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Edicola – “Io Donna”, anteprima di sabato 6 ottobre 2012: le interviste complete a Nicoletta Romanoff, Sabrina Impacciatore, Valentina Vezzali, Emile Hirsch e Winona Ryder 5 ottobre 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Film, Interviste, Io Donna.
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Il numero 41/2012 del settimanale femminile del Corriere della Sera “Io Donna” (RCS Editori), in edicola da domani 6 ottobre 2012 con il quotidiano al prezzo complessivo di 1,50 € (qui sotto la copertina in anteprima esclusiva), propone tre interviste a tema cinematografico: la prima (cover story) è stata rivolta a Nicoletta Romanoff, Sabrina Impacciatore e Valentina Vezzali che partecipano alla campagna“InDifesa” che viene lanciata il 10 ottobre a Roma; le altre interviste sono state fatte a Emile Hirsch e Winona Ryder.

A seguire, le tre interviste in anteprima assoluta.

Il nostro futuro iniziò quel giorno da bambine
Terre des Hommes lancia la campagna “indifesa” per garantire a piccole e adolescenti protezione da abusi e violenze.
E il diritto a realizzare i propri sogni. Tre testimonial, che si ritengono privilegiate,
raccontano quando, tra una fantasia e un gioco, hanno cominciato a intravedere la donna
che sarebbero diventate. Per tutte il segreto è stato una persona speciale
di Marzio G. Mian

C’è un momento nella vita di alcune bambine – quelle nate e cresciute in certe condizioni, non necessariamente d’agio economico – in cui qualcosa accade. equelle che erano fantasticherie, “da grande farò…”, viaggi onirici nella loro vaga, futura esistenza, cominciano a prendere altra consistenza. diventano visioni più consapevoli; quasi delle intuizioni su come le circostanze e la volontà potranno determinare il destino, realizzare ciò che era soltanto infantile immaginazione.
Accade quando una bambina comincia a trovare intorno e dentro di sé gli elementi per intravedere davvero la donna che sarà, e così pian piano entra nella parte, interpreta la sua storia. ma solo le donne che ce l’hanno fatta ricordano con sorprendente precisione quel momento in cui da bambine molto, se non tutto, accadde. E si dicono privilegiate, così come le tre donne della nostra copertina, Sabrina Impacciatore, Nicoletta Romanoff e Valentina Vezzali, testimonial della campagna “InDifesa” organizzata da Terre des Hommes (e sposata da Io donna) in coincidenza con la prima giornata mondiale per le bambine indetta dall’onu in tutto il mondo l’11 ottobre.
InDifesa vuole garantire a piccole e adolescenti di tutto il mondo protezione da violenze e abusi, istruzione, salute. E prossimamente, in linea con questa battaglia civile, pubblicheremo un nostro reportage realizzato nell’India meridionale sul fenomeno in aumento – nonostante i progressi economici di quel Paese – dell’aborto selettivo e dell’infanticidio di bambine.
In sostanza la campagna di Terre des Hommes vuole difendere il diritto di ogni bambina, anche occidentale, anche italiana, a uno sviluppo pieno della propria personalità. quel che la vita ha concesso a queste tre ex bambine.

Il binario. «Ho ancora chiara la sensazione che provavo già all’asilo» ricorda Nicoletta Romanoff, attrice, madre di due bimbi e di una bambina e discendente della Casa reale russa sterminata dai bolscevichi nella rivoluzione d’ottobre. «una forte attrazione per la maternità e un’altra altrettanto irresistibile per la scena; sono sempre vissuta lungo questo binario, cercando di conciliare i due istinti». «A quattro anni andavo volentieri all’asilo solo per potermi occupare della neonata della direttrice Rachael» dice. «nello stesso anno mi affidarono il ruolo del coniglio, amico del Cappellaio matto, in Alice nel paese delle meraviglie; pare che quel coniglio riuscisse a farsi notare nonostante la parte marginale e la responsabile d’un altro istituto volle che frequentassi le elementari da lei per potermi utilizzare a teatro, un “ingaggio”».
«Durante tutta l’infanzia sperimentai con curiosità e anche con disagio il desiderio d’esibirmi, di emergere nel modo più evidente, e cioè su un palcoscenico, insieme ad un forte senso della famiglia. sono poi stata una studentessa brillante, ma assai inquieta sul futuro per il timore di non poter vivere pienamente, con dei figli, l’appartenenza al “clan” delle donne-Romanoff, mia madre, le mie zie, le mie cugine, soprattutto mia nonna Sveva. Infatti, tornando al senso profondo di questa campagna per i diritti delle bambine a poter aspirare ad una vita totale, non posso non pensare a mia nonna, perché è stata lei a insegnarmi che bisogna essere umili ma anche rendere giustizia al proprio talento, avere un senso concreto della vita e volare con le emozioni».

