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TeleNews #137 – La Rai degli sport perduti: prossima tappa la Formula 1 – ​Il calcio Sky punta il Cielo sul 9 – Giù le mani da Miss Italia – Veline, le anti Miss – Carlo Conti e Paolo Bonolis – Se Amendola va con i Cesaroni nell’antica Roma – Pay tv, è la scienza il vero show – Critica: G’Day, Quinta colonna, Se stasera sono qui, Cristina Parodi Live – Interviste: Fabio Volo, Teo Mammucari – Telefilm: Copper 14 settembre 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Auditel, Cinema e TV, Interviste, TeleNews.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” propone una rassegna stampa - segnalando le fonti di provenienza - di notizie ed argomenti vari legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, cliccate qui per lasciare il vostro messaggio.

  • La Rai degli sport perduti: prossima tappa la Formula 1
    Dal 2013 metà del Mondiale di F1 su Sky in esclusiva, dal 2014 metà della Moto Gp su Sky in esclusiva, ma almeno quella la tolgono a Mediaset, che però ai tempi la tolse alla Rai. 90° Minuto, alla Rai, c’è sempre, ma adesso arriva dopo la mitragliata dei gol su Cielo, in ritardo di un quarto d’ora: nulla, ma simbolicamente vale tanto. Ancora e solo citando i casi più rilevanti, la Champions League su Mediaset da quest’anno, e mettiamoci anche il ricordo fresco di quelle Olimpiadi dimezzate contando i minuti acquistati rispetto alla concorrenza (Sky) che dava 2000 ore e tu 200.
    Forse hanno ragione quelli di RaiSport a dire che la Rai non molla, ma sicuramente barcolla, non poco e da anni. Il processo di erosione è lento ma costante, data dai primi anni Novanta quando il business pay-tv va sulle dirette del calcio, passa da stagioni difficili in cui a 90° Minuto, per dire, si è rinunciato del tutto (a favore di Mediaset, che non se ne fece granché), arriva ai giorni nostri, quelli in cui scatta la mozione degli affetti civili: i prezzi sono diventati folli, per lo sport di primo piano, un servizio pubblico pagato coi soldi di tutti deve fare i conti con la situazione. Bene, e allora?
    Novantesimo Minuto, ecco: il programma è simbolo ancora fortissimo, anche se quelli che ricordano Paolo Valenti e sono cresciuti nel mito di quell’oretta scarsa di gol (e ripresi anche male, e sceneggiati da un gruppetto di giornalisti tendenti al comico) hanno pressappoco l’età dei datteri, ma il simbolo conta. Da domenica 90° non sarà il primo programma sul calcio in chiaro, c’è caso che non se ne accorga nessuno ma sentirlo dire fa comunque impressione.
    Come farà molta più impressione dal prossimo anno la sparizione di metà dei Gran premi della F1 dagli schermi Rai: e in un contesto in cui si annuncia la Ferrari in palla e in un settore, quello dei Gran Premi, che ha ascolti pazzeschi anche in epoca in cui gli ascolti pazzeschi non li fa più nessuno. Nel 2008 e per due anni Sky trasmise i Gp in contemporanea con la Rai e puntando ad offrire multicanali e altre diavolerie e riprese stellari: la forza del gratis vinse comunque, la gente premiò la vecchia azienda. E quindi Sky ora ha pagato salatissima l’esclusiva.
    Così come via via negli anni è successo in molti altri sport di primo piano: momento cruciale, quel giorno del 2005 quando la pay-tv annunciò di aver preso i diritti dei Mondiali di calcio, impensabile fino ad allora, trasmettendoli per intero e lasciando alla Rai l’essenziale e poco più. Ascolti sempre non confrontabili, Rai vince comunque – anche alle ultime Olimpiadi risultati lusinghieri – ma sempre partendo come i derelitti della situazione di fronte ai compagni ricchi e belli.
    Ma conta l’idea o, come si dice, l´immagine che dai all’esterno: l’affievolirsi sempre più della presenza Rai nello sport di alto livello, i due canali sportivi del digitale terrestre riempiti con discipline di terza fascia, l’abbarbicarsi alla Nazionale sperando che il cammino sia tranquillo fino al Brasile e, a questo punto, con timori forti sul poco rimasto in esclusiva: se sei chiaramente debole sull’esborso dei soldi per i diritti – l’unica cosa a cui tiene lo sport ad alto livello – è come sanguinare con lo squalo nei paraggi e il riferimento a Murdoch non è casuale.
    Ma dal tempo in cui il vituperato canone Rai garantiva una presenza di sport più che dignitosa – se non ricchissima, decenni fa – sembra passata un’era geologica. E gli squali si divertono, arrivando a pagare anche il diritto di precederti di un quarto d’ora (un quarto d’ora) sul tuo terreno, l’unico che ti è rimasto: «In fondo non cambia nulla» dicono a RaiSport, e quella sensazione per cui sai che sostanzialmente hanno ragione ma intanto tutto intorno sembra franare il panorama è forse l’ultima beffa per i deboli.
    (fonte: “La Repubblica”, 13 settembre 2012 – articolo di Antonio Dipollina)
  • Il calcio Sky punta il Cielo sul 9
    Il nuovo Novantesimo Minuto a portata di tasto, per esattezza il numero 9 del telecomando. È questa l’altra faccia della medaglia, ancora sconosciuta al mercato, dell’acquisizione da par-te di Sky dei diritti in chiaro dei gol delle partite del Campionato di calcio di serie A. Se infatti per tre anni Cielo, il canale di New-sCorp sul digitale terrestre, potrà trasmettere prima degli altri, Rai e Mediaset in primis, gli highlights delle partite, e forse anche reimpostare un programma come Quelli che il calcio, storica trasmissione di Rai Due, non è detto che gli italiani dovranno faticare a trovare il canale dribblando tra il tasto 26 e il 30 a seconda delle regione in cui vivono. Il possibile accordo di collaborazione strategica tra il colosso italiano di Rupert Murdoch e l’Espresso potrebbe infatti permettere entro l’anno l’irradiazione della giostra dei gol di Totti & C sulle frequenze di proprietà del gruppo di Carlo De Benedetti che godono per l’appunto del privilegio di aver avuto assegnato il numero 9 sul telecomando dalla procedura deliberata dall’Autorità per le Comunicazioni. Il progetto, rivelato da MF-Milano Finanza nei giorni scorsi, è da qualche giorno al vaglio degli uomini dell’Ingegnere e di Andrea Zappia, ceo di Sky Italia, e dovrebbe essere annunciato in pompa magna ai primi di ottobre.
