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TeleNews #141 – Gubitosi: “Fazio e Fiorello dobbiamo produrli noi” – La Rai punta su The Voice – Flop per Domenica Live – I 12 talenti di X Factor 2012 – Arriva Ale contro tutti – Speciale Rock Economy – Critica: L’onore e il rispetto, Verissimo, Volo in diretta – Telefilm: Dan Attias, il mago dei serial 12 ottobre 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Interviste, TeleNews.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” propone una rassegna stampa - segnalando le fonti di provenienza - di notizie ed argomenti vari legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, cliccate qui per lasciare il vostro messaggio.

  • Gubitosi: “Fazio e Fiorello dobbiamo produrli noi”
    Realizzare in casa – con gli autori e le maestranze della Rai – i programmi di Fazio, di Fiorello, gli stessi show del sabato sera come “Ballando sotto le stelle”. E’ il sogno di Luigi Gubitosi che dichiara guerra alle troppe produzioni che la sua Rai appalta a società esterne. Nel piano di rilancio delle reti pubbliche, spedito ieri alla commissione di parlamentari che vigila sulla Rai, Gubitosi non utilizza mai la parola licenziamenti. Il direttore generale, però, chiede che i lavoratori accettino un nuovo contratto, ben più agile. Gubitosi attacca anche Radio Rai (perché «gli introiti sono scesi da 72 a 48 milioni in 5 anni») e i siti della televisione di Stato. Infine annuncia la chiusura della sede di Viale Mazzini.
    Nel suo documento, Gubitosi rivela che i quattro Centri di Produzione della Rai (Roma, Milano, Napoli e Torino) ospitano legioni e legioni di lavoratori: 3 mila 634 a tempo indeterminato e 506 a tempo determinato. Abbastanza per chiedersi come mai la tv di Stato debba poi appaltare all’esterno metti alla Endemol o alla Ballandi – alcune trasmissioni di punta, da Fazio a Fiorello. Il problema – spiega il direttore generale – è nei costi. Il nostro «modello produttivo, pur se di qualità superiore, prevede un costo industriale maggiore di quello degli appalti esterni». Non solo. I quattro Centri non si sono specializzati «nei vari segmenti di offerta» e denotano «sovrapposizioni e inefficienze».
    Perché la situazione migliori, servono tante cose. Incluso un nuovo contratto per i dipendenti della tv di Stato che Gubitosi immagina molto più «moderno» dell’attuale. Oggi il contratto fa riferimento a «elementi da tempo superati ». Prossimo incontro con i sindacati, il 17 ottobre.
    Il direttore generale spiega, poi, perché rinnovare i vertici della concessionaria pubblicitaria Sipra sia stata la sua ossessione: «Nella raccolta pubblicitaria scrive – la Rai ha perso significative quote di mercato (dal 29% del 2007 al 23% del 2011) in maniera ingiustificata rispetto all’andamento degli ascolti dello stesso periodo», visto che «Rai arretra di 2 punti percentuali (dal 42,2% al 40,2%) contro i 4,4% di Mediaset».
    Ora – risolta la grana Sipra – Gubitosi metterà mano alla radio, un mezzo trascurato che ha dissipato 24 milioni di «introiti» dal 2007 ad oggi. Il direttore generale sembra quasi sorpreso, inoltre, dalla fragilità dei siti della tv di Stato, «molto modesti e con scarsa incisività ». Gubitosi non boccia ancora – il piano di austerity del suo predecessore Lorenza Lei, che falcidiava svariati uffici di corrispondenza all’estero. Ma i tagli saranno ridotti, a patto che la Rai sappia collaborare con altre strutture pubbliche «come l’Ice o l’Enit ».
    Infine gli immobili. La televisione pubblica occupa 750 mila metri quadri di stabili, di cui 90 mila in affitto. Forse troppi. In due palazzi storici – Via Cernaia a Torino e Viale Mazzini a Roma – c’è l’amianto nei muri. Per questo i dipendenti saranno trasferiti, tra il 2013 e il 2014, per permettere la bonifica.
    (fonte: “La Repubblica”, 11 ottobre 2012 – articolo di Aldo Fontanarosa)
  • Addio all’Isola del trash, la Rai punta su “The Voice”
    L’inarrestabile declino di un certo modo di fare reality, ha tempi e modi tranquilli. Niente grida, solo sussurri, nessuna sceneggiata, solo decisioni. Il reality, quel reality, ha fatto il suo tempo. L’Isola dei famosi muore. Fine. Magnolia che lo produceva per Raidue, per voce di Ilaria Dallatana, amministratore delegato, ne dà il triste annuncio confermando che dalla Rai è stata comunicata la chiusura: «Mi dispiace, è un programma con una storia importante, lo scorso anno era stato rivisitato e rinnovato. Che dire? spero che ci ripensino. Ma dubito». E fa bene a dubitare perchè i giochi sono fatti anche se da Raidue si dice solo che «non è nei palinsesti autunnali. Alle 8 di sera è tardi per saperne di più». Bizzarrie dei fusi orari.
    Invece qualcuno che lavora in Rai oltre la deadline c’è. Magari anche gli stessi Tarantola e Gubitosi , presidente e direttore generale, cui quel programma proprio non andava giù. Già dal loro insediamento avevano espresso il forte desiderio di mai più vedere liti, insulti e trash marino proposto in prima serata. Un desiderio raccolto dal naturale referente, Giancarlo Leone, direttore dell’Intrattenimento che si è subito messo al lavoro, forte delle nuove indicazioni in linea con le sue predisposizioni, per cercare una valida alternativa e l’ha identificata nel format The Voice un talent show incentrato sulla musica. Così con certosina tenacia Leone ha ricucito i rapporti con il magnate ideatore del format (e anche del Grande Fratello) John de Mol e con Marco Tombolini della Toro Produzioni che ne detiene i diritti in Italia, fortemente disturbati dal fatto che Lorenza Lei, ex presidente Rai, avesse cancellato il talent a cose fatte, cast deciso e messa in onda stabilita, per «questioni di budget».
    Ora che i problemi di costi sono stati superati e che i cantanti famosi, che secondo la Lei avrebbero snobbato il programma, si sono riaffacciati, The Voice è diventato cosa certa. Tra i nomi, dal profilo alto indispensabili alla chimica del programma, c’è quello di Gianni Morandi che sulla carta è scritto ma che il contratto ancora non l’ha firmato. Potrebbe essere uno dei coach che al posto del conduttore si occupano delle squadre in gara. Dice Leone: «Su The Voice stiamo lavorando da tempo nella speranza di proporlo già in primavera. Con Magnolia abbiamo altri progetti e sono certo che ricreeremo nel pubblico l’abitudine a certi programmi d’intrattenimento, sebbene con linguaggi diversi rispetto all’Isola». Che, nonostante l’usura, portava a casa il non disprezzabile 15% di share. E mentre il programma Auditorium con Raffaella Carrà slitta a data da destinarsi, già Leone pensa di lanciare The Voice dal palco di Sanremo. Ma non sarà che troppa musica possa stancare il telespettatore? «Sanremo, I migliori anni, The voice, declinano la musica in modo diverso. Non è l’ingrediente ma il linguaggio adottato a fare la differenza». 
