jump to navigation

Edicola – “Io Donna”, anteprima di sabato 29 settembre 2012: le interviste complete a Emma Watson, Garrett Hedlund e Emmanuelle Seigner 29 settembre 2012

Autore: Antonio Genna
Categorie: Cinema e TV, Film, Interviste, Io Donna.
trackback

Il settimanale femminile del Corriere della Sera “Io Donna” (RCS Editori), in edicola da oggi con il quotidiano al prezzo complessivo di 1,50 € (qui sotto la copertina in anteprima esclusiva), propone tre interviste a tema cinematografico: la prima (cover story) è stata rivolta ad Emma Watson, che festeggia la “liberazione” da Harry Potter diventando una cattiva ragazza e tornerà sugli schermi a gennaio in Noi siamo infinito; le altre interviste sono state fatte a Garrett Hedlund, protagonista di On the Road, e ad Emmanuelle Seigner.

A seguire, le tre interviste in anteprima assoluta.

“EVVIVA! MI SENTO LEGGERA”
“Oggi sto bene nella mia pelle, ho imparato ad accettarmi e a rispettarmi: il primo passo
per avere rapporti sani” racconta Emma Watson. Che festeggia la “liberazione” da Harry Potter
diventando una cattiva ragazza. Con un’idea particolare di “catechismo”
di Alessandra Venezia

La piccola Hermione è scomparsa. E con lei il mondo magico di Harry Potter. Buttati via i maglioncini fatti ai ferri, la gran massa di capelli e quell’aria seria e affidabile, Emma Watson si presenta ora in versione post-adolescenziale: inquieta, ribelle e sexy. In Noi siamo infinito, scritto e diretto da Stephen Chboski (autore del bestseller pubblicato nel 1999) ha il ruolo di un’avventurosa teenager di un liceo di Pittsburgh. E non finisce qui: in The Bling Ring, il nuovo film di Sofia Coppola (storia vera di un gruppo di ricchi adolescenti di Los Angeles che saccheggiano, per divertirsi, le case di star come Lindsay Lohan, Orlando Bloom e Megan Fox), la Watson è una ladra alla Bonnie Parker – quella di Bonnie&Clyde – ma con lo stile californiano di oggi, occhialoni da sole e aria annoiata. Gettonatisisma, l’attrice ventiduenne sta girando ora Noah, con Russell Crowe e Anthony Hopkins, diretta da Darren Aronofsky. Un film che, malgrado il tema (noè e la biblica costruzione dell’arca), non promette certo di essere un capitolo del catechismo.
Cattiva ragazza sullo schermo, Emma non lo è nella vita privata: continua a studiare in università prestigiose come Brown e Oxford (si laurea l’anno prossimo), dove – sostiene – riesce a vivere una vita quasi normale, lontana dai paparazzi. Elegante in un vestito nero dal taglio sofisticato, è piacevole, interessante e – perché no? – bene educata.

