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Edicola – “Io Donna”, anteprima di sabato 15 settembre 2012: interviste a Charlotte Gainsbourg, Sergio Rubini e Vincent Pèrez 14 settembre 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Film, Interviste, Io Donna.
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Il settimanale femminile del Corriere della Sera “Io Donna” (RCS Editori), in edicola da sabato 15 settembre 2012 con il quotidiano al prezzo complessivo di 1,50 € (qui sotto la copertina in anteprima esclusiva), propone tre interviste: la prima (cover story) a Charlotte Gainsbourg, che racconta il suo ruolo erotico per il regista Lars von Trier; la seconda a Sergio Rubini, che parla della sua nuova commedia Mi rifaccio vivo; la terza a Vincent Pèrez.

A seguire, le tre interviste in anteprima assoluta.

“SCENE HARD SUL SET? DOVEVO, ERA NEL CONTRATTO”
Nonostante due genitori “scandalosi” come Serge Gainsbourg e Jane Birkin,
Charlotte si sente ancora timida e complessata.
Qui confessa le sue vere difficoltà adolescenziali e parla delle sfide di oggi.
Compreso il ruolo erotico per Lars von Trier: “Mi preoccupa più il pudore dei sentimenti che quello del corpo”
di Fabien Baumann e Michel Ciment

Sta in quella zona accessibilea pochi, tra chic e rock’n’roll. Anche quando indossa un vecchio trench. Ma è soprattutto un’attrice di intelligenza e coraggio straordinari. euna cantante nel cui carnet figurano collaborazioni eccellenti. Charlotte Gainsbourg ripercorre qui la propria storia.   lo fa alla vigilia della sua terza collaborazione con uno dei registi più controversi del mondo, il danese Lars von trier, per un film che promette di dare grande scandalo: Nymphomaniac, girato in due versioni, una hard-core e una per platee meno estreme. Il divo americano Shia LaBeouf voleva assolutamente essere parte del cast. Al punto da inviare a von Trier la registrazione di un’autentica scena di sesso con la propria fidanzata. L’ha convinto. Agli interpreti, poi, è stato chiesto di firmare un contratto in cui accettano di essere disposti a tutto. (P. P.)