Il superfluo. Anche per l’attrice romana Sabrina Impacciatore, nata in borgata, Prenestino, all’origine della consapevolezza di poter diventare quel che immaginava per sé da bambina, ci sono un contesto e una persona. «La mia determinazione a voler recitare nasce a sette anni» dice.
«Estate, vacanza a Città Sant’Angelo in abruzzo dalla nonna. Mi trovo sul palco a cantare. Finita la canzoncina sento che la piazza scandisce “Sabri-na, Sa-bri-na…”. Lo ricordo come un’allucinazione, l’inizio di una meravigliosa malattia. A 15 anni una compagnia teatrale mi vide al liceo e debuttai facendo cinque personaggi contemporaneamente». «Ma quel liceo si trovava all’Eur, dove ci eravamo trasferiti» aggiunge allargando gli occhioni intensi. «Fossi rimasta in borgata non so come sarebbe andata. E poi ho avuto un padre che anziché richiamarmi alla cruda realtà ha alimentato la mia creatività. Papà è il re del superfluo, mai sentito parlare di denaro in casa. La sua maggiore passione è quella di confezionare regali speciali; ricordo che fece trovare alla mamma il terrazzo pieno di girandole fatte a mano e ad ognuna era appeso un pensiero d’amore, oppure per un mio compleanno gli ottanta reggiseni colorati e legati insieme come un’installazione… mio padre mi ha insegnato ad avere fiducia nei sogni, a non porre limiti alla fantasia. Ma allo stesso tempo lui e mamma mi hanno anche impedito di uscire la sera fino ai 18 anni… naturalmente allora li odiavo per questo; ma poi ho capito che i limiti impreziosiscono le conquiste e ti fanno vivere più intensamente. Se avrò una bambina farò di tutto per comunicarle questo senso di libertà e di rispetto per la vita».

La palestra. Valentina Vezzali, mamma di un bimbo, prima schermitrice al mondo ad essersi aggiudicata tre medaglie d’oro olimpiche in tre edizioni consecutive, ha raccontato più volte com’è andata: il papà amava il calcio, sperava nel maschio e invece si ritrova tre bambine, così le spinge a fare sport, nuoto e pedana… diventa il loro primo tifoso. Racconta: «Avevo sei anni, ero la terza della covata, la più coccolata. Siamo a Jesi, settembre, primi giorni di scuola. Vado con la mamma a prendere Nathalie in palestra all’allenamento di scherma. Appena entro mi trovo davanti quest’uomo alto, i capelli e i baffi arancione, portamento regale… Punta il dito contro di me e dice a mamma che io devo fare scherma, va in un’altra stanza, prende il foglio dell’iscrizione e lo compila lui stesso… la mamma fa: “ma è sicuro? È così pallida, mingherlina…”».
Era Ezio Triccoli, praticamente una fabbrica di glorie olimpiche: Cerioni, Trillini, Vezzali, Di Francisca…
«Da quel giorno, dalle tre di pomeriggio alle otto di sera vivevo in palestra, lezioni e nascondino. Conoscevo ogni angolo. Ricordo ancora i posti incredibili dove mi rintanavo. A scuola ero l’unica che faceva sport. una sera, avevo dieci anni, a cena papà menzionò le olimpiadi, la medaglia d’oro… mi vidi più grande esplodere di gioia dopo l’ultima stoccata… ora vorrei avere una bambina, Ginevra, per trasmetterle sicurezza di sé e la forza di soffrire per ottenere quel che vorrà».