Finalmente un ruolo da ribelle: dopo anni di Hermione, per lei deve essere una boccata di aria fresca.
Non sa la gioia. Ero a Brown, all’università, quando mi è arrivata la sceneggiatura di Noi siamo infinito. L’ho letta e mi sono ritrovata con le lacrime agli occhi, non so neppure perché.
Ho subito chiamato il mio agente. E quando ho conosciuto Logan (Logan Lerman, che impersona Charlie, il ragazzo timido e imbranato, ndr), straordinario, che dubbi mi potevano restare?
Charlie è una creatura introversa e isolata. Lei che ha vissuto sempre sotto i riflettori, circondata da mille persone, si è mai sentita così sola?
Sono cresciuta lavorando sui set di Harry Potter, un mondo piuttosto isolato e sui generis: non faccio fatica a capire il personaggio di Charlie. Come lui, provavo il continuo desiderio di essere accettata, di sentirmi normale.
Non è che ha deciso di girare questo film per vivere l’esperienza di una high school americana?
Ebbene sì: ho fatto un corso accelerato di scuola superiore! In sette settimane ho concentrato tutto ciò che non avevo mai fatto: danze, giochi, confraternite. Una perfetta esperienza voyeuristica.
Noi siamo infinito è anche una storia di accettazione, di amore. Cosa l’ha colpita in particolare?
Quando ho letto la sceneggiatura, ho provato emozioni diverse. Nessuno mi aveva mai spiegato, per esempio, che un appuntamento non deve necessariamente essere un incontro drammatico, una love story alla Giulietta e Romeo. Puoi anche decidere a chi dare il tuo amore. Puoi scegliere. lo so che è un cliché, ma se tu impari ad amarti, ad accettarti, a rispettarti, puoi veramente trovare un amore vero, e qualcuno che ti farà del bene. Per me è stata una rivelazione (e ha subito trovato la persona “giusta”: Will Adamowicz, suo compagno di università a Oxford, ndr).
Vuole dire che ora si sente meglio?
Ho imparato solo da poco a sentirmi bene nella mia pelle. la cosa triste è che nessuno può insegnarti nulla: impari solo dalle tue esperienze.
Passiamo alle curiosità: lei è talmente popolare tra le teenager che, quando si è tagliata i capelli, ha scatenato una guerra sui forum di internet. C’era chi non la riconosceva più.
Sono contenta che mi si possa vedere in una nuova incarnazione: così riesco a cambiare, a crescere. Sono stata, a dire la verità, un pochino scossa da tanto baccano, ma è sempre lusinghiero essere nei pensieri dei miei fan. Avevo bisogno, comunque, di liberarmi di Hermione.
Ne sa molto di fama e notorietà. E ne sa molto pure Sofia Coppola. Come è stato lavorare insieme in The Bling Ring che affronta, appunto, il tema dell’ossessione per la celebrità?
Sofia, in quanto figlia di Francis Ford Coppola, ovviamente è stata sempre sotto la luce dei riflettori, che lo volesse o no… Quindi di sicuro, questo è un soggetto che conosce bene. A me, in realtà, interessava soprattutto recitare per lei: scrive gran bei ruoli per noi donne. Nicky, il mio personaggio, è dark, affascinante. Sofia la descrive e la fa vivere senza falsi moralismi, letteralmente ossessionata dal culto della celebrità, dal fascino dei valori materiali, dagli status symbol.
È una realtà che fatico a comprendere, il ruolo mi ha costretta a infilarmi nei panni di un personaggio che è il mio opposto. Voglio dire: una inglese come me che impersona quel certo tipo di ragazza di Los Angeles? Istruttrice di yoga e di pole dancing, coi suoi succhi per fare detox e “ripulirsi” l’organismo? La mia è stata un’esperienza straordinaria.
Sì, non è proprio lo stile di Brown o di Oxford. A che punto è coi suoi studi?
Mi manca un semestre per finire, a Brown. E ho studiato letteratura inglese per tre trimestri a Oxford. Sono al giro di boa. A novembre finisco le riprese di Noah, passo Natale coi miei e poi via, all’università.
E Noah? Dall’accademico al biblico.
Darren ha sognato di fare questo film per anni. sarà un’opera biblica, sì, ma nel suo stile: potrebbe essere ambientato sia millenni fa sia nel futuro… È Aronofsky, non vorrà mica che ci racconti la Bibbia in modo convenzionale?

Ed ora l’intervista all’attore Garrett Hedlund.

“E pensare che ho aspettato dieci anni per ritrovarmi sulla strada”
Ha rinunciato a film importanti ma alla fine ce l’ha fatta:
Garrett Hedlund è protagonista di On the Road. Candidandosi a sex symbol planetario,
tra una scena di sesso (finta) con Kristen Stewart
e i baci (veri) a Kirsten Dunst
di Maria Laura Giovagnini