Cominciamo dalla sua adolescenza? A 14 anni lei già lavorava in La sfrontata di Claude Miller.
Quelli sono tra i miei ricordi più forti. L’anno prima avevo girato un altro film, Amore e musica, ma non ero certa di voler continuare a fare il cinema. Claude era venuto a prendermi nel collegio dove stavo in Svizzera. ecco, da quel momento ho avuto l’impressione di essere stata adottata da due famiglie, quella di Claude e quella del cinema. In realtà recitare mi interessava poco, ma far parte di un gruppo di adulti lontano da casa mia, quello sì, mi seduceva molto. Mi dava piacere recitare bene una scena e far contenti i grandi che erano intorno a me. Poi, incontravo via via nuove sfide, come imparare a piangere. Certo, c’erano dei film che mi avevano segnato. Suscitando la disapprovazione di mio padre, erano soprattutto horror: Shining, Lo squalo, Carrie. Mi piaceva il cinema, ma lavorarci non era il mio sogno di bambina. L’avventura, la vita nomade, quello era ciò che volevo.
Perché stava in collegio in Svizzera?
Non avevo chiesto di essere mandata in Svizzera, ma avevo chiesto di andare in collegio. Di solito è considerato una punizione. Non lo era per me. Avevo voglia di allontanarmi e cercavo una forma di disciplina che non avevo dentro di me. Avevo preso la decisione dopo le riprese di Amore e musica. Non riuscivo a vedermi come un’attrice professionista, avevo l’impressione che mi fosse arrivato tutto per caso, non mi sembrava di aver sofferto abbastanza o di essermelo meritato.
Non avevo fatto, come la maggior parte degli attori, un cursus classico, una scuola di teatro. Non avevo avuto il tempo di decidere niente.
A un certo punto però ha capito che ce la poteva fare.
Dopo il liceo avevo deciso di studiare disegno per un anno. Mi ero iscritta a una scuola dove stavo benissimo, ma era come se stessi prendendo tempo, per non scegliere. Mi vedevo ancora giocare durante le vacanze estive, come una bambina. Il passaggio all’età adulta è stato senz’altro problematico. Poi, quando ho perso mio padre a 19 anni, il mio agente mi ha detto: «Non possiamo più dire ai registi che sei libera solo durante le vacanze scolastiche!».
Così ho deciso che sarei diventata attrice, che ero finalmente cresciuta. È come se la ricerca di una famiglia, la propria o una alternativa, fosse fondamentale per lei. Infatti ha anche lavorato moltissimo con i membri della sua vera famiglia. Il suo patrigno Jacques Doillon, suo padre Serge Gainsbourg, suo zio Andrew Birkin, e ha recitato al fianco di sua madre in due film di Agnès Varda. Tutti i film che ho fatto con la mia famiglia li tengo in una scatola a parte e ancora oggi non li vedo con chiarezza. Kung-Fu Master! che ho interpretato con mia madre, era più che altro un film su di lei e non ho mai pensato che mi avessero presa per il mio talento. E Jacques Doillon, credo che mi abbia scelta perché ero ormai un’adulta, vivevo con Yvan Attal e mio padre era appena morto. Pensava che stessi male, mi ha voluto aiutare. Con mio padre, quando abbiamo fatto Charlotte Forever invece era tutto più naturale. Non sentivo di non essermi meritata il ruolo.
Com’era il rapporto con suo padre? Oltre al cinema insieme avete fatto la canzone scandalo Lemon Incest.
Delicato. Avevo sempre voglia di lavorare con lui, ma quando eravamo in pubblico mi sentivo in difficoltà: era come dividere con altri la nostra intimità. All’epoca ero molto pudica, facile al turbamento. Con lui mi sentivo di nuovo una bambina, ero sempre la figlia di papà. Lemon Incest non è stato uno choc per me, l’abbiamo inciso da soli, in uno studio di registrazione. Il pudore era salvo.
