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Edicola – “Io Donna”, anteprima di sabato 8 settembre 2012: interviste a Riccardo Scamarcio e Alessandra Acciai 7 settembre 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Film, Interviste, Io Donna.
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Il settimanale femminile del Corriere della Sera “Io Donna” (RCS Editori), in edicola da sabato 8 settembre 2012 con il quotidiano al prezzo complessivo di 1,50 € (qui sotto la copertina in anteprima esclusiva), propone due interviste: la prima (cover story) a Riccardo Scamarcio, che presto vedremo al cinema nei panni di un professore nel il film ll rosso e il blu; la seconda ad Alessandra Acciai, produttrice di E’ stato il figlio, film di Daniele Ciprì in concorso alla 69esima Mostra del Cinema di Venezia.

A seguire, le due interviste in anteprima assoluta.

“BUONGIORNO RAGAZZI, SONO IL NUOVO SUPPLENTE D’ITALIANO”
“Il professorino di Il rosso e il blu vuol cambiare il mondo. Proprio come me. Anche a costo di nuocere alla carriera”.
Riccardo Scamarcio annuncia la sua “rivoluzione”. E ci confida la sua ricetta della felicità. Che ha molto a che vedere con la passata di pomodoro
di Camilla Baresani

Meglio liceale o professore? «Professore». Come studente è stato scarso? «Più che scarso, assente. Non andavo quasi mai. Ero un iperattivo, pieno di energia, non riuscivo a stare incastrato per cinque ore dietro un banco. Ho sempre pensato che la scuola vada migliorata». Colpa degli insegnanti? «Con quelli che ho avuto sono anche riuscito a intrattenere un rapporto critico e costruttivo, ma il rendimento… lasciamo perdere. Il problema sono i programmi. Metterei teatro in tutte le scuole». Storia del teatro? «No, no, recitazione. Fare teatro aiuta. Soprattutto nella fase formativa, quando i ragazzi sono ancora senza sovrastrutture e blocchi. È decisivo per il benessere psichico e per la conoscenza del sé. Meglio che andare in analisi. In fondo gli esercizi di training teatrale sono basati sull’abbandono».
Non dev’essere facile per delle adolescenti avere Riccardo Scamarcio come professore: intenso, deciso, gentile, abbronzato come un pescatore e con il mare nel colore degli occhi, i riccioli graziosamente scomposti in quel modo che ogni studentessa avrebbe la tentazione di mettere in ordine. Succede in Il rosso e il bludi giuseppe Piccioni, tratto dall’omonimo romanzo di Marco lodoli. Margherita Buy è la rigorosa preside di un liceo romano. Roberto Herlitzka è un insegnante a fine carriera, spoetizzato, amaro, deluso. elui, Scamarcio, è un professorino al primo incarico, pieno di speranze, entusiasmo e voglia di cambiare le cose.

Come si è trovato nei panni di un supplente di italiano?
Mi sono riconosciuto nel suo spirito e nella sua energia. Nella voglia di fare qualcosa per cambiare il mondo. Io, personalmente, forse per l’età, non sono disilluso, ho voglia di rischiare e di mettermi in gioco, di occuparmi di cose che potrebbero anche nuocere alla mia carriera per arrivare a un cambiamento. Non mi arrendo.
Parla di scuola?
No, in generale. Parlo di cambiare le cose, di impegnarmi, di fare di più. Penso che bisogna avere delle idee e degli ideali. Cre-do nella politica, nelle istituzioni e anche nella scuola, nel suo valore formativo. È lo Stato che ha smesso di crederci…

