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TV – Su Rai 1 la fiction “Caruso, la voce dell’amore” 23 settembre 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV.
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“Caruso, la voce dell’amore”, in onda questa sera e domani in prima serata su Rai 1, è una fiction coprodotta da Rai Fiction e Ciao Ragazzi!, con Gianluca Terranova nei panni di Caruso, Vanessa Incontrada nelle vesti di Ada Giachetti e Martina Stella nel ruolo di Rina Giachetti. La regia è curata da Stefano Reali, anche autore della colonna sonora e co-sceneggiatore con Massimo e Simone De Rita, Filippo Gravina, Guido Iuculano e la collaborazione di Melania Romanelli.
Di seguito, alcuni approfondimenti sulla fiction, la trama dettagliata e le note del regista.

“La vita mi procura molte sofferenze.
Quelli che non hanno mai provato niente,
 non possono cantare”
….

“Un gran torace, una gran bocca,
 il 90 per cento di memoria,
il 10 per cento di intelligenza,
un sacco di duro lavoro e qualcosa in cuore”
(Enrico Caruso)

C’è stato un tempo in cui si è cominciato ad ascoltare musica che usciva da una macchina: il grammofono o la radio. C’è stato un tempo in cui è nato il disco. Un tempo in cui le folle andavano in delirio per gli interpreti dell’opera lirica. Questo è il tempo di Enrico Caruso. La sua storia è il ritratto di un’epoca, di un modo di vivere che ancora oggi sono attuali e contemporanei. È stata la prima vera “star” a livello internazionale. Il primo divo da star-system, imitato anche nell’abbigliamento. Apprezzato e amato dal pubblico e dalla critica di tutto il mondo per il suo grande carisma e per la sua inconfondibile voce, Caruso ha affascinato, e continua ad affascinare, generazioni intere. Un italiano, un napoletano, un emigrante che all’apice della sua carriera conquistò i teatri di tutta l’America e che venne consacrato come il più grande tenore di tutti i tempi. Un uomo che ha rappresentato un ponte fra due culture e che ha fissato in modo indelebile i canoni dell’iconografia dell’italiano d’America.

“Caruso, la voce dell’amore”, una coproduzione Rai Fiction – Ciao Ragazzi!, con Gianluca Terranova nei panni di Caruso, Vanessa Incontrada nelle vesti di Ada Giachetti e Martina Stella nel ruolo di Rina Giachetti. La regia è di Stefano Reali che firma le musiche e anche la sceneggiatura con Massimo e Simone De Rita, Filippo Gravina, Guido Iuculano e la collaborazione di Melania Romanelli. In prima serata su Rai1, domenica 23 e lunedì 24 settembre.

Caruso nasce poverissimo a Napoli alla fine dell’Ottocento. Comincia, poco più che bambino, a cantare nei ristoranti della sua città per guadagnarsi da vivere. A vent’anni si avvicina al bel canto e in pochissimo tempo la sua voce, morbida e dolce, lo porterà ad esibirsi alla Scala di Milano.  Poi l’ascesa nello sfavillante mondo dello spettacolo e della notorietà.

Partendo dal racconto degli ultimi giorni di vita del grande tenore, la miniserie racconta il percorso artistico e personale di Caruso, dall’infanzia del bambino talentuoso agli esordi, fino ai successi americani del Metropolitan e alla definitiva consacrazione come “stella” mondiale della lirica. Centrale, nel racconto, la tormentata unione, fatta di slanci passionali e tradimenti, con Ada Giachetti, cantante lirica e donna molto determinata, madre dei due figli di Caruso alla quale si contrappone l’affetto solido e l’intesa duratura con Rina, la sorella di Ada, una donna dolce e remissiva che sosterrà Caruso sempre, senza remore, sia nella vita artistica che familiare. E’ la storia di un personaggio dalle mille sfaccettature, una vita sempre in corsa: da una parte la carriera, fatta di luci, applausi, ovazioni e straordinari successi, dall’altra il privato, con la fragilità del suo lato umano, le difficoltà in famiglia, gli amori, le scelte affrettate e a volte sbagliate.