    (fonte: “La Stampa”, 5 ottobre 2012 – articolo di Michela Tamburrino)
  • Vinci non fa notizia, flop per “Domenica Live”
    Forse se avesse intervistato quella finta, interpretata da Virginia Raffaele, più simpatica e divertente dell’originale come va dimostrando ogni domenica a Quelli che, con tutta probabilità avrebbe fatto più ascolti. Invece Alessio Vinci, passato dalla conduzione al bromuro di Matrix alla gestione nazionalpopolare ma non troppo della domenica di Canale 5, ha osato l’inosabile portando in studio Nicole Minetti, quella vera, l’igienista dentale di Silvio Berlusconi diventata consigliere regionale per manifesta incapacità, come ha ammesso lei stessa in trasmissione: «Perché non è vero che bisogna essere particolarmente preparati per fare politica».
    UNO SPOT CONTRO L’ANTIPOLITICA.
    Cinquant’anni di storia repubblicana, due Repubbliche e 16 legislature gettate al vento in un colpo solo. Ecco, forse sta in questo dettaglio, che poi tanto dettaglio non è, visto che nessuno si era mai preoccupato di chiamare la Minetti per un’intervista (la sua storia è il miglior spot contro il Pdl e l’antipolitica), la ragione principale del devastante flop registrato dalla prima puntata di Domenica Live, il contenitore ideato da Claudio Brachino e condotto da Vinci, in onda su Canale 5.
    IL SORPASSO DI VICTORIA CABELLO.
    Devastante nei numeri e nei contenuti. Partiamo dai primi. Victoria Cabello, conduttrice di Quelli che, la storica trasmissione di RaiDue dedicata alla domenica del pallone, ha superato abbondantemente la coppiaVinci&Scampini facendo registrare il 9,3% di share. Punto di forza del programma le imitazioni di Virgina Raffaele che sforna una Minetti finta più accattivante dell’originale. Ma la vera sconfitta del programma di Canale 5 sta nel confronto con il pomeriggio di RaiUno. Domenica In-L’Arena, condotto da Massimo Giletti, ha portato a casa quasi 4 milioni di telespettatori, pari al 21.28% di share nella prima parte, 22.12% nella seconda, dove la padrona di casa è Lorella Cuccarini, attestandosi attorno al 19% nella parte ‘Protagonisti’.
    ESORDIO COL 9,8% DI SHARE.
    L’esordio di Domenica Live, presentato con squilli di tromba e rulli di tamburi da parte del management di Cologno Monzese, con il direttore di Videonews, Claudio Brachino, a dispensare consigli a tutti, ha totalizzato solo il 9,89%  di share, pari a 1.796.000 telespettatori nella prima parte, per scendere al 7,11%  nello spazio ‘Attualità’,  al 6,09% nello spazio ‘Storie’ e  risalire 8,41% nella quarta parte.
    NEPPURE IL REPORTAGE DA CUBA.
    Insomma una media nettamente al di sotto delle aspettative, tanto che nemmeno lo scoop di Ilaria Cavo, la giornalista di Mediaset fermata a Cuba dopo aver intervistato Reiver Rico, il principale sospettato per l’omicidio dei coniugi Burgato di Lignano, è riuscito a salvare il “soldato Vinci”. Il reportage realizzato a Cuba e il suo arresto insieme ai colleghi trattenuti per quasi due giorni non ha entusiasmato i telespettatori della domenica live. E dire che non tutto il materiale era andato perso, come si temeva.
    Domenica Live
     ha trasmesso l’audio intervista della Cavo a Rico: «Io non c’entro niente. Sono tranquillo, sono venuto a Cuba solo perché è nata mia figlia e non sono scappato».
    TROPPI TASSELLI MANCANTI.
    Il resto della trasmissione, poi, si è rivelato un puzzle televisivo con troppi tasselli mancanti. Anche i contenuti, oltreché al contenitore, sono da rivedere.
    Forse anche la cronaca nera, in televisione, ha perso il suo appeal. E a Mediaset, ora, non resta che sperare nel “Molleagiato”, ovvero in Adriano Celentano, che per due serate rischia di monopolizzare l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori. In fondo le sue canzoni fanno ancora sognare, mentre i suoi monologhi  fanno parlare. Comunque sia, rischia di essere un successo.
    (fonte: Lettera43.it, 8 ottobre 2012 – articolo di Renato Stanco)
  • I 12 piccoli talenti di “X Factor” 2012
    Finalmente gli Home Visit, una tappa amata dai giudici e al tempo stesso molto temuta.
    Amata per l’opportunità di scegliere un teatro speciale in cui ricevere i ragazzi e trasformarli in concorrenti. Temuta perchè non ammette passi falsi. I giudici infatti, come i loro discepoli, sono in gara e nessuno di loro corre per perdere.
    A cominciare da Simona Ventura, campionessa in carica, che invita in Costa Smeralda le sei voci selezionate per la categoria Uomini Under 24 e convoca al suo fianco la vocal coach Paola Folli che seguirà con lei i ragazzi preparandoli ad esibirsi in diretta.
    Morgan, insieme al suo collaboratore Gaetano Cappa, sceglie il suggestivo Auditorium Paganini di Roma per ascoltare il gruppo misto di cantanti Over che ha già perso la voce di Mara Sottocornola, uno dei talenti più puri emersi dalla giungla delle selezioni. Spiazzando chiunque dipinga questa opportunità come il sogno di una vita, la ragazza a pochi metri dal traguardo ha preferito abbandonare la ribalta televisiva per studiare canto all’estero. La notizia dell’11 ottobre è che, sì, esiste anche chi la pensa diversamente e della fama se ne infischia.
    Lo spettacolo però va avanti lo stesso e Arisa raduna i Gruppi nella cornice di Blevio, quel ramo del lago di Como che in questo caso conduce a X Factor. Alla sua destra il vocal coach Giuseppe Barbera.
    Per valutare le ragazze Under 24 Elio dà invece appuntamento al fido Alberto Tafuri nei giardini di Villa Gaia a Robecco sul Naviglio.
