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TeleNews #133 – La crociata della Tarantola contro le rifatte – La Rai mette i mutandoni a Miss Italia – Rai, gli ascolti di Londra 2012 – Incidente per Michelle Hunziker – Critica: FIL Felicità interna lorda – L’intervista: Morgan – Telefilm: dove Wisteria Lane incrocia Fast & Furious; Aaron Sorkin 17 agosto 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Interviste, TeleNews.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” propone una rassegna stampa - segnalando le fonti di provenienza - di notizie ed argomenti vari legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, cliccate qui per lasciare il vostro messaggio.

  • La crociata della Tarantola contro le rifatte
    Rifatte e non, paladine del ritocchino o strenue sostenitrici dell’immagine naturale, guerrigliere dell’essere o dell’apparire: sono tutte unite le show girl della Rai, nell’applaudire Anna Maria Tarantola, la nuova presidente della Rai che ha annunciato «più rispetto» nei confronti dell’immagine della donna in tv e «più cautela» sulla chirurgia estetica scodellata con disinvoltura nei contenitori mattutini.
    «Se dai un’immagine plastificata è chiaro che le donne reali non si possono immedesimare – dice Miriam Leone, ex Miss Italia approdata sul piccolo schermo -. Lo so che sono arrivata in tv per aver partecipato ad un concorso di bellezza, ma l’unica cosa che ritocco sono i capelli, perché li tingo. E penso che quelle che si rifanno il seno non lo fanno per se stesse, ma perché si adeguano ad un’estetica maschile».
    Vallo a dire a Veronica Maya, che senza imbarazzo parla del suo seno rifatto, «una decina d’anni fa, quando ancora non facevo questo lavoro, ma adesso sto allattando mio figlio e non me ne importa niente se cadranno un po’, magari farò un ritocco dopo i 40 anni e un altro figlio, tanto il mio compagno fa il chirurgo estetico». Lei, che con le sue camicette è esempio di stile, centra il punto: «L’intervento non è un tabù: è un problema di responsabilità della conduttrice, al di là del codice etico imposto dall’azienda, che può far diventare trash anche un programma elegante sulla carta».
    «Non ho mai pensato ad un intervento estetico e non credo che vi ricorrerò – dice invece la presentatrice Eleonora Daniele -. Non nego che la bellezza mi abbia aiutato, ma penso di essere molto cambiata nel tempo: ora sono la presidente di un’associazione che si occupa di autismo, e questo ruolo mi ha aiutata ad approfondire la maniera giusta per liberarsi da schemi basati solo sull’estetica».
    «Ahimè, è vero, il modello prevalente è la donna perfetta e rifatta – incalza Donatella Bianchi («Linea Blu») -. Io ho sempre cercato di dimostrare che non ci credevo provando ad essere me stessa anche in tv, con le mie rughe, i miei chili di troppo».
    «I volti e i corpi deformati che vediamo in tv sono anche frutto di trasmissioni superficiali – sentenzia Rosanna Lambertucci -. Bisognerebbe scoraggiare chi non ha bisogno di ritocchi, facendo sì che punti su altre caratteristiche». Come l’intelligenza: è il caso delle conduttrici di Raitre, che da anni tutela l’immagine femminile. «Abbiamo tantissimi esempi viventi di come dovrebbe essere una conduttrice – ricorda il direttore Antonio Di Bella – da Federica Sciarelli a Milena Gabanelli, da Licia Colò a Franca Leosini, tutte donne con grande professionalità che non rinunciano alla loro bellezza».