La campagna InDifesa per i diritti delle bambine, sposata da Io donna, viene presentata da Terre des Hommes il 10 ottobre a Palazzo Chigi alla presenza dei ministri Elsa Fornero e Andrea Riccardi. «Ci saranno varie forme di sensibilizzazione, anche in tv con un numero verde per le donazioni» dice Tiziana Rocca, produttrice di eventi: «Mi sono impegnata a promuovere la campagna perché le bambine nel mondo continuano ad essere vittime silenziose e invisibili delle più diverse e inaudite violenze».

Ed ora l’intervista all’attore Emile Hirsch.

“Consiglio a tutti una cura di sana scorrettezza”
Al cinema Emile Hirsch ammazza la mamma e vende la sorella.
Ruolo che gli ha regalato un “notevole piacere sadico”.
Ma nella vita punta al minimalismo, dipinge e manda i quadri a Sean Penn.
Leggete qui la risposta
di Paola Piacenza

William Friedkin, il regista di Killer Joe, mostra con orgoglio alla cronista l’orologio che porta al polso. «Era di Frank Sinatra» rivela «le pietre sono azzurre come i suoi occhi». E per dar ragione della devozione intona I’ve Got You Under My Skin. Due strofe almeno.
Grande regista – parliamo dell’uomo che nel 1971 girò Il braccio violento della legge e due anni dopo L’esorcista – sul vibrato gli resta ancora un po’ di lavoro da fare. Ma non ci stupiamo né della performance né del fatto che il suo bel film, tratto dalla cruda pièce di Tracy Letts, racconti di una famiglia in cui il più sano di mente è un giovane spacciatore matricida con il sogno di allevare conigli. Ovvero Emile Hirsch, il nostro prossimo appuntamento, l’attore che, insieme al resto del cast – parecchio azzeccato – è secondo Friedkin semplicemente un «regalo del dio dei film. Quello con la d maiuscola». Parliamo del nume che ha messo insieme Matthew McConaughey poliziotto e killer, Gina Gershon, matrigna cui il regista regala l’indimenticabile opportunità di una scena di fellatio a una coscia di pollo fritto, Juno Temple, leggiadra sonnambula, e Thomas Haden church, padre cornuto e dal quoziente d’intelligenza non memorabile.

Emile, jeans vissuti e t-shirt su cui campeggia l’imperativo “liberate ai Weiwei” (maglietta “scaduta” visto che l’artista e attivista cinese è già uscito dal carcere), è il giovanotto che in altre occasioni ha distillato perle di saggezza come «da James Dean ho imparato ad andare piano in auto, da Marlon Brando ad andarci piano coi cheeseburger» e che a 17 anni girava blande scene di sesso in una teen-comedy, ma con un cuscino a separarlo dalla controparte, in osservanza delle leggi della California. Poi ha incontrato Sean Penn. E ha preso il vizio delle emozioni forti. Che non sempre si accompagna alla diplomazia. «Friedkin? Mai incontrato nessuno con un senso dell’umorismo così. Alla sua età (il regista ha 77 anni, ndr) spero di essere pazzo e cool come lui».