    Il giro di esibizioni si esaurisce e arriva il momento del verdetto. Simona adotta Daniele (giovane disoccupato), Davide (idraulico), e Nicola (studente). Morgan prende Chiara e fa benissimo, e scommette su Morgan ICS, il rapper soggettone, e Romina, la cantante già avvistata sul palco di Sanremo 2012. Arisa sceglie gli Akme, le gemelline Provs Destination, e i singolari Frères Chaos. Elio raduna Cixi, la sedicenne che ha già un esercito di fan su Youtube, Noemi e Yendry.
    uesti sono i nomi dei ragazzi che debutteranno sul palco di X Factor giovedì prossimo nel primo appuntamento live del talent che ospiterà anche Robbie Williams, in tour promozionale con il nuovo album Take the Crown, in uscita il 6 novembre in tutto il mondo su distribuzione dalla Universal Music.
    (fonte: LaStampa.it, 12 ottobre 2012 – articolo di Ludovica Sanfelice – NEXTA)
  • “Ale contro tutti”, nuovo cooking show su Sky
    Dal prossimo venerdì, il 19 ottobre, e a seguire dal lunedì al venerdì alle 19,45 su SkyUno HD arriverà un nuovo “cooking show” intitolato “Ale contro tutti” che ha per protagonista Alessandro Borghese. Il figlio di Barbara Bouchet ormai da tempo diventato uno dei volti della tv satellitare più seguiti (per anni si è prodotto in un programma di cucina su Real Time chiamato “Cucina con Ale”) da qualche mese ha firmato un contratto biennale con la tv di Murdoch e il suo impegno non sarà, pare, solo in cucina. “Solitamente – ha spiegato Nils Hartman direttore cinema e intrattenimento delle reti Sky – acquistiamo dei format, come è successo per “X Factor” o “Masterchef”, e poi ci occupiamo di trovare i personaggi che potranno presentarli o farne parte. Nel caso di Alessandro invece l’operazione è stata contraria. Crediamo che lui sia uno dei volti giovani, nuovi, interessanti del panorama tv italiano e gli affideremo anche altre “cose” che stanno bollendo in pentola. Per la primavera stiamo pensando a uno show di prima serata”.
    Dal canto suo Borghese, felice per la nuova avventura, assicura che la cucina in tutte le sue declinazioni è il campo nel quale vuole muoversi e che se si tratterà di nuove idee saranno valutate volta per volta.
    Dunque “Ale contro tutti” sarà un appuntamento quotidiano che permetterà di vedere lo chef Alessandro Borghese sfidare a colpi di ricette mamme, papà, nonne, zie e bambini che vogliono mostrare la loro bravura in cucina. Ale e i suoi contendenti (di volta in volta una famiglia, una coppia, fratello e sorella, nonna e nipote) avranno solo la ricetta sulla quale sfidarsi e sarà il “piatto di casa” degli sfidanti. Facciamo un esempio: la famiglia Rossi si presenta sentendosi forte nel “Risotto alla milanese”? Borghese, con gli stessi ingredienti scelti dagli sfidanti dovrà cercare di essere più bravo. A giudicare il risultato finale due abbonati Sky e un bambino o una bambina con la passione per il cibo.
    “Oltre alla cucina – ha detto Alessandro – amo svisceratamente la musica, tutta la musica. Quindi mentre cuciniamo mi prenderò la libertà di scegliere dei brani e spararli a palla per tutto lo studio”. In ogni puntata prima della sfida vera e propria “il social-chef” (è attivissimo sia su Twiter che su Facebook) lancerà il guanto di sfida anche a casa tramite Facebook. “Prima dell’inizio darò al pubblico alcuni indizi che li condurranno alla scoperta del brano del giorno. Chi indovinerà aggiungerà punti alla sua personale classifica che lo potrebbe portare, magari, ad una sfida con il sottoscritto”.
    Infine dal termine della puntata e sino alla successiva sulla fanpage del programma compariranno altri indizi che condurranno alla scoperta scelta dalla famiglia per sfidare Ale. Al termine della stagione (il 13 dicembre 2012) chi avrà totalizzato il maggior numero di punti potrà vincere un pranzo preparato in esclusiva dallo chef.

    (fonte: “La Stampa”, 11 ottobre 2012 – articolo di Luca Dondoni)

SPECIALE “ROCK ECONOMY”

  • Da “Svalutation” all’uomo libero
    Com’è cambiato Adriano Celentano da quella tournée del 1994 partita da Cava dei Tirreni: biglietti troppo cari, sprechi ed eccessi, un cachet per l’epoca esorbitante (1 miliardo di lire) e alla fine un deficit, di un miliardo e 800 milioni, solo per la parte italiana del tour, che mandò in malora l’organizzatore Enrico Rovelli. A Cava dei Tirreni Celentano si aspettava ventimila spettatori, ne arrivarono cinquemila.
    Celentano allora scontava un decennio di scarsa sintonia con la grande platea: le folle lo percepivano come un personaggio poco decifrabile, profeta, predicatore, ecologo, teso soprattutto a rimpiangere la vecchia Italia dell’oratorio e del bar. Inoltre, in quel decennio, non era riuscito a sfornare canzoni in grado di entrare nella coscienza collettiva (come del resto era accaduto a suoi pari quali Mina e Battisti). Album come «Deus», «La pubblica ottusità», «L’artigiano», «Uh Uh» e «Il re degli ignoranti» erano stati dei flop.
    Oggi le cose sono molto cambiate per Celentano: l’alleanza con Mogol e la cooptazione di nuovi autori l’hanno rilanciato alla grande. Il marketing, con i biglietti delle gradinate quasi regalati, si è rivelato geniale: ventitremila posti venduti in 127 minuti. Era l’11 luglio, quando allo show mancavano ancora tre mesi. E poi il Celentano di oggi ha idee precise su come costruire uno show (e impiega settimane di prove estenuanti per dar forma alle sue idee).
    Pur potendo attingere a un repertorio di canzoni sempreverdi e a buone canzoni recenti ha preferito organizzare le canzoni intorno a un pensiero. Chi si aspettava un greatest hit dei suoi grandi successi è rimasto deluso. Lui ha fatto una scelta tematica, non qualitativa, aprendo con «Svalutation», continuando con la bellissima ma amara «Si è spento il sole» e, più avanti «La cumbia di chi cambia», tormentone efficace nel ritornello e metrica delirante nell’inciso.
    A parentesi romantiche come «L’emozione non ha voce» (omaggio a Gianni Bella e Mogol) ha contrapposto una canzone di Fossati che potrebbe essere il suo manifesto, «Io sono un uomo libero», alla intramontabile «Pregherò» ha contrapposto «L’Artigiano», che avrà un testo un po’ naif, però sembra scritta ieri: «Il ministro dei soldi degli altri ora sta parlando in tv, dice che ancora non basta bisogna pagare di più».
    Celentano ieri sera è stato travolgente quando ha fatto il suo mestiere, facendo il rock and roll o duettando con Gianni Morandi in una rilettura di «Scende la pioggia» e «Ti penso e cambia il mondo». Peccato dover pagare lo scotto dell’economy…di certi suoi monologhi o il nuovo gioco del pesce nell’acquario col microfono spento.