    (fonte: “Corriere della Sera”, 13 agosto 2012 – articolo di Valentina Santarpia)
  • La Rai mette i mutandoni a Miss Italia
    La Rai mette i mutandoni alle miss. E pure il velo. No, non preoccupatevi, viale Mazzini non è ancora territorio del Vaticano…
    Però, come quei cardinali che facevano ricoprire le «vergogne» dei quadri e delle sculture, quest’anno la Tv di Stato, nell’ansia di seguire il «nuovo corso» ispirato alla sobrietà montiana, ha deciso di drappeggiare le concorrenti del concorso di Miss Italia e di allungare i centimetri dei costumi. E non di poco: via i bikini, su i costumi interi e con tanto di calzoncini a coprire interamente le natiche. Ve li ricordate quei mini abitini che si indossavano negli anni ’50 per andare al mare? Certo che sì: quest’estate sono tornati di moda e hanno spopolato sulle spiagge. E così la patron del concorso di bellezza, Patrizia Mirigliani, ha pensato bene di mettere insieme i vari input: la neo presidente della Rai Anna Maria Tarantola e pure il ministro Elsa Fornero chiedono un maggior rispetto dell’immagine della donna in televisione? Bene, cosa c’è di meglio che ascoltare i consigli di tali personalità (nonché datori di lavoro) e unirli alla moda del momento? È la stessa Mirigliani a comunicare la novità: «Il bikini non ci sarà proprio. Con i costumi anni ’50 ci riferiamo alla bellezza classica che ancora oggi ricordiamo e prendiamo ad esempio». Ma ve l’immaginate le «fanciulle in fiore» cresciute a pane e tv che ammiccano alle telecamere (e pure ai cameramen) come se fossero sempre state su un set vestire come le loro nonne? Verrà loro voglia di sforbiciare i mutandoni…
    Aggiunge l’intrepida Mirigliani: «Condivido la posizione della presidente Tarantola e credo ci sia la necessità di dare una virata nel modo di porsi delle ragazze giovani che è molto omologato». Certo che queste parole, dette da una donna che ha fatto dell’esibizione del corpo femminile il lavoro della propria vita, fanno un po’ effetto. Lei, conoscendola, ribatterà: Miss Italia ha sempre cercato di mantenere il concorso nel massimo dell’eleganza, della sobrietà e del rispetto delle ragazze (chi mai dimenticherà lo scottante dilemma se mostrare o no da vicino il «lato b»?). E aggiungerà: non vi va mai bene niente, se scopriamo le ragazze vi lamentate perché lo spettacolo è volgare e umiliante per le donne. Se le copriamo, non va bene lo stesso. Ma il punto sta qui: Miss Italia è o non è una sfilata di bellezze italiane al fine di scegliere chi ha le gambe più belle, le curve più sexy, i lineamenti perfetti? E se quei corpi li drappeggiamo, certo con veli trasparenti e svolazzanti, mica con un burqa, e se copriamo i sogni maschili per eccellenza, i glutei, con centimetri di stoffa, che senso ha il concorso? Miss Italia non rappresenta più le ragazze di oggi? Santa verità! E allora, invece di adornarle con un velo ipocrita, chiudiamolo e basta. Lo disse bene un capostruttura della Rai (Antonio Azzalini) senza peli sulla lingua proprio a Salsomaggiore: «Miss Italia è sempre stata una sfilata di carne da macello».
    Comunque l’inversione di rotta in direzione politicamente corretta non finisce qui: «Sto già pensando – dice la Mirigliani – per il prossimo anno ad un tessuto ecocompatibile per sollecitare le mie ragazze a indirizzarsi verso il tema dell’ecologia». Ecco, una bella pelle di montone… Nel frattempo, le concorrenti, per far vedere che ci tengono alla spiritualità, incontreranno nei prossimi giorni Tara Ghandi, figlia del Mahatma che parlerà loro della «bellezza interiore». Argomento che piacerà tanto ad Anna Maria Tarantola. Un po’ meno ai maschietti (spettatori) di ogni ordine e grado.
    (fonte: “Il Giornale”, 14 agosto 2012 – articolo di Laura Rio)
  • Rai, gli ascolti di Londra 2012

    Rai ha dedicato ai Giochi Olimpici di Londra 2012 oltre 200 ore di trasmissione televisiva (Rai 2-Canale Olimpico e Rai Sport 1), oltre 200 ore di programmazione radiofonica (Radio 1 – Radio 2) ed una intensiva copertura dell’evento sul WEB (streaming live di Rai 2, dirette su Rai.tv e sul sito di Rai Sport, applicazione Rai.tv per Ipad).