    Va da sé che la potenza di fuoco del calcio e della raccolta pubblicitaria (il dossier dell’alleanza stima in oltre 20 milioni di euro la possibile iniziale raccolta derivante dall’al-leanza tra i due network) avrebbe un impatto fortissimo se potesse contare in futuro proprio sull’utilizzo del fatidico tasto 9.
    Come noto, tra i due gruppi si sta studiando la nascita di un’alleanza che in sé sarebbe molto semplice: una società 50% Sky e 50% l’Espresso (ma qualcuno sostiene che gli uomini dello Squalo puntano al 51%) che prenderebbe corpo nel settore multimediale e avrebbe come veicolo la già esistente società con cui Largo Fochetti controlla i suoi due multiplex televisivi. In questo contenitore verrebbero conferiti gran parte dei prodotti editoriali di Sky Italia (si tratta di una sconfinata teca di programma tv, film e materiale d’archivio) che troverebbe come partner uno dei principali editori italiani, da sempre affascinato dal business televisivo tanto da essere arrivato nel 2011 a corteggiare la Telecom Italia di Franco Bernabè affinché gli cedesse il piccolo gioiello di La7. E il progetto Sky-Espresso va avanti, nonostante le precisazioni di rito. Oggi dovrebbe esserci un incontro tra il management del colosso televisivo satellitare e il vertice dell’Agcom guidato da Angelo Marcello Cardani. Scopo ufficiale della visita è una semplice presa di contatto dopo la nomina del nuovo collegio ma la discussione verterà molto probabilmente anche sul prossimo atto formale dell’Autorità per i media, che riguarda appunto la revisione del sistema Lcn di assegnazione dei numeri sui tasti del telecomando tv dopo la sentenza sfavorevole del Consiglio di Stato. In ballo c’è la possibilità di mantenere fino al numero 20 l’originaria predisposizione; incluso il numero 9, oggetto dei desideri.
    (fonte: “MF”, 13 settembre 2012 – articolo di Roberto Sommella)

  • Giù le mani da Miss Italia
    Giù le mani da Miss Italia. Uffa. Ogni anno la stessa storia: le migliori menti della tv, le più accorte femministe, le leader omosessuali, i giornalisti fighetti si lavano le coscienze sparlando dell’unico concorso pulito e limpido, utile per mettere un piede nel mondo dello spettacolo. Che cosa dovrebbero fare, secondo loro, le giovani donne – quasi tutte nate e cresciute in piccoli centri di provincia, in famiglie così sane e affettuose da sembrare a noi cinici finte e stucchevoli – che vogliono giocare un po’ e provare a contattare onestamente agenti di spettacolo e impresari?
    Per anni e anni ci è stato raccontato che chi partecipava ai reality, chi partiva per le varie isole dei famosi, chi provava a cantare a X Factor, o a ballare con Maria De Filippi, non era degno di sopravvivere sul pianeta. Ma vi rendete conto che non esistono scuole di spettacolo degne di questo nome – aperte veramente a tutti e non alle piccole decine di raccomandati che raggiungono le accademie e i centri sperimentali – nel paese in cui tutti recitano davanti alla tv, compresi gli intellettuali bigotti che sparano sulle veline e sulle miss? “Veline” e “Miss Italia” sono spettacoli.
    Nascono come giochi estivi per belle ragazzine che – orrore e scandalo – vogliono provare l’ebbrezza del palcoscenico (la stessa, per capirci, che ammalia anche i serissimi studiosi che fanno la fila per andare dal nostro Gad Lerner a sfoggiare l’ultimo vellutino a coste, stravaccati nello studio finto povero). Inutile ricordare ai bacchettoni e alle bacchettone che il meglio del cinema, del teatro e della tv italiana ha zampettato nei concorsi fin dagli anni Cinquanta.
    Superfluo rievocare che due attrici vere come Ambra e Isabella Ferrari sono nate in casa Mediaset, in un programma (“Non è la Rai”) che allora veniva lapidato. Correvo, e Ambra e sua mamma se lo ricordano ancora, a difenderla negli studi del Palatino e la elogiai sulla Repubblica di Scalfari: con le stesse motivazioni di oggi. Una ragazzina che sogna di imparare un mestiere lecito e tutto sommato molto affine al nostro carattere nazionale ha il pieno diritto di partecipare a tutto quello che le viene messo – onestamente – a disposizione.
    Si potrebbe discutere a lungo, e la nuova dirigenza Rai Tarantola-Gubitosi farebbe bene a promuovere un dibattito sul tema, sul destino delle centinaia di migliaia di giovani che ogni anno cercano di varcare la soglia del palazzo dei sogni televisivo. E’ ora – su questo spero in un’alleanza con Paola Concia, Lorella Zanardo, Gianluca Nicoletti che ieri a Radio24 ho sentito emettere sentenze esagerate – di spalancare queste porte in modo chiaro, corretto e pulito. Concorsi, selezioni, scuole di formazione: una nuova generazione di donne e di uomini di spettacolo va allevata. Proprio a partire dalle esperienze esistenti: Miss Italia non è il mercato delle vacche.
    E’ un corso accelerato di spettacolo cui si accede attraverso selezioni nazionali che non trascurano anche il più piccolo comune: un reclutamento molto democratico, gramscianamente parlando viene garantita la rappresentatività delle classi. Tutto si può integrare e migliorare. Ma sparare sulle adolescenti che si affacciano in modo semplice alla vita rimanda a un pregiudizio molto poco femminista. A meno che non si dica, sotto sotto, che per emergere è meglio passare dai letti dei soliti noti.
    Lo stesso identico atteggiamento si nota nel dibattito politico: i giovani grillini non sarebbero degni di sognare il potere. E perché mai? Vale la pena ricordare che a eleggere segretari di vent’anni, sindaci in erba e ragazzotte ambiziose sono sempre stati dei pazzi. Gente come Pannella, Bossi, Berlusconi e – oggi – Grillo. Quasi mai i saggissimi snob della sinistra politicamente corretta. A loro, in fondo, i nuovi arrivati fanno quasi sempre schifo.
    (fonte: “Il Foglio”, 12 settembre 2012 – articolo di Barbara Palombelli)
  • Giro d’Italia in tacchi a spillo: ecco “Veline”, le anti Miss
    In principio è la scarpa. Tacco a spillo oppur massiccio, plateau o zeppa, l’importante è che sia altissima. Non c’è una delle aspiranti Veline che vi rinunci. Salvo poi scendere dai trampoli per ballare a piedi nudi nel palco. Su Canale 5, d’estate, Antonio Ricci e i coautori di Striscia la notizia che sta per compiere 25 anni, Lorenzo Beccati, Paolino T. Orsini e Alessandro Meazza, cercano le nuove Veline. Il contraltare di Miss Italia. Più seguito di Miss Italia, durante la sovrapposizione tv di lunedì. Sostituiranno, da lunedì 24 settembre, Federica Nargi e Costanza Caracciolo, rimaste in carica per quattro stagioni. Semifinali fino a questo sabato da Riva del Garda, finale da lunedì 17 a Milano.