Di seguito, le note del regista Stefano Reali.

“La voce più moderna e commovente di tutti i tempi”

Per quanto mi riguarda, voglio dire dal punto di vista del racconto e del mio apporto alla sceneggiatura fin da quando mi è stato proposto il progetto, la vita di Caruso mi è sembrata un’occasione irripetibile per fare uno studio su come, e se, si possa conciliare l’Amore con il Talento Artistico. Naturalmente non parlo del talento semplice, ma del Genio, del Divo, del Mito Vivente.

Voglio dire che viviamo in un’ epoca dove gli unici veri miti inossidabili sembrano essere le rockstar, (si pensi alla longevità di uno come Mick Jagger, sulla breccia da più di cinquant’anni), e soprattutto le rockstar che hanno avuto un successo costruito sull’indissolubile binomio di Genio e Sregolatezza.  Artisti che non diventano famosi solo per il loro talento, ma anche per la loro avvenenza fisica, per il loro fascino-al-di-là-della-loro-arte, e per il loro incarnare i sogni di emulazione di tanti, tantissimi fan.

Caruso era la rockstar dei suoi tempi. Era geniale e sregolato. Era idolatrato dalle folle, per il suo fascino, anche fuori dalla scena.  E’ stato grande in tanti personaggi diversi tra loro, e aveva in repertorio più di ottanta opere, tra cui diverse contemporanee.  E’ stato il primo artista a superare il milione di copie di dischi venduti in tutto il mondo (come “Vesti la giubba”, da Pagliacci), ma ha anche sdoganato la canzone napoletana, ai suoi tempi considerata un genere di serie C, e l’ha elevata alla stessa nobiltà artistica della romanza d’opera, al punto che, oggigiorno, qualunque tenore classico, anche in Corea del Sud o in Australia, è tenuto a conoscere e ad avere nel suo repertorio canzoni napoletane, come  “I’ te vurrìa vasà”, esattamente come deve conoscere  “Vesti la giubba”.

Non solo. Ai tempi di Caruso, se uno spettatore voleva ascoltare una sola romanza, era comunque costretto ad andare in un teatro e ascoltare tutta l’opera, con scene e costumi.  Invece Caruso ebbe l’idea, e il coraggio, all’inizio del Novecento, di esibirsi al Metropolitan di New York accompagnato solo dal pianoforte,  cantando canzoni napoletane, oltre ad arie d’opera, intrattenendo il pubblico tra un’aria e l’altra con battute e risate, di fatto inventando una formula che prima di lui non esisteva: quella del moderno recital, la stessa in cui oggi eccellono artisti come Fiorello o Proietti.

E in più, oltre al suo talento di intrattenitore carismatico, Caruso aveva la sua Voce. Per alcuni rimane ancora la Voce più moderna e commovente di tutti i tempi.  Il suo timbro scuro, quasi da baritono, gli permetteva di esprimere una sessualità tutta maschile che mandò in visibilio le folle, e che fece a pezzi il “belcantismo” imperante nei tenori fino a quel momento. La voce di tenore, di colpo, acquistò una virilità che fino ad allora sarebbe stata impensabile, o comunque incompatibile con le note acutissime che le partiture richiedevano. Caruso rese possibile questo ‘miracolo’: una voce maschile, ma che è in grado di salire fino in paradiso.  La sua veracità tutta napoletana gli conquistò quella simpatia in scena, e fuori, che è il necessario complemento di ogni “rockstar”, di qualunque epoca.  A questo punto viene da pensare: in cosa può interessare, in televisione, la vita di un uomo che ha avuto tutto, senza fatica?