Sua madre Jane Birkin dice di lei: «Ha l’orgoglio british di mia madre e la falsa rassegnazione slava di suo padre». Si ritrova in questo ritratto?
Non avevo mai sentito questa descrizione, ma mi ci ritrovo, sì. Mi piace avere queste due identità, sono entrambe molto forti in me, anche se avevo la tendenza a lasciarmi sedurre di più dal mio coté slavo, quando mia nonna paterna era ancora in vita. Da quando è morta rivendico piuttosto il coté inglese. Ma ho l’impressione di aver fatto finta con tutte queste identità: per lungo tempo non ho saputo dove posizionarmi, ho recitato dei ruoli.
Da giovane voleva imparare il russo, leggeva Gogol ed è passata anche attraverso un’esperienza mistica frequentando la sinagoga…
Ero molto attirata da questi aspetti. Mi lasciavo sedurre di volta in volta da mio padre o da mia madre. Mi piacerebbe poter dire che ero io, che erano le mie radici, ma a quel tempo avevo l’impressione di vivere per procura, di avere una falsa identità. Ho avuto questo slancio verso la religione ebraica durante le riprese di La sfrontata. E l’ho fatto di nascosto, mio padre aveva orrore della religione.
Suo padre di lei ha dato un’altra definizione: «Un’orchidea travestita da ortica».
Quel che mi è stato chiaro fin da subito e quel che mi provocava i complessi più acuti nei confronti dei miei, era che ero lontana dal canone della loro bellezza. Ero ingrata, ottusa, tenevo sempre il broncio, non stavo bene nei miei panni. La mia unica difesa era chiudermi, non ero certamente un tipo facile. Era il mio modo di lottare, di esprimermi. Da piccola facevo scenate terribili, ma mio padre mi aveva in pugno, mi faceva un sacco di regali e “mi comprava”. Lo vedevo nel weekend… e mi dava tutto quello che volevo. Ero molto riservata, la mia stanza era all’ultimo piano della nostra casa, avevo il mio telefono, mi ci rintanavo, qualche volta prendevo il piatto e andavo a mangiare da sola in camera, nessuno mi vedeva più. Per mia madre ero una specie di incubo.
Ha lavorato con molti grandi, qual è il regista che l’ha più segnata?
Yvan (Yvan Attal, il marito, la coppia ha tre figli, ndr). Ha saputo insegnarmi ad andare più in là, a mollare gli ormeggi. Ha capito che ero bloccata dalle mie inibizioni. Ha saputo farmi osare, anche a costo di essere un po’ ridicola.
E il ruolo più lontano da lei qual è?
Credo che sia quello che ho appena finito di interpretare, proprio per Yvan: formo una coppia molto libera con Asia Argento… Il film (Do not disturb, ndr) è il remake di una commedia americana, Humpday (quella era in versione omo, questa, invece, è lesbo, ndr)
Lars von Trier, parlando di Antichrist, (uno dei due film che Gainsbourg ha girato con il regista danese) mi ha detto che lei è molto timida. Che poteva star zitta per un’intera cena e poi, l’indomani, masturbarsi davanti alla macchina da presa senza problemi.
Per lui quello è il mio più grande talento!
Il suo proverbiale pudore quindi a volte sparisce?
Sono più preoccupata del pudore dei sentimenti che di quello del corpo. Non sono il tipo che si spoglia facilmente e sono molto complessata, ma quella scena faceva parte del contratto, era nella sceneggiatura fin dall’inizio, sapevo che ci sarebbe stata una scena di masturbazione e delle riprese molto impudiche. Ma è stato fatto tutto il necessario perché fossi a mio agio. Le scene di lutto che c’erano all’inizio del film sono state molto più difficili.
© Positif