    LA SCARPA
    Le concorrenti preparano gli stacchetti, si vestono, si truccano da sole. Le scarpe monumentali sono il comune denominatore. Ma scusi, Ricci, le imponete voi? «Proprio no. Anzi, quel continuo togliere e mettere fa perdere tempo prezioso durante le registrazioni. È una scelta loro». Di tutte. Scarpa-feticcio. Scarpa di affermazione. Tante ragazze, alle prove, calzano normali scarpe sportive, non sono truccate e paiono più carine. Il video non sempre dona, e spesso le impoverisce. Ricorda Ricci in Striscia la tivù (Einaudi): «Le Veline servono a mantenere la trasmissione nel clima del varietà e ricordano in ogni momento che anche noi siamo spettacolo e non verità». Un fenomeno di costume, certo non solo un programma. Ecco un viaggio dietro le quinte.
    LE CONCORRENTI
    È imponente, la macchina di questo lavoro itinerante, Alberto Salaroli produttore esecutivo. Le ragazze arrivano dall’Italia intera, continentale e insulare. Ma pure da Spagna, Olanda, Brasile, Russia, Kazakistan, Senegal, Cuba, Argentina, Moldavia, Ungheria, Romania e Bulgaria. Sono circa 400. Bionde o more, hanno in genere i capelli lunghi, intorno ai 20 anni. Invocano la famiglia, i nonni, le mamme single e talvolta i nuovi compagni dei genitori. I parenti beneficiano di un’inquadratura in trasmissione, e vistosamente soffrono per le loro belle. Qualche concorrente sa ballare bene, e resta delusa se non viene scelta. Molte, come sottolinea con piacere Greggio, sono diplomate o laureate; qualcuna è serena, qualcuna no. A Riva del Garda, tra freddo e pioggia, la scaletta delle registrazioni è andata a farsi benedire: le ragazze erano agitate, quelle che non vincevano, di norma piangevano. E d’altronde, solo una su sette ce la fa. Le vincitrici avranno tre mesi di prova, il ruolo è delicato. Le ragazze devono stare al loro posto, rispettare regole, contratti, esclusive. Certo, per chi diventerà Velina, una svolta. Con o senza calciatore.
    LA GIURIA
    La vincitrice di ogni puntata è scelta da una giuria di cinque giornalisti. Non retribuiti, non influenzati. Nessuno dice loro niente, nessuno suggerisce, nessuno si avvicina. Contro il freddo, pizzette e camomilla. Nell’intervallo tra una puntata e l’altra, si sta nel camerino-camper, uomini di qua, donne di là, in attesa dell’ultimo turno, tra l’una e le due di notte. Si ha poco tempo per decidere. Qualche giurato cerca la candidata più «velinesca», qualcun altro la più brava, che sono due cose diverse. Talvolta pare che sarebbero tutte meritevoli della finale; talaltra non va bene nessuna. Forse lo fanno apposta, sarebbe troppo facile scegliere, se una svettasse su tutte. Così sì, si potrebbe influenzare la giuria.
    GIRO D’ITALIA
    Un vero Giro d’Italia in tacchi a spillo. Le puntate di luglio e agosto sono andate in onda da Ostuni, Alba Adriatica, Lignano Sabbiadoro, Andalo, Acqui, Salsomaggiore. La regia è di Mauro Marinello. Momenti coreografici di Samanta Crippa, che con pazienza mostra ogni sera alle ragazze come rigirarsi nel famoso «bum-bum, cica-bum» della sigla. Dentro al Gabibbo batte il cuore di Gero Caldarelli, mentre la voce è di Lorenzo Beccati, uno degli autori che scrive pure libri, l’ultimo è un giallo, Il faro delle lacrime . Il ruolo del «Pavarotto», il clown della trasmissione, è di Matteo Troiano, un signore gentile dai capelli bianchi e l’aria un po’ triste. Le concorrenti si abbigliano da sole, ma la costumista Anahi Ricca bada a che non esagerino in qualche dettaglio. Vengono controllati maniacalmente i marchi, anche quelli sotto le scarpe, non si sa mai. Se c’è qualcosa che si intravede, alè, pecetta. Ricci deve essere inattaccabile.
    EZIO GREGGIO
    Il conduttore di lungo corso capitano Greggio macina puntate, è veloce, preciso, gentile con le concorrenti, senza affettazione, esorta con «Presto che è tardi» anche in palcoscenico. A volte lo indovini sgomento, di fronte a qualche ragazza vagamente afasica, ma si adopera per non dimostrarlo.
    (fonte: “La Stampa”, 13 settembre 2012 – articolo di Alessandra Comazzi)
  • Carlo Conti e Paolo Bonolis. La tradizione contro la trasgressione
    Conduzione classica e misurata contro conduzione gridata e trasgressiva. La contenuta sobrietà contrapposta alla gioviale intemperanza. Sono le caratteristiche professionali di Carlo Conti e Paolo Bonolis che conducono rispettivamente L’eredità su Rai1 e Avanti un altro su Canale 5. I due programmi si scontrano quotidianamente alle 18,40, nella fascia preserale. Lo schema sul quale si basano non è cambiato con il tempo, del resto  la legge dell’Auditel parla chiaro: cavallo vincente non si cambia. Il pubblico, dunque, a quell’ora si divide quasi equamente, tra le due proposte. L’Eredità riesce, finora, ad avere il predominio. Ma bisogna riconoscere a Paolo Bonolis di aver risollevato l’audience di quella fascia oraria precipitata in estate all’8% con le insostenibili repliche di La ruota della fortuna. La prima sfida tra i due conduttori a fatto registrare, per la parte finale dei due show, il 22,7% per L’Eredità e il 16,91% per Avanti un altro.
    Ma cosa rappresentano i due conduttori dalla personalità così differente per il pubblico? Qual è la tipologia delle rispettive platee televisive? E soprattutto: perchè dopo tanti anni, riescono ancora a catturare un’audience così numerosa? Panorama.it lo ha chiesto al professor Gianpiero Gamaleri, docente di Sociologia delle Comunicazioni all’Università Roma 3.