La verità è che Caruso non ha avuto proprio tutto.  Tanto per cominciare non ha avuto molto tempo. E’ morto a quarantotto anni. Causa della sua vita sregolata, e piena di eccessi, in campo di cibo, sesso, tabacco, e lavoro senza sosta?  Forse. Ma questo, a mio avviso, ha reso ancora più attraente il dibattito tematico di questo biopic,  la sua domanda di fondo:  è possibile, per un artista che dà gioia a tutto il mondo, usare lo stesso metro di giudizio etico che si userebbe con una persona qualunque? E d’altro canto, un artista di grande talento, pur avendo fama, ricchezza ed onori, probabilmente paga in modo pesantissimo l’impossibilità di vivere l’amore come chiunque altro.

Insomma l’Amore e il Genio sono compatibili, o no? Si può pretendere, da un grande artista, che sia anche un uomo virtuoso? E che dire allora di Michael Jackson, Jimi Hendrix, Charlie Parker, Jim Morrison,  che hanno costruito la loro fama sulle loro trasgressioni, oltre che sul loro talento?  Guarda caso, si tratta di artisti che hanno tutti pagato duramente la loro vita sregolata. Sarebbero stati in grado di regalarci i loro immortali capolavori se non si fossero nutriti dei loro eccessi? C’è chi dice di sì, e chi dice di no. C’è chi dice che l’Amore, anche per se stessi, probabilmente li avrebbe salvati dalla loro fine prematura.

Ecco, il film vuole raccontare proprio questo. E il fatto che l’azione si svolga in un momento della nostra epoca in cui non esisteva  non dico Internet, ma neanche la Radio, a mio avviso, non fa che rendere ancora più universale il dibattito, e a svincolarlo dalla massificazione mediatica che viviamo oggigiorno.

Bisogna anche dire che Caruso è diventato Caruso grazie ai dischi. E’ stato il primo a capire che il fatto di  congelare la bellezza della sua voce nell’ indistruttibilità della ceramica dei dischi, lo avrebbe reso immortale, oltre che famosissimo in tutto il pianeta. I teatri di ogni parte del globo vollero Caruso, perché avevano sentito la sua voce sui dischi. E lui non si risparmiò. Mai.

Sono grato al direttore di Rai Fiction Del Noce di avermi concesso la possibilità di far interpretare il ruolo ad un vero tenore, come Gianluca Terranova.  E’ una scommessa inedita e assoluta. Per un ruolo da protagonista di un film importante come questo, sarebbe stato più logico investire su un attore di “chiamata” televisiva. Ma probabilmente non avremmo avuto quella verità, quella fragranza, quell’autenticità esecutiva che ha avuto Terranova nel ruolo, un vero atleta della scena.  E comunque,  per quello che riguarda i “nomi di chiamata”, ho potuto contare su due star come Vanessa Incontrada e Martina Stella, nella parte delle due sorelle Giachetti, che hanno ambedue sacrificato la loro vita all’amore per Caruso.

Un’altra grossa fortuna di questo film è stata quella di poterlo girare nei posti e nei teatri veri dove è cresciuto Caruso: i bassi di Napoli, i suoi caffè chantant, dove cominciò la sua carriera come posteggiatore, mentre lavorava ancora come tornitore in un’officina meccanica… e poi il San Carlo, con la sua maestosa mole, dove Caruso fu fischiatissimo dai suoi concittadini e giurò di non cantare mai più a Napoli…

E il Verdi di Salerno, il Mercadante, e il Bellini, dove ci fu il suo debutto assoluto, nell’ “Amico Francesco”… Insomma, il fatto di avere girato tutto nei posti e nei luoghi veri ha sicuramente dato una grande verità al film, una verità di cui sono grato alla produttrice Claudia Mori, che non solo ha concesso il numero di figurazioni e di ricchezze di cui il racconto aveva bisogno, ma che fin dall’inizio si è opposta ad ogni ipotesi di delocalizzazione.

Nonostante si parli della vita di quello che probabilmente è stato il più grande tenore di tutti i tempi, questo non è un film-opera: è piuttosto un estratto della sua vita, una vita avventurosa, dove noi autori ci siamo concessi, ogni tanto, la licenza di accorpare avvenimenti e personaggi, per tentare di dare la possibilità al racconto televisivo non solo di risultare efficace e coinvolgente, ma anche di restituire al personaggio Caruso il senso della mission di tutta la sua vita: l’amore per la Gente, per il suo pubblico, a costo del sacrificio di ogni altra cosa.