    (fonte: “Corriere della Sera”, 9 ottobre 2012 – articolo di Mario Luzzato Fegiz)
  • Sermoni e silenzi: all’aperto si perde l’effetto metafisico
    Dopo «Rockpolitik» ecco «RockEconomy», lo show della crisi, la canzone nell’era Monti. Nel tempio dell’opera lirica per turisti, Adriano Celentano esordisce con l’eterna «Svalutation». E poi via al revivalismo più spinto: per dire, c’erano ancora le lucciole quando usciva «Si è spento il sole». E poi ancora Jovanotti e Fossati, ma solo con «Pregherò» (cover parrocchiale di «Stand by me») ci mette il cuore.
    La rivoluzione di iTunes e la pirateria non solo hanno rivoltato come un guanto l’industria discografica, ma hanno anche costretto monumenti come Celentano a scendere dal cavallo di bronzo e a misurarsi di nuovo con i concerti dal vivo, 18 anni dopo. Con lo stesso Clan di Sanremo, ormai esonerato dal festival: Gianmarco Mazzi, Lucio Presta, Gianni Morandi. Celentano ha però bisogno del pubblico generalista della tv: l’ideale, per età e nostalgia, sarebbe stato quello di Raiuno, ma dopo il diniego di Viale Mazzini è subentrata Mediaset, che pur di avere il Molleggiato sopporta persino i sermoni sulla decrescita.
    Niente da fare: la crescita non gli va proprio giù, sembra il meteorologo di Fazio. Però s’interrompe perché forse il gobbo non funziona e addio predicozzo. Il live porta inevitabilmente a qualche errore e sbavatura (così difficile una dedica a Gianni Bella?), che sembrano persino sceneggiati apposta, in uno spettacolo di coreografie con decine di coristi e figuranti, a richiamare quei mutismi e quelle lunghe pause (se potesse il marketing Mediaset le riempirebbe con decine di spot) che un’apertura affidata alla sola musica rischiava di trascurare.
    Anche questo può essere rassicurante, in qualche modo: è sempre lui. Bravo a cantare, meno a sermoneggiare. Sovrumani silenzi e profondissima quiete, al solito, ma con il pubblico vociante e urlante dell’Arena sono decisamente meno solenni e maestosi che nel chiuso di uno studio tv… E l’effetto metafisico si perde. Lo spettacolo tv, pur estremamente curato, non si stacca più di tanto dai canoni del concerto ripreso per il piccolo schermo (o per un dvd): i primi piani intensi, il palco, le riprese dall’alto sul pubblico, i vip (o presunti tali) che ascoltano il concerto, lo sguardo d’insieme sull’Arena.
    Se non fosse per la grande scenografia, a metà fra Hugo Cabret e Lady Gaga, lo scrittoio e altri innesti che richiamano le serate Rai, sembrerebbe quasi la finale del mai troppo rimpianto Festivalbar. Dopo lunghe pause e «Il ragazzo della via Gluck», quattro amici al bar (che volevano cambiare il mondo, secondo Gino Paoli) commentano l’economia mondiale. Ma fare una domanda a Jean-Paul Fitoussi è tanto complicato? E perché l’economista francese sembra uno di «Pomeriggio Cinque»? Mah. Era così noioso che il pubblico ha cominciato a infastidirsi. Canta, Adriano, canta!
    (fonte: “Corriere della Sera”, 9 ottobre 2012 – articolo di Aldo Grasso)
  • Celentano: quel che mi ha colpito di più? Sono io
    Ciao ragazzi. La cosa che mi ha colpito di più dei due concerti che ho fatto all’Arena, sono io». Modestia a parte, Adriano Celentano aveva già messo ieri nel suo blog la sigla sull’esultazione generale, quando ancora all’Hotel Due Torri si preparavano le valigie per il ritorno a Galbiate. Nei dati Auditel – sorpresa – il secondo concerto quasi tutto di canzoni sempreverdi ha battuto come audience il primo con l’economista Fitoussi, con aumenti di share in tutti e tre i segmenti di ascolto: nella prima parte, più spettatori, 9 milioni 338 mila con il 30,74 % dello share; nella seconda, 9 milioni 124 mila, e 8 milioni 353 mila con il 38,54 % nell’ultima volata. Travolta dal successo, anche Canale 5 diceva la sua: «Il concerto-evento interpreta perfettamente lo spirito della tv Mediaset… con totale affidabilità tecnico-professionale e senza vincoli legati a compatibilità di alcun genere, siano esse condizionate da equilibri politici o manageriali…». Con tanti saluti alla Rai che aveva rifiutato la proposta. Claudia Mori, la signora Celentano, sorride.
    Suo marito, signora Mori, è ancora il più amato dagli italiani. Come nello slogan della famosa cucina…
    «Una delle cose straordinarie di questa esperienza è proprio la crescita del pubblico. In genere, anche nei Festival, la seconda sera c’è sempre un calo fisiologico. I dati qui dimostrano invece che al di là dei pruriti di chi si ostina nelle proprie critiche, addirittura è cresciuta l’anteprima di Canale 5, anche quando lui non c’era ancora: dal 16 a 26 %. Sono dati da Nazionale di calcio, e di alcuni Festival. Ma anche la città stessa, dentro e fuori l’Arena, era una festa di gente, con bandiere di mezzo mondo, dalla Russia all’Argentina, dalla Germania alla Francia».
    C’era una quantità imprevedibile di russi, Celentano potrebbe riempire la piazza Rossa, ci dicevano…
    «C’erano tutte le nazionalità, non solo russi».
    Il cimento ha fatto bene ad Adriano?
    «S’è trovato bene. E’ stato faticoso, dopo 18 anni lontano dal pubblico vivo. La seconda serata non era stata provata per nulla, ha vinto la professionalità di tutti a partire da Adriano. Anche per noi è stata una sorpresa che facesse il monologo, in scaletta non lo aveva messo in un posto preciso, ha fatto la scelta di un momento spettacolarmente opportuno. Penso che non si possa almeno stavolta non riconoscere quel che ha fatto: io sono sempre molto critica con lui ma è un grande. Ha cantanto anche benissimo. Una stonata ci può stare, personalità e carisma sono anche altro. Tra l’altro, il picco di ascolto è stato quando non faceva né diceva nulla…».
    La seconda sera Adriano sembrava rivitalizzato. Più rilassato, leggero…
    «Aveva visto i dati di ascolto e metabolizzato l’impatto iniziale. I 12 mila dell’Arena erano lì perché gli volevano bene, per godere di lui, della sua musica e anche delle mancanze che lui non nasconde. Si può essere grandi anche con qualche errore».
    E’ stato un momento di condivisione, nell’Italia piena di guai…
    «Ma c’è chi critica per partito preso. Anche se facesse la cosa migliore, chi vuol criticare scompostamente lo fa…».