    Le performance televisive
    Su Rai 2 i Giochi Olimpici di Londra 2012 hanno realizzato un ascolto medio di 2,5 milioni di telespettatori, pari al 21% di share ed una copertura complessiva di oltre 44 milioni di contatti. In dettaglio:

    • Cerimonia d’apertura: Ascolto medio: 5.531.047 share 42,59%
    • Eventi Sportivi: ore 151 – Ascolto medio: 2.603.309 share 21,23%
    • Rubriche: ore 47 – Ascolto medio: 1.673.756 share 16,51%
    • Cerimonia di chiusura: Ascolto medio: 2.837.829 share 24,09%
    Rai Sport 1 (16 ore di trasmissione) ha realizzato una performance media di 421mila telespettatori, pari al 2,9% di share, con oltre 9 milioni di contatti e picchi di 1,9 milioni di  ascoltatori e del 13% di share. Nel periodo di programmazione delle Olimpiadi, Rai Sport 1 è risultato il Canale più visto nella fascia 20:30-22:30 tra quelli non generalisti ricevibili in tecnica digitale terrestre e satellitare, free e pay.
    Sono particolarmente interessanti i risultati sul pubblico giovane/adulto che su Rai 2 sfiorano la media del 24% di share tra i 35-44enni e i 45-54enni. Il profilo socio-demografico della platea dell’evento Olimpico conferma la sua prevalente connotazione maschile, centro-settentrionale, con livello socio-economico e di istruzione medio-alto.
    Le differenze di fuso orario tra “Londra 2012” e le precedenti sedi di svolgimento dei Giochi Olimpici non consentono di fare confronti significativi tra i risultati di ascolto/share delle singole edizioni. L’unico benchmark possibile è quello con le Olimpiadi di Atene 2004, rispetto alle quali quelle del 2012 hanno realizzato, nonostante il differente scenario competitivo “post-digitale”, un volume di ascolto sostanzialmente invariato.
    Va segnalato in particolare il primato di audience della Cerimonia di apertura che, trasmessa in prima serata da Rai 1, ha registrato la migliore performance ottenuta da questo tipo di Cerimonia da quando esistono le rilevazioni Auditel (5.531.000 spettatori medi, pari al 42,6% di share, con un picco di circa 8 milioni di individui e del 53% di share).
    Le discipline olimpiche che hanno ottenuto i più alti risultati di audience, anche in funzione della loro collocazione oraria, sono state: SCHERMA (3.250.000 spettatori medi), NUOTO/TUFFI (3.100.000); ATLETICA LEGGERA (2.850.000).
    In termini assoluti, l’evento più visto è stata la finale dei 200 metri femminili di nuoto stile libero (8 milioni di ascoltatori medi, pari ad oltre il 38% di share).
    Ottimi i risultati d’ascolto del TG2 nel periodo di svolgimento delle Olimpiadi.
    Nell’edizione delle ore 13:00 il TG2 ha realizzato oltre 4 milioni di ascolti con il 27% di share, mentre nell’edizione serale delle 20:30 ha ottenuto 3,4 milioni di ascolti con oltre il 19% di share.
    I risultati sopracitati premiano ancora una volta la soluzione di Rai 2 canale olimpico, in quanto ha consentito sia di valorizzare l’evento olimpico, sia di massimizzare la performance complessiva del gruppo Rai (intera giornata ascolto 3,6 milioni share 43,9%, prime time ascolto 8,8 milioni share 48,1%).
    Le performance sul Web
    Considerando l’intera offerta web Rai (Speciale dedicato di Rai Sport, dirette fruite sul sito Rai Sport, su Rai.tv e dalla relativa “app” su IPAD), “Londra2012” ha totalizzato 13,8 milioni di “pagine viste”, con un picco di 1,3 milioni raggiunto lunedì 30 luglio.
    Il sito di Rai Sport ha registrato 9,5 milioni di pagine viste ed una media giornaliera di 99mila utenti unici, con un incremento rispettivamente del 258% e del 160% rispetto ai primi 26 giorni di luglio.
    Lo “speciale” dedicato a Londra2012 ha registrato 5,9 milioni di pagine viste ed una media giornaliera di 55mila utenti unici, raggiungendo i picchi di traffico con 81mila utenti sabato 28 luglio e con 580mila pagine viste lunedì 30 luglio.
    Le dirette nel complesso (sito di Rai Sport, Rai2 su Rai.tv e Rai2 su App/Raitv/iPad) hanno totalizzato 9,2 milioni di pagine viste.
    Complessivamente il Portale Rai nel periodo considerato ha registrato 73 milioni di pagine viste ed una media giornaliera di 520mila utenti unici, con un incremento rispettivamente del 29% e del 27% rispetto al periodo 1-26 luglio.