“Caro Marlon, ti prego di comprare i diritti di Sulla strada per farne un film. Tu impersonerai Dean e io sarò Sal”. Era il 1957: Jack Kerouac sapeva che, nel ruolo del coprotagonista, ci voleva uno dal carisma di Brando. Non se ne fece nulla, purtroppo. Quando Walter Salles ha ripreso il progetto, l’esigenza gli era ben chiara. E ha scelto Garrett Hedlund. Biondo, occhi blu, aria sfrontata. Ma non è stato (solo) questo a convincerlo: il giovanotto si è presentato al provino leggendo un testo che aveva preparato in bus verso Los Angeles, sull’emozione del viaggio. Assolutamente perfetto per lo spirito del romanzo («Dobbiamo andare e non fermarci finché siamo arrivati». «Dove andiamo?». «Non lo so, ma dobbiamo andare» scriveva Kerouac).
E così la vera sorpresa di On the Road – oltre a Kristen Stewart al suo primo personaggio trasgressivo, nudo compreso – è lui, il ventottenne che arriva da un paesino del minnesota. Già Patroclo in Troy, già Sam in Tron: Legacy, oggi fidanzato felice di una star (Kirsten Dunst, conosciuta proprio su questo set). Uno che di strada ne ha fatta parecchia, non per modo di dire…
«Sono cresciuto in una fattoria vicino a roseau, dove viveva tutta la mia famiglia, di origine svedese» si racconta lui con calma (non si è ancora buscato il terribile virus hollywoodiano “del-privato-non-parlo”). Del bello & maledetto ha solo gli occhiali da sole («stanotte abbiamo festeggiato il film con un po’ troppo champagne, mi sento a pezzi») e l’uso facile delle parolacce. «Tutti pensavano che sarei finito male. Dovevo inventarmi dei passatempi, non c’era gran che da fare».
E ha pensato subito alla recitazione come via di fuga?
Da ragazzino guardavo film con mio fratello, mia sorella e mio padre (si è separato da mamma quando avevo pochi mesi). da noi si prendevano appena tre canali, utilizzavamo parecchio il videoregistratore. Ero affascinato da chi appariva sul piccolo schermo… Un giorno ho capito: «ecco quel che voglio diventare». Sul retro di un vhs c’era l’indirizzo di uno studio cinematografico e ho mandato una lettera: «posso essere in una delle vostre serie?».
E poi?
Non mi ha risposto nessuno.
Però non si è arreso.
A 14 anni mi sono trasferito con mia madre in Arizona: la scuola, con i suoi tremila studenti, era più grande del posto da cui venivo, che arrivava sì e no a 2500 abitanti! lì ho pensato di studiare sul serio recitazione: così, appena finite le superiori, sono partito per Los Angeles. Ho avuto fortuna: soltanto pochi mesi dopo ero sul set di Troy…
Quando ha scoperto On The Road?
L’ho letto a 17 anni. Sono corso sul web per vedere se ci fosse un film in lavorazione, e ho visto che se ne stava occupando Francis Ford coppola. non ci riuscirò mai, mi sono detto. Ci tenevo così tanto! non è un libro sulla Beat Generation: riguarda tutti i giovani che cercano il loro percorso nella vita e hanno fame di libertà. Mi ha così influenzato che ho cominciato a scrivere, in modo spontaneo, seguendo la corrente… per fortuna, quando il progetto è partito con Salles, ero a bordo!
Ma ci sono voluti tre anni perché si concretizzasse…
Nel frattempo, rifiutando film importanti, mi sono documentato con cura. Ho parlato con tutti quelli che avevano conosciuto Neal Cassady (il poeta amico di Kerouac cui il suo personaggio è ispirato, ndr), ho visto il materiale d’archivio…
Un approccio da secchione.
In effetti… ma anche per Country Strong (il film del 2010 con Gwyneth Paltrow, ndr) avevo lavorato sodo, imparando a suonare la chitarra.
Qualche imbarazzo nel girare le scene di sesso con Kristen Stewart?
No, anzi: ci siamo sentiti stranamente a nostro agio… eravamo presi dai nostri personaggi, ci siamo lasciati andare. Nella stanza c’eravamo solo noi e Walter, che non è tipo da importi: «Falle scivolare la mano sulla schiena, fai questo, fai quello».
E dopo è arrivato Inside Llewyn Davis, diretto dai fratelli Coen.
Due ragazzi del minnesota, come me. E nel cast c’è pure Oscar Isaac, uno dei miei migliori amici. Accidenti: se è un sogno, non svegliatemi.

Infine, l’intervista all’attrice francese Emmanuelle Seigner.

“ADORO MIO MARITO (POLANSKI)
MA MI MANCA SARKOZY

Emmanuelle Seigner rimpiange l’ex presidente e se ne infischia se i colleghi “tutti di sinistra” la criticheranno.
E comunque “la grande famiglia del cinema francese mi fa schifo”.
Incontro spiazzante con l’unica diva francese rock’n’roll. “Punk, prego”
di Paola Piacenza

Ordina un caffè «non italiano, americano» e poco dopo, quando inavvertitamente lo versa sul registratore della cronista, conclude semplicemente: «Tanto non era buono».
Emmanuelle Seigner, appena vista alla mostra del cinema di Venezia nel film di chiusura L’homme qui rit, di Jean-pierre Améris, dal romanzo di Victor Hugo, è nata per spiazzare.
All’intervista si presenta vestita come una teen ager (mai visti 46 anni portati meglio): t-shirt rosa confetto, un omaggio a Hollywood e Marilyn Monroe come riporta la sbiadita fantasia. Jeans attillati infilati negli stivali di tela sdruciti. Un solo vezzo: un pendente d’argento raffigurante una chitarra elettrica.
Rock’n’roll, come dicono dalle parti sue. “punk” preferisce lei.
Nel film che chissà se in Italia vedremo mai – ma forse non dobbiamo nemmeno troppo augurarcelo – è una duchessa ricca e capricciosa che si invaghisce del giovane uomo sfigurato, “l’uomo che ride” del titolo, nobile rapito da bambino, immortalato in un ghigno perenne da un chirurgo sadico, e diventato attore per conto del girovago Gérard Depardieu.