Un discorso a parte merita la musica di commento. Pur avendo già composto ed orchestrato molte colonne sonore di genere sinfonico, il fatto di scrivere temi che poi sarebbero stati montati vicino a “E lucevan le stelle”, o “O soave fanciulla”, mi faceva venire i brividi. E così ho scelto di usare un organico orchestrale più intimista, anche se sempre sinfonico, in modo da differenziarmi il più possibile da quello delle opere cantate da Caruso. E in modo da costruire quindi una sotto-trama musicale, più lieve, che seguisse gli stati d’animo dei personaggi non-cantanti, e a volte anche di Caruso stesso. Spero che questo tipo di commento, ove ogni tanto riecheggiano anche ricordi di classici napoletani come ‘Era de Maggio”, possa funzionare, dal suo piccolissimo posticino, senza ingombrare troppo lo spazio degli immortali capolavori dell’Opera di tutti i tempi di cui questo film è costellato.

Ed ecco la trama delle due parti.

Prima puntata

Napoli. Il giovane Enrico Caruso, per tutti “Errì”, lavora con il padre e il fratello Giovanni in fonderia nel suo quartiere. Caparbio e passionale, Enrico sogna in grande: diventare un famoso tenore, amato e rispettato da tutti. Svestiti i panni sporchi del manovale, infatti, Enrico alla sera si trasforma in saltimbanco, animando con la sua voce possente e “ruvida” le serate nelle osterie della città. Ed è proprio durante una di queste serate che Enrico viene notato dal Maestro Vergine, che gli propone un’audizione nella sua scuola. Nonostante le ire del padre, che vorrebbe un figlio dedito a un mestiere sicuro, Enrico non ha alcuna intenzione di rinunciare al suo sogno, specie se questo può rappresentare un’occasione di riscatto e di onore per la sua famiglia e per sua madre – l’unica che credeva veramente in lui – morta tragicamente in seguito ad una malattia. Quando Vergine lo prende nella sua classe, Enrico lascia l’officina per dedicarsi finalmente a ciò che meglio sa fare: cantare.

Le prove con il Maestro sono dure e faticose, specie quando Enrico vuole dimostrare di essere un vero tenore e non un baritono, come sostiene lo stesso Vergine. Il Maestro, tuttavia, riconosce il valore di Enrico ed è determinato a lanciarlo nel firmamento delle star, procurandogli un’audizione per la Bohème, scritta dall’astro nascente Giacomo Puccini. Stella luminosa, del resto, è anche Ada Giachetti, il soprano che Enrico sente cantare per la prima volta all’opera e del quale si innamora fin dal primo istante. L’audizione con Puccini, seppure improvvisata al grido di O’ sole mio, è un biglietto da visita importante per Caruso, che viene scelto come tenore sostituto di Ferdinando De Lucia, che affianca la Giachetti nella Bohème. Ada, dapprima inarrivabile, è ormai ad un passo da Enrico.Quando De Lucia si ammala, a ridosso della prima, il momento di Enrico è finalmente arrivato: vincendo tutte le resistenze, specie quelle di una gelida Giachetti, ma contando sull’appoggio incondizionato di Puccini, Enrico debutta al fianco della donna che ama: il successo è clamoroso. Ada, in un primo momento fortemente contraria a cantare con lui, si lascia pian piano andare, apprezzando la forza e il carattere di Enrico, di cui Ada si scopre perdutamente innamorata. L’ammirazione, scena dopo scena, si è trasformata in una passione travolgente.