    Il vostro pensiero è andato al rifiuto della Rai nei mesi scorsi?
    «Sì, ma nulla di impegnativo. I twitter di Leone non ci sembravano in linea con quel che è successo, trovava i cali dove non c’erano».
    Adriano è piaciuto anche come eleganza. Il cappelletto, la giacca grigia, lo spolverino. Chi sceglie i suoi abiti?
    «Il basco era mio, lo aveva messo alla prove perché faceva freddo, gli stava bene e se l’è tenuto. La giacca ce l’ha da un annetto. Lo spolverino se l’è disegnato lui. Ha un grande gusto, e il fisico lo aiuta».
    Uscirà il dvd per Natale?
    «Abbiamo 12 giorni, vediamo. Sono 5 ore di musica da selezionare, caso mai a gennaio».
    Suo marito ha accennato a un incontro ravvicinato nei prossimi mesi…
    «Non so cos’abbia in mente, non mi ha detto».
    Canale 5 ha tenuto un profilo basso, con ottima resa.
    «Questi due concerti mostrano anche che se sei credibile e fai uno spettacolo di qualità, tv commerciale o no, lo puoi fare ugualmente».
    La gente ha preferito la serata tutta canzoni, magari Adriano avrebbe voluto ascoltare di più Fitoussi.
    «No, con Fitoussi anzi ha cercato il modo per finire, senza essere scortese, perché aveva parlato così tanto che non c’è stato spazio per gli altri due ospiti».
    (fonte: “La Stampa”, 11 ottobre 2012 – articolo di Marinella Venegoni)
  • Claudia Mori: “In tv o in Arena Adriano non si può condizionare”
    Il giorno dopo “Rock Economy” all’Arena di Verona, i dati d’ascolto dicono che la seconda serata su Canale 5 è andata meglio della prima: una media di 9 milioni e 112 mila spettatori, pari al 32,80 per cento di share. Adriano Celentano commenta divertito sul suo blog: “La cosa che mi ha colpito di più dei due concerti che ho fatto all’Arena, sono io”. La moglie, e portavoce, Claudia Mori lo definisce “un risultato eccezionale, siamo molto soddisfatti: meglio di così proprio non era possibile”.
    Signora Mori, i dati Auditel dicono che dopo l’effetto sorpresa della prima serata non solo non c’è stato calo fisiologico, ma addirittura un numero superiore di spettatori.
    “Mi lasci dire che in questo caso non sono solo gli ascolti che contano, ma anche la qualità di ciò che siamo riusciti a realizzare sul palco e in tv. Conta la bellezza di uno show che ha saputo essere al tempo stesso concerto e intrattenimento televisivo. Gli spettatori continuano ad apprezzare la formula che peraltro Adriano ripete da 25 anni, con ingredienti diversi e mai troppo televisivi. Ma il risultato dimostra anche che Adriano resta sempre lui, ovunque si trovi, che sia in Rai o in Mediaset: è incondizionabile”.
    I monologhi hanno sollevato qualche contestazione all’Arena.
    “Rock Economy durava tre ore, è stato pensato come uno show, non si poteva cantare e basta per tre ore. È stato ripreso dalle telecamere della tv in un’arena, non in uno studio televisivo. Il pubblico presente sugli spalti e in platea era un pubblico vero, che aveva acquistato un biglietto, non era stato invitato come figurante in una tv: è ovvio che qualcuno fosse più interessato alla musica e altri alle cose che Adriano diceva, e se chi aveva voglia di ascoltare le canzoni lo ha urlato, questo non significa che si sia trattato di una contestazione. Non può chiamarsi contestazione quando si fa sold out in 48 ore come avvenuto con “Rock Economy”: sono semmai le reazioni di un pubblico vasto, e sono i modi diversi di esprimere il proprio calore e il proprio affetto”.
    Qualcuno ha scritto che dietro al mancato accordo con la Rai per la diretta ci fosse la vostra richiesta di 750 mila euro per serata.
    “È assolutamente falso. La trattativa non è mai partita, perché dopo una prima manifestazione di interesse sui due concerti, la Rai ha fatto cadere il suo interesse e si è semplicemente eclissata. Non siamo mai arrivati a parlare di soldi, avevamo anticipato che avremmo rinunciato anche al pagamento dei diritti per la messa in onda delle canzoni di Adriano, e richiesto che la Rai si occupasse delle riprese”.
    Nella prima serata ci sono stati quasi 5 minuti di pausa, Celentano ha reagito controllando la situazione ma si è capito che qualcosa non andava con il gobbo elettronico.
    “Sullo schermo è apparso il monologo dello scorso Festival di Sanremo, quello che ha suscitato tante polemiche. È stato davvero curioso. Il fatto è che il tecnico che segue Adriano ha portato involontariamente sul computer il vecchio testo invece del nuovo, quando Adriano se n’è accorto s’è bloccato. Per giunta subito dopo c’è stato anche un black out del gobbo elettronico. Il monologo saltato la prima sera è comunque quello che Adriano ha fatto nella seconda sera”.
    Quello in cui ha detto che anche alcuni ricchi d’Italia sicuramente aiuteranno il Paese a ritrovare la sua bellezza: perché Celentano ha citato proprio quelli e non altri?
    “I nomi dei ricchi citati da Adriano sono i nomi degli italiani che si trovano nelle posizioni più alte della classifica di Forbes. Li ha ricavati da lì: i ricchi in Italia sono tanti ma per citare proprio quelli più ricchi di tutti Adriano si è dovuto documentare bene”.
    Questi due concerti sono forse stati anche la prova generale per un futuro tour, magari anche all’estero?
    “All’Arena erano presenti moltissimi spettatori provenienti da tutto il mondo, c’erano americani, inglesi, sono arrivati dall’Argentina, dal Brasile, c’erano moltissimi russi. Questo ci ha piacevolmente sorpresi. Abbiamo anche saputo che in Albania stanno raccogliendo le firme per fare pressione sul governo perché organizzi un concerto di Adriano. A lui i concerti sono sempre piaciuti, e gli piace incontrare il pubblico. Il fatto è che non ama prendere l’aereo, a tutti e due non ci piacciono i treni perché oggi sono troppo veloci. A dir la verità abbiamo difficoltà anche a viaggiare in macchina perché sotto le gallerie soffriamo di claustrofobia. Insomma, siamo intrasportabili”.
    (fonte: “La Repubblica”, 10 ottobre 2012 – intervista di Carlo Moretti)
  • “Rock Economy”, il decalogo del trionfo
    Adriano vince nell’Arena. La due giorni di Celentano all’Arena di Verona ha ribadito che lui, il Molleggiato nazionale, e’ ancora il re dello spettacolo italiano. Ecco il decalogo del successo di questa due giorni imprevedibile.