Quanto piacere dà a un attore recitare in un ruolo completamente immorale come questo?
Considerato che sono uno spacciatore che assolda un killer per ammazzare la madre e riscuotere l’assicurazione e che, non avendo di che pagare l’assassino, gli offro mia sorella in cambio, direi che dal punto di vista dell’etica stiamo a zero. Il piacere sadico in compenso è notevole.
Le piace la scorrettezza politica?
Molto. c’è troppa correttezza in America. non che sia un male: non fosse così la nostra vita sarebbe ogni giorno come una puntata di Jerry Springer (show quintessenza della tv spazzatura, ndr). Ma ogni tanto non è male darci dentro.
È il coprotagonista, con Penélope Cruz, di Venuto al mondo. Com’è finito nella factory Castellitto-Mazzantini?
Conoscevo Penélope e Javier (Bardem, il compagno della Cruz e padre di suo figlio Leonardo, ndr). Non so se sono stati loro a dare l’idea a Sergio, sta di fatto che mi ha mandato la sceneggiatura, una storia d’amore bellissima circondata dall’orrore della guerra. Non c’è stata esitazione.
Quindi, è aperto al cinema europeo?
Eccomi qui, scritturatemi!
Sembra un tipo selettivo.
Non direi. sono una delle persone meno selettive che conosco. Guardate come vivo, ho una casa ma non l’ho nemmeno ammobiliata. I miei vestiti, li puoi mettere tutti in una valigia.
È per la decrescita felice?
Sono stato con Oxfam in Congo e in Zimbabwe. Volevo fare qualcosa di utile della notorietà che mi è arrivata, qualcosa per gli altri. Il personaggio che ho interpretato in Into the Wild, Chris MacCandless, ha dato la vita per Oxfam america (prima di partire per il viaggio nell’ovest americano che gli sarebbe costato la vita, MacCandless donò tutti i suoi risparmi, 24.000 dollari, all’organizzazione, ndr). Perciò accettai di andare con un gruppo di attori in Congo. Quando sono arrivato in aeroporto però ho scoperto che tutti gli altri si erano cancellati. Wow, avevo una paura fottuta, ma sono partito lo stesso. Esperienza straordinaria: in Africa la gente vuole un cambiamento, vuole finirla con la violenza, la povertà, le carestie, la corruzione. E hanno così tante risorse naturali! Le nostre corporation le sfruttano senza dare granché in cambio.
La politica occupa un posto importante nella sua vita?
Non ho un’agenda, quel che mi interessa è la semplificazione dei problemi. Se in congo c’è una carestia, io grido ad alta voce che lì c’è bisogno di cibo e subito. Sono un attore, non sto facendo la scissione dell’atomo. Sto cercando io stesso di imparare come funzionano le cose del mondo. Non sono ancora nella posizione di insegnare e non sono un missionario.
È sempre in contatto con Sean Penn?
Ho dipinto molti quadri di recente, è la mia attività principale quando non recito. Gliene ho mandato qualcuno per avere un giudizio. Non mi ha ancora risposto.
E la maglietta su Weiwei da dove viene?
Me l’ha data Julian Schnabel, sono stato a trovarlo nel suo studio a Montauk (agli Hamptons, ndr). È un tipo eccezionale, abbiamo parlato di arte e creatività. Aveva un sacco di t-shirt come questa e me ne ha regalata una. Ma come si pronuncia Weiwei?

Infine, l’intervista all’attrice Winona Ryder.

“Preferisco divertirmi”
Un film con Tim Burton, poi un ruolo difficile da moglie del killer:
per Winona Ryder sembra un nuovo inizio. Ma lei non vuole più farsi prendere
dall’ansia del lavoro. L’ha capito ora. Grazie agli indiani.
di Anna Maria Speroni