Ed ora l’intervista a Sergio Rubini.

AMICI, MOGLI, EX… QUESTO FILM E’ PROPRIO UN AFFARE DI FAMIGLIA
“Ho bisogno di amare gli attori con cui lavoro e di sentire il loro affetto”
confessa Sergio Rubini che per la commedia Mi rifaccio vivo ha riunito vecchie e nuove conoscenze.
Risultato? Un clima giocoso, da spogliatoio. Che ha coinvolto anche noi
di Maria Laura Giovagnini

Margherita Buy esita, poi si vince: butta le braccia al collo di Emilio Solfrizzi. «Che lunghissima notte fu. Ti ricordi quante volte?». «Due?» tira a indovinare lui, che non sa di cosa gli stia parlando. «Macché!». «Quattro?» spara, ringalluzzendosi. «No: dodici. Dodici baci meravigliosi». Stooop! Dopo innumerevoli ciak, Sergio Rubini alla fine è soddisfatto della scena, in questa villa sull’Appia Antica. Per Mi rifaccio vivo, sua undicesima regia, ha abbandonato la Puglia e ha scelto Roma.
La storia? Un imprenditore suicida (Lillo di Lillo&Greg) viene rispedito sulla terra grazie a una buona azione compiuta in maniera inconsapevole. Ma, tornando, sceglie di reincarnarsi in un altro (Solfrizzi, appunto) perché animato da un proposito malvagio: distruggere la vita di un ex compagno di scuola (Neri Marcorè), che ha sempre considerato un rivale più fortunato, dai tempi dei Giochi della Gioventù…
Torrida la temperatura nella camera in cui si gira oggi, caldo il clima sul set. «Per Margherita recitare è un gioco, quindi rende giocose le situazioni. Ed è così brava, lo so da sempre: la vidi in teatro appena uscita dall’Accademia e dissi subito al mio agente: “Devi prenderla!”. Quando, nel 1990, debuttai alla regia con La Stazione, la chiamai. E la sposai, ma è stato un amore nato prima professionalmente».
«Quando ho incontrato Sergio si muoveva sempre in coppia con Umberto Marino, che ha scritto la sceneggiatura di Mi rifaccio vivo: mi ha fatto piacere ritrovarli assieme, rivivere lo spirito di un tempo» racconta la Buy. «Avevo voglia di commedia, di recente ho girato film non proprio leggeri, mentre questo girotondo di equivoci è esilarante».
Sul set c’è anche Carla Cavalluzzi, l’attuale compagna di Sergio («Una ragazza di Grumo Appula come me, che non c’entra nulla con questo mondo: si è laureata in Filosofia»). E c’è un amico come Solfrizzi, che ha portato a sua volta un amico come Marcorè… «Neri aveva accettato solo perché era prevista una scena sul campo da tennis (è un campioncino), dopo hanno cambiato: golf» scherza Emilio. «Ci è toccato prendere lezioni e l’insegnante si è lasciata sfuggire: “Eh, io l’avevo detto che non è uno sport per vecchi!”. Lì per lì ho incassato con aplomb, più tardi ho pianto vicino al primo albero… C’è un clima da spogliatoio, e per me tutto funziona se la squadra è ok, non ho mai creduto nelle individualità».
«Io ed Emilio abbiamo ristabilito l’alchimia di Tutti pazzi per amore» interviene Marcorè, appena arrivato in moto, irresistibile con la tinta biondastra che spicca appena si leva il casco. «il legame del film con la cronaca è forte (quanti si sono tolti la vita, privati del lavoro, della dignità?), come nella migliore tradizione della commedia all’italiana. Comunque, ci divertiamo».
Secondo un luogo comune, quando ridono gli attori, non ride il pubblico… «Divertirsi non significa svaccare quanto a rigore, anzi: siamo pure troppo tecnici nelle discussioni prima delle scene. le risate nascono dalla simpatia e dall’affetto».
«Qui si viene per lavorare» ribadisce Rubini, «però se gli attori stanno “comodi”, diventano più creativi. Soprattutto in una commedia, sono loro a fare i tempi, non il montaggio. però confesso: ho molte insicurezze, sento il bisogno di amare le persone con cui collaboro e di percepire affetto nei miei confronti».
Nel cast ci sono anche Vanessa Incontrada e Valentina Cervi. «Valentina ha un fascino raffinato, lunare, che spaventa in un paese come il nostro, dove – sia al cinema, sia in tv – si cercano bellezze materne, rassicuranti. E, se possibile, nemmeno troppo intelligenti: l’intelligenza viene scambiata per aggressività» parte di slancio Rubini.
Che però un po’ aggressiva deve vederla, se le dà la parte di un’analista diventata stalker… prende in giro la psicoanalisi? «Tutt’altro: sono dodici anni che mi accompagna! Mi ritengo ormai uno del mestiere…». E ne dà prova immediata, “interpretando” i suoi film. «L’ultimo, L’uomo nero, era sul rancore. Questo rappresenta il passo successivo, mostra che il rancore può essere sanato. il protagonista, vedendo da vicino il suo “nemico”, si accorge che non è un vincente come credeva: deve affrontare fragilità, drammi, contraddizioni. Così, da piccolo diavolo si trasforma quasi in angelo custode. L’erba del vicino sembra sempre più alta e più verde, ma se entriamo in casa sua tutto è diverso… Un conto è ciò che vediamo, le realtà sono molteplici. Dietro una persona se ne può nascondere un’altra, un tema “classico” che possiamo rintracciare su su fino alle commedie di Plauto».
Ci sarà l’happy end, insomma. «Trovo che le pellicole con un messaggio positivo siano un atto di coraggio, e che siano più complicate da realizzare di quelle che raccontano brutalmente le cose per come stanno» conclude il regista. «Un film con un finale rassicurante offre un’indicazione, sennò resta un voyeurismo un po’ vigliacco».

Infine, l’intervista a Vincent Pèrez.

“Sono un uomo di ferro. Chiedete a Carlà (e le altre)”
Le ex illustri appartengono al passato. Da quando si è sposato, Vincent Pérez ha deciso di rinunciare
alle tentazioni. Come il Prefetto antimafia del suo ultimo film
di Cristina Lacava

È uno che non si accontenta. Conosce molte lingue, fa l’attore, il regista, il fotografo. Per interpretare il ruolo che fu di Giuliano Gemma 35 anni fa, si è messo d’impegno: ha “saccheggiato” una videoteca e fatto una scorpacciata di pellicole. Una cinquantina di film, da de sica a rossellini, al primo Visconti, per “capire il cinema e l’anima italiana”. Così ogni sera, tornando dal set di Cesare Mori: il Prefetto di ferro (su raiuno), Vincent Pérez si sedeva sul divano e lasciava partire un dvd.