    1- Musica: e’ stata la protagonista all’80 per cento dei due show. E questo rende ancor piu’ sorprendente il boom di ascolti. Generalmente la musica in prima e seconda serata fa ascolti a una cifra, con punte verso il basso ridottissime anche quando ci sono proposte di concerti di superbig. Celentano ha sovvertito la regola: la musica funziona in tv, almeno se e’ lui a cantarla.
    2- Clan: il gruppo di collaboratori del Molleggiato e’ alla base del successo degli show. Intorno a Celentano e a Claudia Mori, si e’ mossa una macchina perfetta organizzativa che ha lavorato da cinque mesi a questo evento.
    3- Formula: le due serate consecutive di musica erano un azzardo assoluto. Celentano ha rischiato e la seconda sera ha addirittura migliorato la performance, azzerando l’effetto calo fisiologico tipico dei grandi show, a cominciare dal Festival di Sanremo.
    4- Critici: come al solito, Celentano o si ama o si detesta. Visti gli ascolti bulgari, l’elenco dei critici si e’ assottigliato molto rispetto all’ultimo Sanremo in cui Adriano aveva criticato duramente la stampa ma l’impressione e’ che nella formula del successo di Celentano ci siano anche i critici che anche 50 anni fa gridavano allo scandalo perche’ dava le spalle al pubblico di Sanremo.
    5- pause: uno degli ingredienti del boom di ascolti. Quella lunghissima della prima serata, inspiegabile per molti aspetti, e’ stata un colpo di genio assoluto alla luce anche della seconda serata in cui Adriano si e’ fatto persino gioco dei suoi vuoti di memoria dimenticando per finta i versi, dimenticandoli davvero e pronunciando il monologo senza mai leggere il gobbo.
    6- sermoni: annunciati, temuti, attesi, hanno aleggiato sull’Arena come la spidercam che ha regalato immagini stellari. Adriano ha parlato alla gente di bellezza, poverta’ e bisogno di stare insieme e nella seconda serata ha trovato il ritmo ideale alternando musica e parole.
    7- operai e gente comune: lo zoccolo duro del pubblico che Adriano, malvisto dall’intellighenzia, ha ritrovato dopo 18 anni all’Arena e davanti agli schermi: tra il pubblico c’era gente comune di tutte le eta’, nipoti e nonni, simbolo di un”Italia unita per due sere sotto il segno del ragazzo della via Gluck.
    8- arena: lo scenario veronese ha offerto scorci indimenticabili alle due serate. Verona ha accolto, protetto e adorato Adriano (con centinaia di fan che hanno stazionato davanti al suo albergo giorno e notte e scene di isteria beatlesiana) che ha trasformato la citta’ scaligera nel centro d’Italia.
    9- Mediaset: a sorpresa, la casa ideale per ‘rock economy’. Dopo la rinuncia della Rai, Adriano ha fatto il suo show e, per la prima volta, c’e’ stato solo quello, senza polemiche, interpellanze parlamentari e proteste di consiglieri d’amministrazione viste in passato.
    10- ascolti: nessuno ci avrebbe scommesso, neanche adriano che aveva dichiarato mesi fa una cifra intorno agli 8 milioni di spettatori. Un risultato storico per la televisione italiana che ha spiazzato tutte le previsioni dei frequentatori di twitter impegnatissimi nelle due serate a prevedere per Adriano un flop devastante.
    (fonte: Adnkronos, 10 ottobre 2012)
  • Lo show di Celentano proposto già a febbraio a Viale Mazzini
    Spengono le luci/tacciono le voci/ e nel buio senti sussurrar: Prego, vuol ballare con me? Grazie, preferisco di no. In Viale Mazzini conoscono le canzoni di Celentano, ma ai doni preferiscono il masochismo. Ai dirigenti Rai era stato offerto il concerto dell’anno. Il ritorno dell’artista a costo zero. Cantava Adriano Celentano. Occupava il palco l’immaginario nazionale. Mezzo secolo di miserie, compromessi e nobiltà.
    Hanno detto di no. Nonostante l’unico contributo richiesto fosse l’invio delle troupe: “Non abbiamo neanche le telecamere”. Sipario. Sull’Arena di Verona, minacciata da nuvole basse, l’unica pioggia che scende è un duetto tra due vecchi amici e i lampi al contrario, i fulmini in lontananza, illuminano il risultato Auditel.
    L’alba Del Giorno dopo è un numero a due cifre. Oltre il 30% di share, nove milioni di italiani che hanno deciso di confondersi nella reunion fuori tempo massimo, nell’esperimento tra l’alto e il basso, nella confusione e nella felice improvvisazione , nei disguidi e nei momenti musicali che capitano, annuari alla mano, una volta ogni 18 anni. Un terzo del Paese davanti al televisore, la Rai all’asciutto e i sorrisi nel dopo concerto degli uomini Mediaset, ancora all’oscuro del risultato, ma certi di aver fatto la scelta giusta. La storia parte da lontano.
    Smarrita nei veleni sanremesi, nei fischi caduti su Adriano a febbraio (organizzati, secondo Claudia Mori), nella primavera in cui quasi per gioco, Morandi e Celentano si ritrovano nella villa di Galbiate a immaginare il ritorno sulle scene dell’unica voce rock italiana che sul palco, lotta come una tigre. Serve la tv, si interpella la Rai. L’interlocutore, Giancarlo Leone, prende tempo. Passano 8 giorni. Mori vorrebbe avere una risposta celere, Adriano pazienta.
    Trascorsa una settimana, il Clan sotterra l’orgoglio e ritelefona a Leone. La risposta, a fronte dell’assicurazione sul piano dei diritti tv: “non pagherete neanche quelli” è desolante: “non abbiamo soldi”. Non gli erano stati chiesti. Rinuncia assoluta. Leone è il meno colpevole, lo scudo umano opposto dall’azienda all’ignavia generalizzata in una Rai troppo abituata ad avere come referente la politica per poter immaginare arte e spettacolo.
    A quel punto, i trionfatori di giornata, i dirigenti di Stanza a Milano 2, annusano il clima. Intermediario Lucio Presta, referente Alessandro Salem, brillante manager (“Il fantastico Salem” secondo Celentano) semplificando, il capo di Canale 5. Salem chiude in 48 ore (ad aprile) e oggi, raggiante, parla con il tono di chi ha fatto la cosa giusta: “Sarebbe importante se questa occasione fosse utile a far crollare i pregiudizi. Mediaset non è la casa del diavolo, ma un’aggregazione di professionisti che sanno rispettare il talento. Lo abbiamo sempre fatto, non ci è costato. Adriano avrebbe potuto dire ciò che voleva, senza limitazioni o censure”. Paradossalmente, ragiona Salem, si è trattato di “servizio pubblico”, un ruolo che, ricadute pubblicitarie e mancati introiti a parte, la Rai non è stata in grado di interpretare.