A volte, mentre parla, sul viso le scorre una specie di tremore. Sorride molto, è gentile, cerca le parole come una studentessa insicura che ce la mette tutta per rispondere “bene”. E quindi fa simpatia la sua domanda tutta seria alla fine dell’intervista: «Ho detto cose che hanno un senso?». Se la facesse un altro sarebbe una frase qualunque, ma dietro a Winona Ryder ci sono anni di psicofarmaci, una condanna per furto ai grandi magazzini (oltre cinquemila dollari in abiti risarciti con 26 mila di multa e due mesi di lavoro in una comunità), abuso di alcol, una carriera brillante lasciata a metà, un cuore più volte spezzato (da Johnny Depp, soprattutto).
Spiaceva, in questi ultimi anni, vederla in ruoli da viale del tramonto: la mamma del dottor Spock in Star Trek, l’étoile della danza classica già finita a 30 anni in Black Swan… possibile che ci fosse solo questo per la non ancora 40enne Winona? No, infatti. Perché lei, che i 40 li ha compiuti l’anno scorso, è ancora la stessa ragazza pelle-perfetta-viso-di-bambola che tutte (le brune, almeno) volevano essere ai tempi di Schegge di follia, Edward Mani di Forbice o l’Età dell’innocenza («uno dei pochi film per cui sono orgogliosa di me»). Non per caso Tim Burton l’ha scelta per dare voce nel suo Frankenweenie (appena uscito negli Usa, da noi il 17 gennaio) a una compagna di scuola del suo protagonista adolescente.
Contenta di lavorare di nuovo con Tim Burton, che la lanciò nel 1988 in Beetlejuice?
Per lui accetterei anche di leggere l’elenco del telefono, sono sicura che lo trasformerebbe in un capolavoro.
Ha accettato anche di lavorare per Ariel Vroman nel suo The Iceman (ai festival di Venezia e di Toronto) in un ruolo molto più duro.
Il film è ispirato alla storia vera di Richard Kuklinski, un killer dalla doppia vita. Lavorava per la criminalità organizzata e tra gli anni Sessanta e Ottanta uccise oltre cento persone, ma la sua famiglia era all’oscuro di tutto. Io sono sua moglie. Mi ha attratto l’ambiguità di questa donna: dopo l’arresto del marito ha sempre negato di sapere quello che faceva (e io, per prepararmi al ruolo, ho letteralemente strappato dalla sceneggiatura le pagine che non mi riguardavano); ma davvero puoi passare anni accanto a una persona, dormirci insieme e farci l’amore, senza capire chi è?
A lei non potrebbe capitare?
Non saprei. Quella raccontata nel film è una storia estrema, ma credo che a ciascuno di noi sia successo di avere un compagno, un’amica, un collega che all’improvviso si rivela diverso da come pensavamo. Basti pensare a certi politici: sembrano irreprensibili e poi li scoprono a rubare o a frequentare prostitute…
Sì, in Italia ne sappiamo qualcosa.
Non è l’unico aspetto sociale del film. Killer a parte, mi ha sempre interessato come nella nostra cultura sia “normale” che uno possa tornarsene sereno a casa dopo aver causato disastri con una sua decisione. E non mi riferisco solo agli ambienti criminali: penso al mondo dell’economia e della finanza in questo periodo di crisi, per esempio.
Che per lei, invece, sembra piuttosto fortunato dopo anni in cui l’abbiamo vista poco. Si era stancata?
Non proprio… il lavoro non è più una priorità, per me. Sarà perché recito da quando avevo 12 anni, ma ho voglia di godermi la vita e dedicarmi ad altro.
Cioè a cosa?
Mi sono molto occupata di questioni legate alle riserve dei nativi americani, per esempio. Ma tutto ciò che è utile a vivere in modo più rilassato va bene. Non so come sia in Europa, ma in America la pressione sulle attrici è molto alta quando superi una certa età: come se tutti ti saltassero addosso a dirti “devi andare avanti”. E tu ci vai, avanti, anche se non sei convinta. Ma la vita è breve: e se non ti diverti, se il lavoro non ti dà niente in cambio, che senso ha?
Il tempo che passa la preoccupa?
Tutta l’insistenza sul fatto che non si deve invecchiare a me sembra pura follia: è anche questa parte dell’esistenza a renderci umani. Io ho sempre rifiutato l’idea che l’età sia qualcosa contro cui combattere. Anzi, le do il benvenuto. Una delle ragioni per cui mi piace la cultura dei nativi americani è il loro rispetto e la loro ammirazione per gli anziani.
Rimpiange i primi anni Novanta, quando era un’icona e le ragazze si vestivano e pettinavano come lei?
A me piaceva recitare e basta.
Farebbe scelte diverse, se potesse tornare indietro?
No, anche se ci ho pensato molto. Sui set ho sempre conosciuto persone simpatiche con cui sono diventata amica: mi piace stare in mezzo alla gente. E qualunque film, bello o brutto che sia, fa di te la persona che sei.