E l’istruttore non dice più nulla, fa finta di non vedere.

«Ehi,» grido «riallarga la porta!»

Lo so, non c’entro niente, non dovrei impicciarmi, ma questa scena è proprio insopportabile. E ciò che è insopportabile non si può sopportare.

«Che?» mi fa l’istruttore.

«Quel ragazzino là» e lo indico «restringe la porta!» Gli altri tre Totti si fermano, e il ciccione ne approfitta per andare in gol, e poi esultare spudoratamente. Bene, penso, almeno ora scoppia il casino: i due Totti avversari protesteranno, voleranno spintoni, perlomeno, ci sarà un tafferuglio, e l’istruttore sarà costretto a intervenire.

E invece niente. La mia denuncia viene ignorata, io vengo ignorato, il gol viene convalidato, e si continua. Mi volto, sbigottito, per cercare alleati tra gli spettatori, almeno il padre di uno dei due Totti avversari, o anche solo la madre, la sua fottuta baby-sitter: niente, nessuno mi si fila. L’azione-tipo numero 2 si dipana come da schema, il Totti ciccione corre in porta, con due calci la trasforma in una tana da sorcio, il Totti avversario tira, lui respinge di piede e riparte in attacco con l’azione-tipo numero 1, senza nemmeno riallargare la porta.

«Ecco!» grido «L’ha rifatto! Ha ristretto la porta!»

Stavolta l’istruttore viene da me alla rete, facendo cenno ai ragazzini di fermarsi. Il ciccione si ferma solo dopo aver fatto gol, ma non esulta.

«La vede com’è stretta la porta?» gli dico. «La restringe quello là.»

L’istruttore guarda la porta ristretta, ma del resto l’ha già vista, lo sa. Poi torna a guardare me.

«Tu chi sei?» mi fa. Mi dà del tu. Io gli do del lei e lui mi dà del tu.

«Come chi sono?» rispondo. «Cosa c’entra chi sono? Sono uno che ha visto un bambino barare sistematicamente, e un istruttore lasciarlo sistematicamente fare – un istruttore che dovrebbe insegnargli un minimo di lealtà sportiva. Ecco chi sono.»

L’istruttore mi guarda, con una solenne indifferenza sul viso, e non dice nulla. I quattro Totti gli si sono stretti intorno, seccati, insofferenti, e mi guardano storto, tutti e quattro, senza pensare nemmeno un secondo alle parole che ho appena pronunciato.

«Lasciace lavorà, dài» mi dice l’istruttore, ostentando infinita pazienza. Nei suoi occhi sta scritto che mi conosce bene, perché ne ha visti tanti, lui, di padri come me, le mani aggrappate alla rete a contestare le decisioni del mister, faziosi, ridicoli, incapaci di contenere il transfert con il proprio figlio: sa come trattarli, sa come sottrarsi alle loro provocazioni. Mi guarda con compatimento e se ne torna nel campo senza dire altro, seguito dai quattro Totti. E il ciccione, prima di rifiondarsi a prendere possesso del pallone, fa in tempo a sibilarmi un magistrale «Fatte i cazzi tua». Avrà dieci anni, forse undici.

Ma com’è possibile?, mi chiedo. Come fanno a succedere queste cose? Come si fa a trasformare dei bambini in gelide macchine da gioco che non si curano minimamente delle regole? Come si fa a trasformare me in un padre cacacazzi che interrompe il loro allenamento per – avranno pensato tutti e cinque – difendere suo figlio? Come posso avere torto io?

Lancio un’occhiata in fondo al campo, laggiù, dove mio figlio, vistosissimo nella sua maglietta gialla e blu, sta subendo i primi effetti della selezione naturale, ed è già finito in porta; nell’altra porta, con la maglietta bianca e blu, distinguo il suo amichetto; tra loro, in un quadrato di campo grande quanto un tappeto, una mischia furibonda di Totti che si scalciano e si scartano a vicenda. E tutt’intorno, densa e improvvisamente visibile, come nell’aria fosse stato sparso un apposito reagente, vedo gravare su questo glorioso campetto tutta la polverosa, antica, proverbiale, accanita, inconsapevole e forse addirittura innocente, a confronto coi mali del mondo, ma ugualmente volgare e intollerabile disonestà romana. Quella totale sospensione di moralità che spinse Giacomo Casanova a paragonare i romani ai dipendenti della manifattura tabacchi, che possono prendere gratis quanto tabacco vogliono; quell’ottusa furbizia da stornelli, per cui l’oste allunga il vino con l’acqua e i clienti son tutti contenti perché così non lo pagano; quel luogo comune, sì, sulla romanità, contro il quale mi sono anche battuto, qualche volta, ma che ogni tanto rispunta, oggettivo, nelle istituzioni stesse di questa città (i Vigili Urbani, la Roma, Alberto Sordi) a ricordarci che, purtroppo, sotto certi luoghi comuni, anche i più stucchevoli, c’è una profonda radice di verità. Ed è come se questi cento piccoli Totti, qui, sul glorioso campo nel quale Fulvio Bernardini sperimentò il sistema, stessero completando il discorsetto abbozzatomi dal loro compagnuccio: a riccé, nun te devi offenne, dicono, fatte i cazzi tua, sì, ma in senso bbono, ner senso che semo romani, e che ’n c’o’o sai come s’a comportamo, fin da quanno comannava er Papa e li cristiani tribbolaveno, e Roma era ’na cittadella aruvinata piena de orti e de vigneti scrausi, e l’Italia manco c’era, e pe campà toccava fasse furbi, e chiude l’occhi, e rubbacchià, e confessasse ’n chiesa e magnà l’ostie, mentre li potenti, li principi e li preti magnaveno l’abbacchi con le posate d’oro? N’avemo visti, noi, de ’ndividui probi, che blateraveno de leggi e de comannamenti, e de morale e de sincerità, li avemo visti tutti i ggiorni, a fà le peggio cose nell’androni, come li servi vedono er padrone quanno rincasa co’ ’na signorinella, mentre la moje è annata a fà li fanghi, e resta fòri ’na settimana. Perché, capisci, è st’aria friccichina, so’ li riflessi su sto cupolone, quanno che er sole scenne piano piano, e ’ndora i sette colli sonnacchiosi…

Da quel pomeriggio mi è diventato improvvisamente impossibile far fronte al mio impegno di portare i bambini al campo, quando era il mio turno, e il patto con gli altri genitori si è sgretolato; dopo aver saltato due, tre settimane di fila, mio figlio si è accorto che preferiva avere quei due pomeriggi liberi per giocare coi Lego e le Micro Machines. Quanto allo sport, già faceva nuoto insieme a suo fratello più piccolo, e ora ce li accompagno molto più spesso di prima, per guardarli nuotare dalla balconata, insieme a cento altri pesciolini della loro età, alti, bassi, secchi, grassi, alcuni negati, altri molto dotati, tutti strepitosamente incapaci di concepire alcun trucco.