Ai successi nella carriera, però, Enrico vede affiancarsi le difficoltà che questa comporta, specie nella gestione degli affetti più cari, dal rapporto perennemente conflittuale con il padre a quello altalenante con Giovanni, che lo incita a spingere sempre al massimo – spesso anche contro le stesse possibilità di Enrico, che scopre di avere una malformazione alle corde vocali. E ancora, l’amore non corrisposto di Rina, la sorella di Ada, che si innamora di lui ma che è costretta a reprimere i propri sentimenti per non minare la serenità della famiglia, e l’improvvisa assenza di Ada dalle scene per una gravidanza inaspettata, che non accetterà mai fino in fondo e che diventerà causa di un profondo risentimento proprio nei confronti dell’uomo che l’ha resa felice. Enrico tenta con tutte le sue forze di riconquistare l’affetto della donna che è ormai un muro di rabbia e silenzio.

Ma la voce di Enrico, unica e potente, supera ogni avversità, riuscendo a travalicare i confini e l’oceano. Grazie alla prima registrazione della storia della musica, infatti, Enrico viene notato in America, dove un impresario del posto gli apre le porte del Metropolitan di New York e dove scopre di avere l’affetto incondizionato del pubblico. Enrico e Ada vivono giorni lontani l’uno dall’altra: lui brilla nei teatri americani e lei tenta di ritrovare se stessa nell’enorme villa che Enrico

le ha comprato nella convinzione di renderla felice. Sola e pensierosa, Ada scopre di essere incinta una seconda volta di Caruso ma nello stesso tempo comincia a ricambiare le attenzioni di Cesare, l’autista personale che Enrico ha scelto per lei. Spettatori inermi di un amore – quello di Enrico e Ada – sempre più in affanno, Giovanni e Rina. Sarà quest’ultima ad avvertire Enrico di ciò che sta accadendo proprio dentro le mura di casa sua.

Seconda puntata

New York. Enrico, il giovane Errì di belle speranze che a Napoli sognava di diventare tenore, è per tutti ormai il “Grande Caruso”. E’ il divo del momento, acclamato e idolatrato dalla città che non dorme mai e che lo ama senza riserve, come un figlio. Per tutti gli italiani in America, del resto, Caruso rappresenta il riscatto dell’emigrante, l’orgoglio italiano; per Gerome e Luisa, i due emigranti dal cuore d’oro che l’hanno accolto in casa propria, Enrico è soltanto una persona generosa e desiderosa di affetto. Salutandoli dal piroscafo in partenza che sta per riportarlo in Italia, Enrico si commuove. Sa che è arrivato il momento di tornare a casa: Rina, infatti, gli ha scritto una lettera dove gli annuncia la nascita di Enrico jr., il suo secondogenito.

Sulla nave, Caruso incontra la giovane Dorothy, bella e “luminosa come il sole di Napoli” con la quale entra in immediata sintonia. I due parlano a lungo della famiglia, della fama, dell’amore. Dorothy sembra molto saggia per la sua giovane età e ad Enrico questo non sfugge. Il suo cuore, però, è in trepidante attesa di conoscere il figlio appena nato e di rivedere l’amata famiglia: la fedele Rina, il fratello Giovanni, il figlioletto Foffo. E la “sua” Ada, che non ha dimenticato nonostante le “avventure” senza importanza con questo o quel soprano e con la quale vuole riconciliarsi al più presto.

Ma il sogno di riunire la famiglia si infrange ben presto con la realtà dei fatti. Il padre, rimasto a Napoli, passa il tempo nelle osterie e spende per l’alcol tutti i soldi che riceve dal figlio; Ada è distante, lontana dalla donna passionale e innamorata capace di rinunciare a tutto per lui; Rina e Giovanni custodiscono un segreto che non deve essere rivelato; Cesare è laconico e pensieroso. Anche Enrico, d’altro canto, nasconde una grande preoccupazione: un dolore lancinante alla gola che lo costringe ad andare spesso dal medico. Un dolore per il quale dovrebbe smettere di cantare. E quando scopre la relazione tra Ada e Cesare, Enrico, stanco e deluso, decide di ignorare le richieste dei medici e di gettarsi con rinnovato vigore nella carriera.