Una figura condannata ad apparire, ma col desiderio segreto di sparire. La condizione perenne dell’attore.
Nel nostro mondo sparire è difficile, c’è sempre qualcuno che ti filma col telefonino. Adoro recitare, cantare, mettermi in mostra su un palcoscenico, ma questo aspetto del lavoro, per cui tutti si sentono in diritto di avere un’immagine di te, lo detesto.
Gli ultimi due anni devono essere stati duri (il marito Roman Polanski è stato arrestato in Svizzera per un’accusa di stupro risalente al 1977. Infine non è stato estradato ma liberato). Che idea si è fatta della giustizia?
Non lo so, non sono la persona giusta per parlare di questa cosa.
Però è apparsa poco in pubblico negli ultimi tempi.
Non è per questo, ora lavoro a teatro, sto ultimando le prove (all’Odéon il 18 ottobre debutta in Le Retour di Harold Pinter, per la regia di luc Bondy, ndr), ho inciso due dischi e ho fatto una tournée che mi ha preso due anni.
Cosa prova sul palco, quando dà un concerto: paura o eccitazione?
Sono eccitatissima. Ho appena inciso il mio terzo album a New York con Adam Schlesinger, il produttore degli Smashing Pumpkins. Canto in inglese, come nel mio primo disco. Il secondo l’avevo fatto in francese ma poi quando sono sul palco mi annoio da morire a cantare quelle canzoni sdolcinate. Quella non sono io.
Le piace essere multitasking?
Gli attori lo sono quasi sempre. Anche Marilyn Monroe cantava, persino per il presidente, Frank Sinatra era attore e cantante, Brigitte Bardot anche. In America ci sono Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Juliette Lewis.
Lei non ha cantato per il presidente, ma ha firmato l’appello con cui invitava a votare per Nicolas Sarkozy.
Non mi ero mai esposta politicamente prima. Ma pensavo fosse importante, l’ho fatto solo per lui. Mi spiace molto che Sarkozy non sia stato rieletto.
Perché?
Perché penso che sia stato un buon presidente, efficiente, competente. Ora la Francia sarà più debole. Mi fa tristezza. Sarkozy è stato molto attaccato, detestavo le critiche assurde che gli facevano.
Per esempio?
Aveva tutti i media contro. Lo criticavano perché aveva festeggiato la vittoria da Fouquet (ristorante molto chic sugli Champs Elysées, ndr). Avevo voglia di difenderlo. L’ho molto amato. So che nel mio mestiere sono tutti a sinistra. E che mi detesteranno per quello che sto dicendo, ma io me ne frego. Ho sempre fatto scelte di cuore, non sono politicamente corretta.
Tre film con Polanski, ma l’ultimo, La Nona Porta, risale al 1999. Tornerete a lavorare insieme?
Sì, ma è un segreto, non posso dire niente, ci lavoriamo da un po’. Adoro lavorare con Roman, è un genio.
Sarà un sequel di Luna di fiele?
No (ride). Quel film ha scatenato una tale violenza contro di me e contro Roman! Ero giovane, non mi rendevo conto. Adesso è diventato un cult movie, ma allora la reazione è stata atroce.
Era un film degli anni Novanta, quando lo shock per l’Aids era ancora fortissimo, il sesso era brutto, non gioioso e libero come negli anni Settanta. Solo Julian Schnabel l’aveva adorato. Mi aveva detto: «Un giorno lavoreremo insieme». E quindici anni dopo mi ha chiamato (2007, Lo scafandro e la farfalla, ndr).
Ha esordito con Jean-Luc Godard…
Non è andata tanto bene con lui, non ci capivamo. Non dovrei dirlo, Godard è un mito, ma mi irritava moltissimo, lo trovavo…
Cerebrale?
I suoi film non mi piacciono. E poi con me è stato sempre orribile, non smetteva di farmi notare che mi aveva preso solo a causa del mio fisico. Ero giovane, lavoravo come modella, quando mi ha proposto il film è stato un coro di: «Oooh, Godard!». Ma alla fine delle riprese lui ha dichiarato a un giornale che prevedeva per me una carriera nei film porno. Molto carino. Era abituato a essere adorato, e infatti tutta la troupe pendeva dalle sue labbra, tranne me che me ne fregavo di lui. Ero totalmente punk, facevo cose che non posso dire ma che lo rendevano nervoso. Ma anche se non è stata una bella esperienza, so che fa molto class poter mettere nel curriculum un esordio con Jean-luc Godard.
Non le interessa granché far parte della blasonata famiglia del cinema francese?
Per niente, anzi mi fa orrore. soprattutto in Francia, fanno abbastanza schifo. la mia famiglia ce l’ho. E non mi interessa frequentare la gente dell’ambiente. Ho pochi amici, forse solo Julian schnabel: quando vado a New York sono sempre ospite sua. Mi piace perché è un artista, mi piacciono le persone che fanno cose diverse. Come vorrei fare io, moda, teatro, cinema, musica.
Ha mai avuto un mito?
Sì. Lou Reed. Quando l’ho incontrato sul set di Berlin (documentario di Julian Schnabel, ndr) è stata la cosa più emozionante della mia vita.