    “Carlo Conti e Paolo Bonolis dal punto di vista sociologico rappresentano due facce della tv”, afferma Gamaleri. “Il primo è l’espressione della neo tv nazional popolare gradita da una platea meno giovane e molto attenta all’eleganza e alla misura. L’altro è l’incarnazione dell’italiano medio amante delle battute, spesso sagaci e dal retrogusto malizioso. Un conduttore trasformista che sembra quasi essere su un palcoscenico teatrale. Bonolis infatti, ha la capacità di coinvolgere nelle sue performance concorrenti e pubblico che diventano un tutt’uno nello spettacolo proposto. Carlo Conti non partecipa allo spettacolo, lo presenta restando fedele al suo personaggio che coniuga misura a familiarità senza mai sbavature. Conti sorride, non ride, la sua apparente freddezza di fondo è compensata da familiarità di comportamento, cordialità, educazione all’antica. E’ padrone assoluto dello studio, non ha spalle che gli tengono il gioco, come Bonilis che può contare su Luca Laurenti. Solo le Ereditiere lo affiancano in alcuni segmenti dello show, ma restano sempre al loro posto, non vengono coinvolte.
    C’è un altro fattore che distingue le due personalità televisive: Paolo Bonolis ha una conduzione quasi carnale. Nel senso che abbraccia i concorrenti, porge loro la mano, li costringe a reagire fisicamente alle sue gag, ammicca come un vecchio amico di giochi. Un comportamento che agli italiani piace, perchè rappresenta la trasgressione, la deroga da atteggiamenti seriosi. Con Bonolis si va a fare una scampagnata in campagna e poi ci si ferma a mangiare in un’osteria, magari alzando leggermente il gomito. Con Carlo Conti si va in un salotto serio, dove magari si parla di letteratura e di filosofia e si beve solo acqua minerale, al massimo una piccola coppa di champagne.”
    Infine Gamaleri spiega le motivazioni della longevità in video. “Conti e Bonolis sono due maestri degli ascolti perchè nella loro immutabilità cambiano continuamente. Il conduttore de L’Eredità è rassicurante nell’approccio sempre diverso ma elegante e familiare con i concorrenti. Ad ognuno riserva un trattamento personalizzato. Inoltre si noti che il quiz pur avendo schemi fissi, cambia perchè cambiano le reazioni dei partecipanti. Bonolis è un grande conoscitore delle parole, ha un suo vocabolario forbito e singolare che si rinnova ad ogni puntata. E ha dalla sua l’imprevedibilità: il telespettatore non riesce mai ad immaginare le sue reazioni dinanzi ai partecipanti. Ogni momento dello show è una sorpresa.
    (fonte: Panorama.it, 11 settembre 2012 – articolo di Marida Caterini)
  • Se Amendola va con i Cesaroni nell’antica Roma
    Questo mestiere si sta imbastardendo. Noi attori, quelli che hanno il privilegio di lavorare, dovremmo proprio, in un momento di crisi come questo, baciare per terra, invece di autocompiacerci. Alle volte la notorietà finisce con il creare piccoli mostri, ma non di statura ovviamente». Claudio Amendola non fa sconti a nessuno sul treno che lo sta portando da Roma a Milano, in una conferenza stampa on the road per il ritorno in tv dei Cesaroni (la quinta serie da domani in prima serata su Canale 5) e confessa tensioni sul set della popolare fiction, anche se precisa che «si è trattato di piccoli episodi, per i primi mesi ci siamo molto divertiti. Anche perché in questa serie si tornerà a ridere moltissimo, anzi più che altro saremo noi adulti a essere più comici dei nostri figli».
    E così l’«oste» della Garbatella, senza fare nomi, si lascia andare e confessa che, «forse anche per la stanchezza, i rapporti si sono snaturati. Alla fine il clima, ma solo con alcuni, si è fatto pesante». Forse, insiste Amendola, «invecchiando mi sono reso conto di non voler lasciare passare certe cose. Dobbiamo avere rispetto per la vita e per il pubblico che ci segue. Non ci si può montare la testa. Oggi abbiamo successo, domani cadiamo nel dimenticatoio, è un soffio. Impariamo tutti a “dacce ´na regolata”. Sono stufo, intollerante e cinico – confessa -. L’Italia va a rotoli e spero che mio figlio da grande se ne vada». L’attore anticipa poi alcune sorprese della quinta serie della fiction: «Mimmo, il figlio più piccolo, chiederà da dove vengono i Cesaroni. E lo zio – racconta ancora Amendola – gli narrerà la loro origine antica». La parte speciale ambientata nell’antica Roma è esilarante. Ci siamo sentiti male dal ridere, Fassari e Branciamore hanno superato loro stessi. Max Tortora è l’unico schiavo volontario…».
    Amendola annuncia poi che con ogni probabilità ci sarà la sesta serie dei Cesaroni e che debutterà dietro la macchina da presa. La prossima settimana inizierà la produzione di La mossa del pinguino, una commedia dolce-amara le cui riprese prenderanno il via a novembre. Prodotta da Dap e distribuita da Disney, la pellicola racconta una storia in cui protagonista è il curling, la disciplina sportiva diventata famosa in Italia con le Olimpiadi invernali del 2006. «È il sogno di un folle, ma anche la storia di un riscatto», annuncia. Nel film anche Edoardo Leo, Antonello Fassari e Diego Abatantuono. «Spero possa esserci, compatibilmente con impegni presi precedentemente, anche Francesca Inaudi».

    (fonte: LaStampa.it, 13 settembre 2012)
  • Cristina Parodi, tra “Live” e “Cover” è un mezzo flop
    Volge al termine la settimana di ri-partenza dei rotocalchi pomeridiani dei canali generalisti e i primi verdetti sono stati emessi. Colpisce in particolare il flop di ascolti di Cristina Parodi che offre al pubblico un programma diviso in due tranche: ‘Cristina Parodi Live‘, su informazione e attualità, la prima parte dalle 14 alle 15.45, e ‘Cristina Parodi Cover‘, la seconda, dalle 17.50 alle 18.20, su costume e società, ‘tradotto’ sul gossip. Contenitore non dissimile da quelli della concorrenza (La vita in diretta di Rai1 con Mara Venier e Marco Liorni e Pomeriggio Cinque di Barbara D’Urso), talk già rodati che non avevavano il vantaggio dell’effetto novità e del battagedi lancio.
    Se l’obiettivo di share, secondo quanto affermato dal direttore Paolo Ruffini in sede di presentazione della nuova fascia pomeridiana presidiata dalle sorelle Parodi, era quello “di superare l’attuale 2-3%”, valutazione apparsa a dir poco prudenziale, visti anche i ben 19 autori del programma, la missione sembra, almeno per il momento, ampiamente disattesa. Anche il telefilm “Il Commissario Cordier”, inserito tra i blocchi delle sorelle, preso a riferimento come le repliche dell’ispettore Barnaby nel caso del debutto della Dandini su La7, ha fatto meglio, con uno share intorno al 4%.