Giuliano Gemma ha fatto innamorare una generazione di donne. Con lei toccherà alle figlie?
Non ho visto il film di Pasquale Squitieri.
Non la incuriosiva?
Non volevo lasciarmi influenzare. Ho scelto di calarmi nel ruolo studiando il vostro cinema. Mi sembrava la strada migliore anche per integrarmi, visto che sul set ero l’unico francese. Mi era già capitato lavorando con Ettore Scola e con Mimmo Calopresti.
Con il primo ha girato Il viaggio di Capitan Fracassa, con il secondo La felicità non costa niente. Ha imparato l’italiano tra un ciak e l’altro?
In parte. ma non solo. Ho vissuto due anni con Carla Bruni. Noi due parlavamo francese ma con la sua famiglia sceglievamo l’italiano.
Dal 1998 lei è sposato con la regista Karine Silla. I rapporti con Carla?
Ottimi. siamo molto amici, è venuta al mio matrimonio, è amica di mia moglie. Ci vediamo spesso con i ragazzi e Nicolas (Sarkozy, ndr), siamo uniti.
Anche in politica?
Non mescolerei i due piani. Comunque non mi sento né di destra, né di sinistra. È un momento difficile, tutto cambia. Come diceva Gandhi: “dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”. Sono fiducioso.
Lei è un inno al multiculturalismo.
Sono nato in Svizzera da un padre spagnolo e una madre tedesca. Ho lavorato in Inghilterra e in Italia, vivo in Francia. Parlo le lingue di questi Paesi. Mi sento un cittadino europeo.
Ha tre figli, Iman di 13 anni, i gemelli Pablo e Tess di 9. Con voi vive anche Roxane, la figlia che sua moglie ha avuto da Gérard Depardieu. Una sfida, crescere tanti ragazzi.
Ho quasi 50 anni, sarà arrivata l’ora di prendersi delle responsabilità, non crede? Mi sento ottimista. di Roxane posso già dire che sarà una grande artista. In generale, penso che se i miei figli si sentono forti – e lo sono – saranno capaci di affrontare le difficoltà.
Il “suo” Cesare Mori, il prefetto di ferro, ne incontra parecchie.
È stato un uomo coraggioso, il primo a lottare contro la mafia nella Sicilia degli anni Venti. Non si accontentava di arrestare la manovalanza: puntava ai rapporti tra malavita organizzata e politica. fino a quando venne stoppato da Mussolini, che gli offrì un posto inoffensivo da senatore. Mori era integerrimo anche nel privato: amava la moglie ma era corteggiato da una donna bellissima. era dura.
Scusi, anche lei è un bell’uomo. Le tentazioni saranno continue.
La vita è fatta di tentazioni ma è importante mantenere l’equilibrio. È la famiglia a darmelo. La famiglia è la mia condizione di vita, mi fa sciogliere.
Mi parli di sua moglie. Ha interpretato il suo film Un baiser papillon. Com’è stato obbedirle sul set?
Come nella vita, no? scherzo, mi piace lavorare con lei, è anche un’amica. Ci fidiamo l’uno dell’altra, ci conosciamo a fondo. Ho girato un film anche con mio cognato, Luc Besson, il marito della sorella di mia moglie, Virginie.
E con la mia ex-cognata Valeria Bruni Tedeschi, nel film di Calopresti.
Una bella famiglia allargata.
Mi piace la forza della famiglia, tipica della cultura italiana. È rassicurante.
Ha interpretato 50 film, tra cinema e tv. Ancora non si è stancato?
No, perché diversifico. sono attore e regista: sto per iniziare il casting del prossimo film. Ho in progetto una pellicola in Puglia. Ma la passione è la fotografia: si è appena chiusa una mia mostra a Parigi, ne sto preparando un’altra a Mosca.
Un sogno da realizzare?
Sono un eterno insoddisfatto. Bisogna continuare a sognare: la vita senza sogni è una piccola morte. Ho sempre voluto fare l’artista, fin da bambino. L’importante è cercare, non arrivare.
Avrà poco tempo per la famiglia.
Vero. Infatti io e Karine cerchiamo di lavorare insieme. In ogni caso, i nostri figli non se la passano male, in campagna a 60 km da Parigi, con i cavalli…