Qui, il bel Riccardo si infervora. Mi consiglia di leggere, scaricandolo dalla rete, un pamphlet di denuncia della situazione economica e politica del giornalista Paolo Barnard. Mentre con mirabile manualità stappa una Coca Cola con la ghiera dell’accendino, mentre si accende una sigaretta – e con apprezzatissima galanteria si allontana per non farmi respirare il suo fumo -, tenta di arruolarmi nel novero di quelli che “possono cambiare le cose”, perché “ognuno di noi sa che si può fare di più”. Io, che mi sento Herlitzka, provo a cambiare discorso.
Com’è andata la vita sul set?
Mi sono molto divertito con Margherita Buy. era la prima volta che recitavamo insieme. Fa ridere!
Le cose fondamentali da imparare quando si studia recitazione?
Il punto di partenza è la teoria di Stanislavski, cioè la conoscenza del sé applicato alla scena: ti metti nei panni del personaggio e ti chiedi cosa faresti se fossi in lui.
L’anno scorso è stato Romeo in un allestimento molto rigoroso. Le capita di avere paura di perdere le battute, di non ricordarle?
Romeo e Giulietta, Shakespeare in generale, ti impone di impadronirti del testo. Devi possedere le parole. Non è facile. Ho fatto 70 date: 69 mediocri e una, una sola, in cui sono stato un grande Romeo. Allo Smeraldo, a Milano. Ma non grazie a me.
Grazie a cosa, allora?
Dioniso.
Aveva bevuto?
No, ma ero profondamente triste, provavo un disprezzo totale per la vita, volevo annullarmi. l’infelicità ci costringe a confrontarci con l’assoluto e con l’impalpabile. Era riaffiorata una parte di me che avevo lasciato in un cassetto.
Oddio, non si sarà lasciato con Valeria Golino…
Ma no! la nostra è una storia vera. Stiamo insieme perché ci cerchiamo con forza, non c’è abitudine. Ora Valeria sta montando un film di cui è la regista e io il produttore. titolo provvisorio: Vi perdono. Con Jasmine Trinca e Carlo Cecchi. È la storia di una ragazza che aiuta i malati terminali a suicidarsi, a pagamento.
Qual è l’attrice più desiderabile con cui ha lavorato?
Valeria. Sono ancora stregato.
Ormai è la terza volta che la intervisto. Ogni volta era vestito così: pantaloni blu, maglietta blu con collo a V, scarpe inglesi stringate…
È la mia divisa da lavoro. Mi piacciono i pantaloni comodi. A casa invece sto scalzo, in maglietta e pantaloncini.
E una donna invece, come deve vestirsi per piacerle?
Vestitini, un po’ morbidi, colori pastello. E tacchi, ma non altissimi. Non mi piacciono i troppi accessori, ciondoli con orecchini con cinture con tanti colori. E niente tatuaggi.
Lei ne ha?
Purtroppo ne ho due, uno che mi son fatto da solo a 12 anni, con ago e inchiostro. È la metà di uno scorpione, sul polso. Un altro l’ho fatto su istigazione di mia sorella: uno scorpione che sembra un’aragosta, sulla spalla destra.

Gentilmente, me li mostra. Poi ci salutiamo. deve tornare nella sua casa in Puglia, vicino a Polignano a Mare: «Non è nella zona chic delle masserie ma in quella agricola del-le cime di rapa e dei muretti a secco» precisa. Chi volesse tentare di scovarlo può basarsi su questi pochi dati. lo troverebbe intento a fare la salsa. I pomodori Pachino e San Marzano lo aspettano, e lui non vede l’ora di farne conserva per l’inverno.

Ed ora l’intervista ad Alessandra Acciai.

“Quest’anno mi sono regalata i confetti e un festival”
Settembre è il mese magico di Alessandra Acciai: ha prodotto È stato il figlio di Daniele Ciprì in concorso a Venezia
e a giorni dirà sì al compagno e collega Giorgio Magliulo.
“Un film è come un figlio, ma ne arrivasse anche uno vero…”
di Sabina Donadio

«Mi sposo il 12 settembre con Giorgio Magliulo, il mio compagno da un anno e mezzo. Questo 2012 è speciale da ogni punto di vista» dice ridendo Alessandra Acciai, attrice italiana e produttrice di È stato il figlio, il film di Daniele Ciprì in concorso alla 69esima Mostra del cinema di Venezia. e c’è da capirla. Un amore nato sul set diventa un progetto di vita importante, mentre il lavoro viene finalmente consacrato davanti alla critica cinematografica e al pubblico: una bella soddisfazione per chi, come lei, si è sentita bollata per aver accettato ruoli televisivi a dispetto dei suoi studi all’Accademia silvio D’amico.