    E’ forse presto per parlare di fallimento di un programma che, comunque, ha già incassato anche qualche scoop come l’intervista in diretta a Pippo Baudo di martedì 11, che ha fatto assai parlare per le dichiarazioni rese dal conduttore, ma i dati parlano da soli: nel giorno del debutto (lunedì 10 settembre) su La7 lo share del prime time è stato del 4.18%, quello della seconda serata del 2.48% e quello dell’intera giornata del 3.37%. Nel primo pomeriggio il debutto del ‘Cristina Parodi Live’ ha registrato 286 mila spettatori con il 2.20%. A seguire, ‘Cristina Parodi Cover’ ha avuto 200 mila spettatori con il 2.44%.
    Nel pomeriggio di martedì, quello che vedeva ospite Pippo nella prima parte, Cristina Parodi Live ha totalizzato il 2.01% (in leggera flessione rispetto al giorno prima), mentre Cristina Parodi Cover ha raccolto appena l’1.92%. Meglio ha fatto “I Menù di Benedetta”, della ‘Parodina’, che ha totalizzato il 2.65% di share.
    Tanto per avere un’idea di confronto con la concorrenza, “La vita in diretta”, che parte alle 15:15, ed è quindi solo parzialmente in sovrapposizione con la Parodi, ha ottenuto nella prima parte 1 milione 755 mila spettatori con il 20.65 di share. Mentre la D’Urso con “Pomeriggio Cinque”, che invece viaggia in sovrapposizione solo sulla seconda parte del programma della Parodi (dalle 17:50 alla chiusura), ottiene circa un milione di spettatori con il 10% di share.
    In attesa dei dati del terzo giono (quelli di mercoledì 12) i quotidiani hanno parlato tutti apertamente di flop, anche se a difendere la Parodi è sceso in campo addirittura Giancarlo Leone, direttore dell’area Intrattenimento della Rai, che ha twittato: «In molti chiedono se gli ascolti di Cristina Parodi siano buoni. Dico di sì perché è una fascia molto difficile. E lei è molto brava».
    (fonte: TVZap Kataweb, 13 settembre 2012)
  • Pay tv, è la scienza il vero show
    Dalla lista canali spariscono telenovelas e pettegolezzi? Li sostituiscono cultura e scienze. Spente Lady Channel e E!, i telespettatori possono consolarsi con Focus Tv, DeASapere e Sky Arte HD. La tv va in controtendenza. Dicono le indagini di mercato che l’Italia è fanalino di coda in Europa nei consumi culturali. Forse per questo fino a l’altro ieri non c’era rete che osasse pronunciare la parola cultura. Di luce propria e solitaria brillava Arté: è un acronimo ma rende l’idea dei contenuti. Franco-tedesco, per vederlo gli appassionati dovevano armarsi di pazienza e di un ripetitore che varcasse le Alpi; ora è nel bouquet «mondi e culture» di Sky. Ma intanto l’offerta si è moltiplicata. I canali a marchio National Geographic e Discovery sono aumentati (tra loro Discovery Science: suo volto e star assoluta lo scienziato Stephen Hawking, a ottobre protagonista di un film sulla sua vita e a novembre di Il disegno dell’universo ), ci sono History Channel e Bbc Knowledge: sono le «reti generaliste» del factual che mixano documentari e reality, di tutto un po’, arte e scienza (su History la serie Una notte al Museo , giro del mondo delle maggiori istituzioni; su Bbc L’Italia di Shakespeare, tour del Bel Paese alla ricerca di storie e leggende che hanno ispirato il Bardo, o In orbita , la Terra dal cielo durante il suo viaggio annuale), storia, natura e viaggi, qualche incursione nella tecnologia, archeologia, biologia.
    Il primo tentativo italiano e più coerente a tema cultura è stata Rai5: teatro, letteratura, lirica, sinfonica, danza, approfondimenti su autori ma anche attori che non avessero lo spessore di un foglio di carta. In 2 anni gli ascolti lo hanno premiato: il Don Giovanni di Mozart in diretta dalla Scala per Sant’Ambrogio 2011 ha incassato 428.000 spettatori con il 2,02% di share. Gli ascolti sono in crescita costante: dal +50% nel day time al +15% nel prime time. Per questo rinnova gli hit pur difficili: ancora la Prima della Scala, con il Lohengrin , che sarà preceduto da un ciclo di opere di Wagner nei 200 anni dalla nascita. E James May: le grandi idee del XX secolo , uno degli hit di settembre, anche per via del tono molto british e ironico con cui parla di innovazione scientifica ha fatto alla prima puntata quasi l’1%. La svolta è stata però in questo scorcio di 2012: a luglio in chiaro è partita Focus Tv, rete gemellata con l’omonima rivista molto letta, prima rete free che propone un bel palinsesto storico-scientifico (scoperte, invenzioni, biologia, geologia…). Dal 15 settembre invece Sky manda in onda DeASapere, a cui dal 1° novembre si affiancherà SkyArte HD, che si propone di essere «vetrina sul patrimonio artistico e culturale italiano» con particolare attenzione a design e arte contemporanea, monumenti e chiese, per «esaltare le straordinarie risorse culturali del Paese». Alla ricerca di un pubblico fedele, benestante, colto e (massì!) snob.
    (fonte: “La Stampa”, 12 settembre 2012 – articolo di Adriana Marmiroli)

CRITICA TV

Buona la partenza del nuovo “G’Day”
Geppi è tornata, in piena forma:
«L’amore la fa bella», titolava un giornale. Ma anche la tv, con le sue luci e, naturalmente, con le sue ombre. Che Geppi sia brava nessuno lo discute e che il suo compito sia quello di portare acqua al mulino di Enrico Mentana è nel destino della rete. E infatti, lo scorso anno, i problemi nascevano da questo inspiegabile contrasto: com’è possibile che una sveglia, intelligente e simpatica come Geppi abbia così poco successo di audience? Immagino che quest’estate, invece di andare al mare, i suoi autori abbiano cercato di risolvere il problema: era un programma troppo elitario come traino per il tg? Era un programma costruito secondo i canoni della seconda serata? Era troppo «G Gay», stando almeno alle telefonate da casa?
«G Day. Il giorno perfetto» ha cambiato struttura: c’è sempre un ospite, ci sono sempre le interviste con la gente comune (una fonte inesauribile della imperscrutabilità della mente umana), c’è sempre il pubblico in studio, ma la trasmissione è più strutturata, come fosse un gioco (basato sul confronto fra la data del giorno e la medesima data di anni passati) che si conclude con la vera novità di stagione: «Cancella il debito». Un concorrente deve indovinare un particolare anno grazie a quattro indizi.