    Se i dietrologi scorgono nella mossa Mediaset le lunghe leve di un Berlusconi ancora dominante in Rai: “Li ha fatti rinunciare per alzare gli ascolti di Mediaset”, la ragione corre altrove. Nella terra di mezzo dove incapacità decisionale e modestia analitica si abbracciano prima di sprofondare nel burrone della contraddizione. Mediaset ha collezionato due serate regali e coccola la suggestione di Maria De Filippi: fare un Festival di Sanremo targato Biscione. Non un evento imbolsito né una copia venuta male, ma qualcosa di originale e giovanile con il contribuito di Mazzi e Lucio Presta, reduci di Sanremo e ora liberi di agire con Mara Maionchi.
    La produttrice e opinionista, da mesi, cercando di sostenere la nuova edizione di Amici, va a caccia di cantautori italiani. La De Filippi ha sempre detto di volere il Festival nel concorso che ha sfornato Emma Marrone e Alessandra Amoroso, cantanti che non corrispondo ai canoni scelti da Fabio Fazio. Anche Gianni Morandi è comparso sugli schermi di Mediaset. E potrebbe tornarci. In primavera. Più o meno. Stavolta per farsi rimpiangere. E pronto a convocare l’amico Adriano per le occasioni speciali.
    (fonte: “Il Fatto Quotidiano”, 10 ottobre 2012 – articolo di Malcom Pagani e Carlo Tecce)

CRITICA TV

“L’onore e il rispetto”, le ragioni del successo
Sangue e malavita, sentimenti a grana grossa e colpi di scena: nella più pura tradizione del feuilleton, «L’onore e il rispetto 3» si è guadagnato la palma non solo della fiction più seguita, ma del programma con miglior ascolto della settimana. Il finale di questa stagione, sospeso sulla possibile uccisione del suo protagonista Tonio/Garko, ha battuto la politica di «Ballarò» e doppiato la controprogrammazione in fiction di Rai1 (Lino Banfi), raccogliendo 6.629.000 spettatori, per uno share di oltre il 24%. Ragione per cui Canale 5 ha già messo in cantiere la prossima stagione. Quello di «L’onore e il rispetto», e in generale delle colorite storie partorite da Teodosio Losito, è veramente un caso.
La prima stagione raccolse, nel 2006, quasi 5 milioni e 700 mila spettatori medi; la seconda fece boom con 6 milioni e 200 mila spettatori; questa terza oltre 5 milioni e 800 mila spettatori. Ma quel che conta di più è la qualità del pubblico: le vicende di Tonio Fortebracci sembrano accomunare madri e figlie, con ottimi share fra adolescenti (un impressionante 30,6% di share) e adulti (23, 7% fra 40-50enni).
Un pubblico più femminile (25,4% di share), ma mariti e fidanzati non sono del tutto esenti (19,1% di share). Una perfetta macchina da guerra per un network commerciale che punta a un’audience giovane-familiare. Ma l’aspetto più rilevante è la capacità di spaccare l’Italia: se si considera solo il Nord, o il Centro-Nord, «L’onore e il rispetto» non sarebbe un grande successo (a parte certi gruppi che lo considerano un cult). Ma dalla Campania in giù lo share s’impenna: oltre il 42% a Napoli e dintorni, il 55% in Calabria. Quando si pensa all’Italia, bisognerebbe avere presenti anche questi nudi dati di consumo culturale.
(fonte: “Corriere della Sera”, 8 ottobre 2012 – articolo di Aldo Grasso in collaborazione con Massimo Scaglioni, elaborazione Geca Italia su dati Auditel)

Volo lascia la radio dove dà il meglio
Prima di parlare di tv, parliamo di radio. «Il Volo del mattino non andrà più in onda. Sono stati degli anni meravigliosi per me. Grazie a tutti». Così, con un messaggio su Twitter, Fabio Volo ha comunicato ai suoi fan l’addio definitivo a Radio Deejay. Non una parola di più. Non sappiamo se ci siano motivi personali con Linus, né ci interessano. Sarebbe interessante però capire perché Volo abbandona il mezzo che gli è più consono. Forse i libri e la tv gli danno più visibilità e onorari, ma è difficile pensare come uno che ha fatto del «cazzeggio» la sua cifra espressiva possa fare a meno della radio.
Volo appartiene a quella ristretta schiera di personaggi del mondo dello spettacolo capaci di fare a meno dei contenuti. Si esprimono attraverso un mood, attraverso gli umori che istintivamente sanno trasmettere, attraverso un’atmosfera che permette loro di affrontare qualsiasi argomento senza la necessità di doverlo approfondire. L’altra sera, in «Volo in diretta» ha intervistato il regista Paolo Virzì in tour promozionale. Ebbene di tutta l’intervista, resta solo la risata di Virzì (bravo Volo a farlo ridere), più significativa di tante parole (Rai3, martedì, ore 23.25).
Non ricorderemo Volo per le interviste ai casalesi su Roberto Saviano (non i casalesi di Casal di Principe, ma quelli di Casale Monferrato), non perché ha dipinto Celentano come Gesù, non per la preghiera iniziale a Paolo Limiti (che nel frattempo, con il peggio della nostra tv, era da Bruno Vespa a spiegarci i Beatles. Non c’è più religione!), non per battute di questo tipo: «Voglio parlare dei fatti, ma anche di chi non si fa più». Lo ricorderemo, sostenibile o meno, per la sua leggerezza dell’essere, per uno che da tempo ha smesso di prendere sul serio la serietà dei suoi ospiti, per la sua capacità di non mostrare mai imbarazzo di fronte alle cose che di solito lo provocano. Però, non lo dimentichi, è più bravo in radio che sulla pagina scritta o in tv.
(fonte: “Corriere della Sera”, 11 ottobre 2012 – articolo di Aldo Grasso)

Le allegre domande di Daria Toffanin
C’è una straordinaria novità, nell’attuale edizione di “Verissimo”, che va sottolineata per l’impatto che potrebbe avere sull’esito della trasmissione.
Nel pomeriggio di Canale 5, infatti, la conduttrice Silvia Toffanin sfoggia inedite sopracciglia, dense e nere quanto quelle di un manovale barbaricino, il quale immagino sarà ben lieto di veder proposto in tv il suo look d’ordinanza.
Ma attenzione, non è questo l’unico punto chiave nel contenitore catodico che la casata Mediaset propone ogni pomeriggio.
C’è anche, da prendere in considerazione, la maturazione complessiva della stessa Toffanin, la quale anno dopo anno ha saputo coltivare le sue migliori doti, e ora è in grado di sfoggiarle con la dovuta maturità.