Tornato a New York, Caruso è un professionista sempre più esigente: pretende gli ingaggi più cospicui dell’epoca, decide quando e cosa cantare, tanto da intonare dal palco del Metropolitan O’ sole mio, dedicandola agli emigranti presenti in sala. Nel frattempo tenta di costruire, proprio nella Grande Mela, la famiglia che gli manca in Italia, alimentando il sogno di Gerome e Luisa di aprire un ristorante e impegnandosi a fondo nell’ inaugurazione del locale. Si accorge, però, che la vera famiglia è in realtà insostituibile e decide di tornare a casa per un ultimo tentativo di riavvicinamento. Questa volta è convinto di essere cambiato, si sente pronto a perdonare la sua compagna e a mettere la famiglia al primo posto. Ada, però, non gli crede, ed ha fatto la sua scelta: andrà via con Cesare e lascerà ancora una volta Enrico pieno di amarezza per l’abbandono e per la mancanza di gratitudine di coloro che gli stanno intorno.

La vita di Enrico, folgorante sul palco, è in realtà dietro le quinte una continua fonte di delusioni e infelicità. Ada viene condannata al carcere per diffamazione dopo che, spinta da Cesare, tenta di estorcere ad Enrico del denaro; il padre muore solo e abbandonato; il suo impresario americano lo licenzia; le condizioni della sua laringe diventano sempre più critiche. Ma Enrico non si arrende, determinato a vivere la vita fino in fondo.

La stessa vita che gli ha tolto tanto, infatti, sta per regalargli il dono più bello: Dorothy. La saggia ragazzina del piroscafo, ormai una donna, è la luce che Enrico stava aspettando e grazie alla quale può godersi gli anni che gli restano. Una moglie che lo ama incondizionatamente, disposta a sacrificare la sua giovinezza pur di stargli vicino nella gioia e nel dolore e pronta a regalargli un figlio. Caruso non può che arrendersi a quell’amore puro e candido. E anche ad una malattia che non lo molla. Circondato dagli affetti più cari – Giovanni, Rina, Ada, con la quale ha un commovente riavvicinamento – e soprattutto Dorothy, Enrico muore a 49 anni, passando alla storia come uno dei più importanti e famosi tenori al mondo, amato e ricordato da tutti.

Infine, alcune curiosità.

  • A pochi metri di distanza dalla cappella dove riposa Enrico Caruso, è presente la tomba di Antonio de Curtis detto Totò.
  • È stato il primo artista della storia a vendere più di un milione di dischi, con l’aria “Vesti la giubba” dall’opera “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, incisa nel 1904.
  • Il film “Fitzcarraldo” di Werner Herzog del 1982 ha come protagonista un melomane (Klaus Kinski) ossessionato da Caruso al punto da voler costruire, per farlo esibire, un teatro lirico nella profonda foresta amazzonica, ad Iquitos.
  • Gli è stato dedicato un asteroide, 37573 Enricocaruso.
  • Lucio Dalla gli ha dedicato una canzone intitolata appunto “Caruso”, celebre in tutto il mondo. Il brano venne scritto a Sorrento nell’albergo in cui Caruso soggiornò negli ultimi mesi di vita. Dalla si trovò casualmente ospite nell’albergo in attesa del ricambio di un pezzo della sua imbarcazione che si era guastata poco prima. La canzone ha venduto 9 milioni di copie nel mondo ed ha vinto la Targa Tenco come miglior canzone dell’anno.
  • Anna Magnani, Renata Tebaldi, Sophia Loren, Andrea Bocelli, Enrico Caruso e Arturo Toscanini risultano essere le uniche personalità italiane ad avere una stella nella celebre Hollywood Walk of Fame di Hollywood.
  • E’ aperto al pubblico dal 25 febbraio 2012 il Museo Enrico Caruso, l’unico in Italia dedicato al tenore. Situato nella Villa Caruso di Bellosguardo a Lastra a Signa, il museo raccoglie cimeli ed oggetti quotidiani appartenuti al grande tenore.