Il meccanismo deve essere ancora rodato, Geppi è padrona assoluta della scena, ma il programma dipende molto (forse troppo) dall’ospite in studio: se hai Gianni Morandi è un conto, se hai Gianluigi Paragone è un altro. È vero ci sono altri due ospiti in studio che dovrebbero fare da contraltare, ma anche qui è come andare a cercare funghi: una volta va bene, una volta va male. Così, ogni volta, Mentana è costretto a fare quel lungo preambolo al suo tg per dare tempo ai telespettatori di cambiare canale.
P.s. A proposito di policy aziendale, ma quando un dirigente del Servizio pubblico (sia pure in quota leghista) va su una rete concorrente chiede il permesso al direttore generale?
(fonte: “Corriere della Sera”, 13 settembre 2012 – articolo di Aldo Grasso)

Mediaset alla ricerca del suo Santoro
Facessi l’analista politico non avrei dubbi: Silvio Berlusconi si presenterà alle prossime elezioni. Altrimenti non andrebbe in onda un programma come «Quinta colonna» condotto da Paolo Del Debbio (Rete4, lunedì, ore 21.10). Mi occupo d’altro e dal punto di vista televisivo il talk è molto istruttivo.
Mediaset è alla ricerca del suo Santoro e «Quinta colonna» fa di tutto per pestare i tasti della demagogia, del populismo, della piazza berciante. Il fine ultimo del programma sembra essere questo: entrare nel ventre molle del Paese, scatenare gli umori più incontrollabili per screditare il governo Monti. E dunque l’inviata Nausica Della Valle è a Roma, nel cuore del Tufello, a raccogliere gli sfoghi più sanguigni sul caro-casa (Imu, mutui); Roberto Poletti accende i peggiori istinti di un gruppo di veronesi (a proposito, non riesco a capacitarmi di come Poletti, visti i suoi testacoda politici e professionali, possa essere finito a Mediaset); Valerio Minelli e la piazza di Battipaglia.
Certo se non si fa pagare l’Ici si vincono le elezioni, ma poi i Comuni vanno in rosso e si devono per forza aumentare le tasse. Ovviamente questo ragionamento non sfiora né il conduttore né i suoi ospiti: il peggiore di tutti pare Rosario Trefiletti, come se le disgrazie del Paese lo rafforzassero nel suo ruolo, seguito a ruota dai vagheggiamenti politici di Maurizio Zamparini (nessuno in studio, ovviamente, gli chiede conto della gestione del Palermo calcio).
Mai vista una trasmissione Mediaset così impegnata ad assecondare gli umori della piazza, a cavalcare il malcontento, a intercettare le suggestioni emotive della folla, indossando ora la maschera di Santoro ora, comicamente, quella delle Iene.
Certo, la parte del leone la fa lui, Paolo Del Debbio, grande cultore della tv trash, ma sempre con quell’arietta compunta del vecchio liberale della Lucchesia che si trova nella mischia solo per salvare il mondo.
(fonte: “Corriere della Sera”, 12 settembre 2012 – articolo di Aldo Grasso)

Teresa c’è, il programma no
L’errore più grave, sarebbe quello di recensire il programma del mercoledì sera di Teresa Mannino su La7 (”Se stasera sono qui”) come un corpus unico e indissolubile, figlio di un progetto ragionato e ragionevole che tenga assieme vari pezzi d’intrattenimento.
Invece no, non è affatto così: dall’inizio alla fine.
Al contrario, nell’era in cui gli autori sono diventati semplici scalettatori, cioè signori che intercuciono brandelli di immagini e parole tra loro autonomi, ci si trova di fronte a un mostro a mille teste che come unico collegamento ha la reiterazione dell’incipit “Se stasera sono qui” con cui i vari ospiti iniziano gli interventi.
Un calco bello e buono, va detto, del “Quello che non ho” con cui i convitati (qualche volta di pietra) di Fazio e Saviano esordivano durante la loro ultima esibizione sempre su La7.
Ma non importa, questo. Sono dettagli, spigolature, cattiverie di gente malvagia. Piuttosto contano, alla prova dei fatti, i due aspetti che Teresa Mannino ha mostrato di sé.
Il primo, evidente, è che la sua dote primaria non è la simpatia, anche se le piacerebbe tanto.
E il secondo, è che indubbiamente la signora è dotata di carisma, gattamortesco e ferale, il quale le consente di dominare il palco anche quando siede in platea durante le esibizioni altrui.
Dopodiché va detto che si ride, a volte, e di gusto, grazie alle sue battute figlie di una coesistenza intelligente con la quotidianità. E tanto basta per perdonarle il frignoso tributo rivolto a Renzo Arbore, celebrato suo malgrado come fosse poco vivente.
Mentre assai meno indulgenza stimola Marco Castoldi, in arte Morgan, che con quel carico di talento che si porta dentro, non dovrebbe perdere tempo a elaborare cover, o a esibirsi come in questo caso assieme alla compagna incinta Jessica, ma piuttosto a scrivere nuove canzoni all’altezza di quelle “Dell’appartamento”.
Al loro fianco, sul palcoscenico, Mannino è apparsa non a caso nella sua essenza più brillante: quella di una meridionale strafatta di pragmatismo lombardo, e che con questa forza satanica riesce a valorizzare un programma che anche smontato in pillole sarebbe identico.
Un guazzabuglio di intuizioni nel quale spicca, comunque, Gianluca De Angelis, satiro che recita la parte dell’intellettuale di sinistra con il pugno teso. E pensare che una volta, per quel gesto, c’era gente disposta a farsi sfondare di manganellate.
(fonte: “Gli Antennati”, 8 settembre 2012 – articolo di Riccardo Bocca)

Cristina Parodi e le catene della 7
Rimane, per ora, incatenato al 2% il lungo contenitore condotto -con indubbia eleganza- da Cristina Parodi sulla 7. E non è mia intenzione entrare nel dettaglio della struttura del programma, perché  sarebbe indelicato, visto che con Cristina abbiamo percorso un tratto di strada assieme, mettendo su la formula originaria di Verissimo, ormai sedici anni fa.
L’altro motivo per il quale non voglio entrare nel dettaglio del programma è il fatto che, anche con una diversa scaletta e magari con un conduttore meno noto e capace, sempre il 2% avrebbe fatto. Perlomeno all’avvio.