Se infatti non seguite il programma nella maniera tradizionale, ma vi limitate ad ascoltare il tono e le parole della conduttrice  -invece di impigliarvi nella visione delle sue sopracciglia-, scoprirete subito di cosa stiamo parlando.
Lontani i tempi in cui era soltanto la fidanzatina del signor Piersilvio, che negli anni -è evidente- non l’ha favorita affatto, questa gradevole ragazza si è approfittata di Daria Birignao Bignardi, scippandole sia il little tono da zia borghese in visita con i pasticcini, sia la capacità di offrire il meglio dell’ovvio con soffice naturalezza.
Irraggiungibile, in questo senso, è stata l’intervista fatta lunedì scorso a Belen Rodriguez, personaggio va riconosciuto tutto da scoprire, perché a lungo trascurato da stampa e televisioni.
A lei, e al suo nuovo tatuaggio con zingara che flirta assieme a un marinaio, la divina Toffy ha dedicato 36 minuti esatti, nel corso dei quali al telesuccube non restavano che tre opzioni: scoprire all’improvviso il piacere delle droghe sintetiche, sballandosi a oltranza per non morire di (para)noia, approfittare di questo tempo infinito per mettere a punto i documenti per l’espatrio, oppure arrendersi vigliaccamente allo show e ammirare come Daria Toffanin cucinava il bocconcino Belen in studio.
Per la cronaca, chi ha eliminato le prime due opzioni, si è trovato davanti a un dialogo tra pesi massimi in cui il tenore delle domande era: «È cambiato l’uomo della tua vita, nessuno se lo sarebbe mai aspettato…»; o anche: «Per vivere la tua storia d’amore con lui ti sei messa contro tutto il pubblico di “Amici”…». Oppure ancora: «A te piacciono proprio i ragazzi con mille tatuaggi…».
Tutti quesiti, potrebbe commentare qualcuno, ai quali mancava il punto di domanda. Ma son dettagli, questi, particolari inutili a quali non fa più caso nessuno.
Ciò che conta, piuttosto, è alimentare per le telecamere quell’aria allegra da pre Titanic, tanto simile alle bugie che nonno Silvio sciorinava mentre colavamo a picco, ma anche parente della leggerezza vanity con cui la sinistra per anni ha lasciato fare.
Un’atmosfera dove, a ben guardare, le uniche parole sagge sono uscite dai labbroni della regina Belen: «Io ormai sono un clown», le è uscito a un certo punto, mentre le frivolezze si accatastavano una sull’altra.
Ed è stato neo neorealismo, come la splendida Toffanin potrebbe certo confermare.
(fonte: “Gli Antennati”, 8 ottobre 2012 – articolo di Riccardo Bocca)

TELEFILM

Dan Attias, il mago dei serial: “Così ho stravolto la TV”
Dai detective Crockett e Tubbs a Carrie Mathison e Nicholas Brody il passo è lungo. Esattamente 27 anni, quanti hanno visto Dan Attias lavorare dietro le telecamere per girare oltre 200 episodi di serie tv americane. Da Miami Vice a Homeland, serie vincitrice di sei Emmy Awards. Un trentennio a cavallo di quello che è «il fenomeno televisivo e culturale più eccitante dei nostri anni». Almeno per quanto riguarda la platea occidentale. Dove per anni, generazioni delle più diverse si sono cibate di Beverly Hills, Buffy, i Soprano, Lost, Dr. House, Heroes. Daniel Attias, classe ’51 — che sarà a Torino dal 16 al 19 ottobre, ospite della View Conference—, era sempre lì, cambiando storie e linguaggi per narrarle. «Storie che negli anni sono diventate esperienze condivise da milioni di persone di nazionalità, cultura ed età differenti: le serie tv made in Usa sono ormai un terreno comune di discussione», racconta il regista americano. Come i romanzi di appendice di fine Ottocento, con la dovuta amplificazione legata al mezzo.
«La televisione, a differenza del cinema, offre una tela molto più ampia su cui dipingere: la possibilità di serializzare le storie permette un racconto più vasto e un’analisi molto più approfondita dei personaggi». Come in un racconto di Dickens, appunto. «Il paragone è stato utilizzato per The Wire: ogni singolo episodio racconta un aspetto della società, messi assieme propongono un affresco del mondo dove viviamo».
Il poliziesco di Hbo è una delle due serie su cui ha lavorato che Attias indica come sue preferite. L’altra è I Soprano, una «pietra miliare che ha mostrato in anticipo come sarebbe cambiata la tv. Una rottura totale con il modello utilizzato dagli show fino ad allora, politicamente corretti, con concetti semplici e valori puritani. I Soprano erano scandalosamente deliziosi».
La serie iniziata nel 1999 è stata parte della «rivoluzione» compiuta dalle tv via cavo a pagamento. «La platea e i soldi si sono spostati verso questi “premium network”», spiega il regista 61enne. «Il risultato è stato l’azzeramento della tv tradizionale e lo svuotamento delle sale cinematografiche. Se Hollywood ha perso qualità e quantità, lo ha fatto a vantaggio — e a causa — delle serie tv».
E così i budget sono saliti vertiginosamente: mentre negli anni Novanta un’ora di televisione costava meno di due milioni di dollari, ora parliamo di una media di 5-6. Con alcune incredibili eccezioni. «Il pilota di Lost pare sia costato 11 milioni, quello di Boardwalk Empire (L’Impero del crimine) addirittura 47», è divertito, Attias. «I soldi ovviamente non garantiscono il successo. La formula vincente passa ora dal rompere gli schemi: è finito il periodo in cui si doveva essere accondiscendenti con i gusti della maggioranza degli spettatori».
Il discorso cade allora su due fenomeni degli ultimi anni. Attias non accetta provocazioni da fan: «Lost è finito nel modo migliore possibile». Ride: «D’altronde non avrei saputo come fare diversamente: c’è stata una certa imprudenza nell’aggiungere misteri su misteri alla trama, e alla fine molti sono dovuti rimanere tali. E non solo per gli spettatori».
D’altronde spiegare tutto avrebbe tolto appeal alla serie Abc. Un fascino diverso da quello del Dr. House: «Qui gli ingredienti sono tre: una scrittura brillante, la grande recitazione di Hugh Laurie e un personaggio eternamente arrabbiato ma dalle magiche capacità di ragionamento». Un personaggio dipendente dalle droghe, modellato — racconta — su quello letterario di Sherlock Holmes.
Storie da raccontare, dunque. L’unica certezza che rimane nel futuro di una televisione con i palinsesti «distrutti» da Internet: «Vincerà probabilmente la formula del pay-per-view: gli spettatori pagheranno direttamente per i contenuti, pagheranno per vedere le nostre storie. E io, sì, sarò ancora lì per un po’». Dietro le telecamere.
(fonte: “Via Digitale” del “Corriere della Sera”, 7 ottobre 2012 – articolo di Federico Cella)


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