Be’, c’è da considerarsi soddisfatte, non crede?
È davvero un gran bel film, è stato faticoso, ma il risultato è quello che volevamo. l’ho seguito dalla sceneggiatura ai titoli di coda: ora ho la stessa sensazione che prova un genitore quando il figlio fa il saggio di fine anno. si teme che possa cadere, che possa fare una brutta figura anche se, devo dirlo, io sono davvero fiera di “lui” e so che “non cadrà”. Me lo sogno di notte il Leone d’oro, lo confesso.
Quando ha saputo di essere in concorso?
A luglio. avevamo fatto vedere il film al direttore della mostra del cinema, Alberto Barbera, molto tempo fa, ben prima del Festival di Cannes. Sapevamo che era il primo film italiano che aveva visto, sapevamo che era piaciuto ma non avevamo nessuna certezza. una sera eravamo tutti insieme davanti alla tv, guardando Il Verdetto con Paul Newman ed è arrivato anche il nostro “verdetto” via sms. Eravamo in concorso insieme a Marco Bellocchio: una gioia infinita.
Vuol dire che smetterà per sempre di far l’attrice per fare “solo” la produttrice?
Finché produrrò non farò l’attrice, è un mestiere che non consente di fare altro. Da quando avevo quattro anni sognavo di recitare, e la mia è stata una carriera piena di sogni. La mia famiglia non condivideva affatto questa decisione così ho dovuto fare anche scelte professionali che mi permettessero di mantenermi. Quando mi hanno offerto un ruolo in Incantesimo gli autori impegnati hanno smesso di cercarmi.
Era un momento in cui, economicamente, mi trovavo agli sgoccioli, sarebbe stato meglio fosse passato Bertolucci, ma così non è stato e mi sono dovuta arrangiare con quel che avevo. non era il mio sogno, giravo dieci minuti al giorno, senza avere il tempo di lavorare bene. La verità sa qual è? Nella vita sono riuscita sempre di più nelle cose che mi capitavano per caso.
La recitazione è stato un amore che mi ha fatto molto soffrire.
Cosa significa produrre un film?
Riuscire a costruire un sogno, renderlo tuo. vederlo realizzato al cinema. ci sono così tante cose tecniche da sapere, così tanti autori da conoscere bene.
Lei però a Venezia c’era già stata tre volte come attrice…
Le responsabilità erano sugli altri, io ero concentrata sulle frivolezze. Oggi c’è maggiore consapevolezza in me, uno spirito carico. aver fatto l’attri-ce mi è servito tanto per questo nuo-vo lavoro. essere stata dall’altra parte mi fa essere molto attenta alle fragilità e alle insicurezze delle persone con cui ho a che fare.
E come donna?
Mi sento una ragazza saggia. Meno ingenua ma molto ribelle: amo il merito, vorrei si premiasse sempre e solo il talento. E sono innamorata. Sarò una sposa allegra, colorata: ci sposiamo proprio perché vogliamo dare un significato diverso alle storie del passato. E lo confesso, sarebbe meraviglioso se arrivasse anche un figlio.

È stato il figlio, il nuovo film di Daniele Ciprì (questa volta senza Maresco) con protagonista Toni Servillo, tratto dal romanzo di Roberto Alajmo, è stato proiettato in concorso alla 69esima edizione del festival di Venezia.
Protagonista
è la famiglia Ciraulo, che vive poveramente nel quartiere Zen di Palermo e che davanti all’uscio di casa tiene parcheggiata una fiammante Volvo. L’auto è stata comprata con “i soldi di serenella”, ovvero con il risarcimento che i Ciraulo hanno percepito in seguito alla morte della loro bambina, colpita accidentalmente da un proiettile durante una sparatoria tra mafiosi. la macchina e il denaro atteso sono il simbolo di un riscatto sociale e quando il capofamiglia Nicola viene assassinato, i sospetti ricadono sul figlio Tancredi, che aveva discusso violentemente con il padre per via di un graffio sulla portiera dell’automobile. L’uscita nei cinema italiani è prevista per il 14 settembre.