Per due buoni motivi: il primo è che la 7 post-Mentana altro non è che un’estensione della formula Mentana applicata al palinsesto. Una formula efficace nel raccogliere un pubblico maschile-borghese di una certa età, informato, lettore di giornali e probabilmente anche acquirente di automobili, meno efficace nell’espandersi su altre fasce, soprattutto femminili. Non è un caso che il primo segmento della prima puntata di Cristina Parodi Live, con quella specie di intervista doppia stile “Iene buone” a Feltri e, appunto, a Mentana, abbia fatto più ascolto di altre parti, più tradizionalmente femminili, del programma. (Aggiungo un dubbio: e cioé che la formula che ha dato successo al Tg la 7 e che si è espansa sulla rete di Telecom non abbia in serbo, per l’autunno, i frutti che diede in pieno fallout berlusconiano. Perché la situazione è complicata, complicata, complicata e ansiogena, è più difficile distinguere i buoni e i cattivi –narrativamente parlando, sia chiaro- e l’altalena tra strizzatine d’occhio alla nouvelle vague renziana e attenzione al grillismo in espansione potrebbe avere effetti laceranti sulla linea editoriale della rete).
Il secondo buon motivo è che il pubblico femminile a cui sembra riferirsi Cristina non è pervenuto da un sacco di tempo, nel daytime della televisione generalista. La tv del contenitore della Parodi potremmo definirla middlebrow. Che non è affatto un insulto, anzi. Middlebrow, secondo i sociologi americani del secondo dopoguerra, erano quei media che proponevano un’elevazione culturale della piccola borghesia a suon di dischi di musica classica, romanzi condensati, visite ai musei, enciclopedie a dispense. Il mondo del vecchio Reader’s Digest, che si ritrova talvolta ancora riproposto nei periodici femminili di antica tradizione o nei supplementi dei quotidiani (foto di moda più algide che si può, seguite da servizio in bianco e nero sgranato dagli slum di una metropoli sudamericana, oppure da intervista ad architetto famoso). Ma questa tv filo di perle, che al contrario di Freccero non disdegneremmo (non siamo nemici di un po’ di compostezza dopo decenni di sguaiataggine) non ha più un referente preciso. Le donne giovani di quella che un tempo si chiamava borghesia, le stesse signore di Bergamo alta, oggi guardano Sky e se ne vantano con le amiche; le anziane dei piccoli centri sono fedeli a RaiUno; le incazzate con due telefonini, stirate dalla pressa di Monti mentre stavano per comperare la Smart, guardano Canale 5 e non disdegnano la versione populista-barricadera dell’abile professor Del Debbio, versione colta e rassicurante della D’Urso. In questo contesto di vischiosità delle abitudini televisive non sarà facile espandere il bacino d’ascolto di un salotto elegante, anche se a tratti un po’ lento, come quello di Cristina Parodi. E il commissario Cordier è dietro l’angolo. In bocca al lupo a Cristina, comunque.
(fonte: Glenville.it, 12 settembre 2012 – articolo di Gregorio Paolini)

INTERVISTE

Fabio Volo “Il segreto del successo? Alzarsi alle 7 di mattina”
È partito da Milano con un furgone per le riprese della seconda stagione di Volo in diretta . «Inizia il 9 ottobre su Rai 3. Tra Scilla in Calabria e Cefalù in Sicilia rigiro Comizi d’amore di Pasolini». Poi Fabio Volo, 40 anni appena compiuti, scende dal furgone e sale su un aereo per la piazza Grande di Modena, dove stasera partecipa al Festival Filosofia sul tema Qualcosa di più dalla vita . «Mi hanno chiamato e vado. Quando mi ricapita?».
Su Twitter ha scritto: «Dai siate sinceri… la metà di chi si indigna per la mia presenza al Festival Filosofia non sapeva neanche che esistesse».
«Non credo si siano arrabbiati veramente. Io lo prendo come un gioco. Nel caso, mi confronterò e cambieranno idea».
La filosofia di Fabio Volo?
«Non ho una filosofia di vita. Sono stato fortunato, se mi lamento io… Dunque sono sereno. Gli altri sono ossessionati dal perché tutto ciò che faccio funzioni, ma il motivo è semplice. Uno nella vita deve scegliere cosa fare e provarci. Non avendo sovrastrutture e traumi forse per me è stato più facile, ma… come scrive il mio collega Seneca… Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare».
Parla di lamento, lei che ha girato programmi a Barcellona, a Parigi e a New York trova lagnosi gli italiani?
«Un popolo di mammoni. E che fai con la mamma? Ci si tende a lamentare. Non credo di esser riuscito a fare le mie cose perché ho talento ma perché ho lavorato molto e con determinazione».
Luglio e agosto offline dai suoi 400 mila follower. Si è disintossicato?
«D’estate non guardo il telefono. L’anno scorso ho scritto l’ultimo libro, in questi mesi mi sono dedicato ai lavori manuali: ho costruito mobili, ho sistemato l’impianto elettrico, ho dipinto casa mia al mare. Ho messo anche il forno a legna e faccio il pane e le pizze. Poi da quando ho una compagna non la metto in fondo alla lista delle cose da fare…».
Fabio Volo è montiano?
«Non si può analizzare questo governo senza pensare al prima. Monti è il preside che entra in classe perché manca l professore. Poi con la scusa che è necessario calca un po’ la mano».
E Grillo?
«Un atteggiamento il suo che ho già visto. Non dico che la sobrietà di Monti sia meglio però gli insulti di Grillo sono superati».
Di lei si è parlato tanto, cosa non si sa ancora?
«Per esempio che i miei amici mi sfottono perché vado a dormire presto e mi alzo alle 7 anche in vacanza – adoro il mattino».
Qualcosa che lei ha scoperto di sé invece?
«Il non prendermi sul serio all’inizio mi faceva sospettare che non volessi crescere e invece mi ha aiutato molto quando l’attenzione nei miei confronti ha superato il normale. All’inizio ero simpatico a tutti poi coi libri ho avuto diversi antipatizzanti, che però paradossalmente mi hanno spinto ancora più in alto nel gradimento complessivo».
La fama dà problemi? Citavamo i 400 mila follower… Ci pensa quando scrive su Twitter?
«Che poi rimbalza su Facebook dove ne ho 900 mila… Di solito scrivo in auto e faccio un sacco di errori. Ma no, non ci penso… Vengo da una famiglia con problemi reali. Pignoramenti, cambiali, ora mi diverto. Se dicessi che ho dei problemi meriterei di annegare nel mare… Ho un cuore pieno di gratitudine e col mio lavoro sono riuscito a migliorare la vita della mia famiglia».
A proposito di lavoro… Anche quest’anno tv, radio, libri e cinema?
«Ora mi occupo del programma, appena lo finisco mi metto a scrivere un nuovo libro. Ho già alcune idee. Poi a gennaio dovrei ricominciare a Radio Deejay. E sempre a gennaio esce il film Studio illegale in cui interpreto un giovane avvocato tra grandi studi legali d’affari milanesi. Magari un giorno farò una regia mia… Vogliamo toglierci questa soddisfazione? Più per dar fastidio che fare un film! Mi interessano i rapporti famigliari, non essendo io immaturamente padre, i genitori che invecchiano…».
Il programma nuovocom’è?
«Più semplice e divertente. L’anno scorso dovevo attrarre i giovani e mantenere il pubblico di Rai 3. Scherzare e essere conservatore al contempo è stato complicato, anche per gli ascolti. Sul finale abbiamo recuperato però. Quest’anno possiamo scendere e far festa. Più esterne, per esempio. Vorrei incontrare Bauman, l’anno scorso non ci sono riuscito, ma magari lo aggancio al Festival Filosofia…».
(fonte: “La Stampa”, 14 settembre 2012 – intervista di Francesco Rigatelli)

Teo Mammucari: “Il segreto della TV? E’ cambiare”
«Dico la verità mi sono davvero spaventato e anche in regia si sono vissuti attimi di panico – dice Teo Mammucari non appena gli chiediamo notizie su Lo show dei record da stasera in prima serata su Canale 5 Durante la prova, l’uomo con la mascella più forte del mondo si è sentito male ed è svenuto. Lo si vedrà in trasmissione è stato unmomento di grande emozione».
Dopo Barbara D’Urso e Gerry Scotti da quest’anno l’ex Iena torna in tv per sette puntate accompagnato dalla donna più piccola del pianeta, l’indiana Jyoti Amge, alta solo 62 cm. Tra studio e set esterno saranno oltre 100 le esibizioni di uomini e donne provenienti da tutto il mondo pronti a sfidare i propri limiti per entrare nel Guinness World Records 2012. Il Giudice Ufficiale sarà ancora una volta Marco Frigatti. Tra i recordman Mammuccari è rimasto impressionato dall’uomo più alto, Sultan Kosen dalla Turchia, un colosso di oltre due metri e mezzo. Ci sarà anche la donna che si sente un vampiro o i Guerrieri di Goja, super-human che non conoscono il dolore.
«Sono felice che Canale 5 mi abbia dato l’occasione di presentare questo spettacolo dice Mammuccari – Fermo restando che il mio sogno è condurre un one man-show, s in un momento come questo bisogna cambiare, sempre. Se potessi schiacciare il bottone magico e comandare una rete trasmetterei programmi nuovi, freschi, mai visti prima. Non è vero che la gente vede meno tv perché c’è la crisi, anzi. Nel mio piccolo e grazie alle offerte che ricevo cerco sempre di fare cose diverse. Appena finito Lo show dei record mi fermerò per qualche settimana e fra gennaio e febbraio presenterò un talent-show che si chiamerà La Grande Magia -The Illusionist. Cercheremo dei bravi illusionisti che mostreranno al pubblico la loro arte. Un’altra occasione per cambiare in attesa che qualcuno dica: sei pronto per uno show tutto tuo ?».
(fonte: “La Stampa”, 29 agosto 2012 – articolo di Fabrizio Ferrari)

TELEFILM

“Copper” negli USA, la BBC si presenta
Arriverà in Italia il prossimo 11 ottobre su Fox Crime, dopo aver passato la prova della platea più vasta del mondo, Copper, prodotto da esportazione del network inglese BBC. Fango, cielo plumbeo, una banda di criminali svaligia una banca, degli uomini armati li seguono, li giustiziano a sangue freddo, intascano metà del bottino e poi restituiscono il denaro: sono i poliziotti nella New York del 1864.
Non si poteva scegliere ambientazione più adatta per il primo show prodotto da BBC America, figlia dell’inglesissima BBC: “Copper” parla infatti della difficile integrazione, cominciata a fine ’800, tra immigrati irlandesi, schiavi di colore e americani che ha portato alla New York multietnica di oggi.
Creata da Tom Fontana, autore di “Oz”, Will Rockos, che ha all’attivo “Southland” e la sceneggiatura del film “Monster’s Ball”, Barry Levinson e Christina Wayne, produttrice esecutiva di “Mad Men” e “Breaking Bad”, la serie segue le vicende del detective Kevin Corcoran (Tom Weston-Jones), immigrante irlandese che ha combattuto nella guerra civile e che si ritrova a fare il poliziotto a Five Points, quartiere malfamato di New York, in cui irlandesi, americani e schiavi di colore si sopportano con difficoltà.
Sconvolto dall’uccisione della figlia di soli sei anni e dalla scomparsa della moglie, di cui cerca le tracce ogni singolo giorno, Corcoran è a capo di una squadra investigativa molto differente da quella dei soliti polizieschi: i suoi colleghi, Francis (Kevin Ryan) e Andrew (Dylan Taylor), non sono proprio il ritratto dell’incorruttibilità e del rigore morale, così come i suoi superiori, legati mani e piedi con i politici e i ricchi imprenditori locali.
Ad aiutare il detective ci sono tre figure particolari: il dottor Matthew Freeman (Ato Essandoh), schiavo di colore liberato che esercita la professione clandestinamente e aiuta Kevin con i primi rudimenti dell’indagine scientifica, Eva Heissen (Franka Potente), prostituta e amica sempre pronta a fornire aiuto ed informazioni, e Robert Morehouse (Kyle Schmid), figlio del più influente uomo d’affari del quartiere, ex commilitone di Corcoran a cui deve la vita.
Unico uomo dalla morale forte in mezzo a tanta corruzione, il detective Corcoran entra in un gioco di poteri forti quando cerca di salvare Annie (Kiara Glasco), bambina rimasta orfana e costretta a mendicare, dalle attenzioni malate di un esponente della New York che conta, inimicandosi i suoi superiori ed alcuni politici potenti.
Ottimi personaggi, ricostruzione fedele, costumi ricercati, fotografia cupa, musica che ricorda quella dei Dropkick Murphys, attori in parte, soprattutto il protagonista Tom Weston-Jones, attore inglese praticamente esordiente, in grado di recitare con gli occhi e con il corpo, donando al personaggio la giusta dose di umanità e fisicità: “Copper” è un prodotto interessante che si colloca a metà tra un poliziesco e un’opera in costume, ricordando atmosfere alla “Gangs of New York” di Martin Scorsese, che grazie al suo sfaccettato protagonista ci introduce in un’epoca fatta di tumulti e cambiamenti.
Il primo passo di BBC America è deciso e sembra annunciare un futuro pieno di prodotti di qualità.
(fonte: TVZap Kataweb, 6 settembre 2012 – articolo di Valentina Ariete)


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