    Rai.tv, nel periodo olimpico, ha registrato 28,9 milioni di pagine viste ed una media giornaliera di 255mila utenti unici, con un incremento, rispettivamente del 31% e del 44% rispetto ai primi 26 giorni di luglio.
    (fonte: com. stampa Rai, 13 agosto 2012)
  • Paura per Michelle Hunziker, incidente durante uno show in Germania
    Attimi di paura per Michelle Hunziker durante la registrazione in Germania dello show televisivo ‘Supertalent’. Lanciata in aria ieri sera da un concorrente ceco, che la sorreggeva tramite una corda a formare una specie di altalena tenuta con i denti, la show-girl e’ precipitata al suolo tra il panico dei tremila spettatori presenti in sala e dei due co-moderatori, Thomas Gottschalk e Dieter Bohlen. Lanciando un’imprecazione in italiano, Hunziker e’ comunque balzata subito in piedi assicurando che “va tutto bene, e’ tutto ok”, anche se le sue condizioni non apparivano rassicurati. Un’ambulanza chiamata d’urgenza ha condotto immediatamente la 35enne star ticinese in un ospedale di Berlino, dove e’ stata trattenuta in osservazione dai medici per circa due ore. Una portavoce dell’emittente ‘Rtl’ ha poi riferito che Michelle “ha riportato una contusione all’osso sacro e una commozione cerebrale”. Una volta dimessa, lei stessa ha peraltro voluto tranquillizzare i propri fan: “E’ stato doloroso, ma adesso va tutto bene”, ha dichiarato Hunziker. “Ci sara’ qualche livido, ma in compenso spero che il mal di testa passi presto”.
    (fonte: AGI, 13 agosto 2012)

CRITICA TV

(Pre)giudizi
C’è un sistema spiccio e redditizio, in viale Mazzini, per costruire spazi televisivi che diano l’idea di essere non soltanto interessanti, ma anche alternativi al solito sciocchezzaio dei palinsesti commerciali.
Basta presentarsi carichi di buona volontà allo sportello delle teche Rai, e poi montare i materiali di repertorio in trasmissioni che diano l’impressione di restituirci quel bagaglio di intrattenimento e cultura oggi andato perduto.
Certo, come già scritto da queste parti, non tutti arrivano al traguardo nello stesso modo. Nel senso che sarebbe ingiusto paragonare il dolce stil vecchio di Paolo Limiti e della sua partner Floradora, per esempio, alle dinamiche filologiche di “Techetechetè”.
Ma per citare certe madri inviperite con i figli testa di rapa, «quando è troppo è troppo…».
E dunque si fa una certa fatica, anche con tutto l’affetto del mondo, a promuovere senza riserve l’offerta di “Fil, Felicità interna lorda”, trasmesso il lunedì sera verso la mezzanotte da Raitre.
L’intento, spiega in partenza uno degli autori – che sono il conduttore Fausto Paravidino (nella foto), Peter Freeman e Roberto Torelli- sarebbe quello di misurare la tenuta di una nazione valutando il suo tasso di benessere psicosociale.
Ed è proprio ciò che è andato in onda, questa settimana, nella puntata dedicata al lavoro e alle sue mutazioni dal dopoguerra a oggi.
Un viaggio tra operai, braccianti e colletti bianchi italiani che grazie a filmati d’archivio partiva dall’epoca del pre piano Marshall e arrivava fino alla precarietà attuale. Passando, naturalmente, attraverso il boom dei primi anni Sessanta e le svariate crisi e furberie che hanno ridotto la nazione in uno stato funerabile.
Quanto basta per concludere che sì, è tanto nobile e condivisibile ripercorrere le vicissitudini della working class sfruttando spezzoni di programmi come “Tv7″ o “Az, un fatto come e perché”.
Ma resta una carenza, fatale, in questo genere di produzioni. Ovvero si vorrebbe, da autori per fortuna degni di questo nome, un ulteriore passo verso la qualità e l’analisi.
Il che significa -o significherebbe- non limitarsi a cucire tra loro spezzoni storici nei quali si riassume lo sfruttamento meridionale postbellico, l’incubo del terrorismo o l’evoluzione della fabbrica da luogo di speranze a gabbia alienante, bensì dare una lettura critica di questo carico ingombrante.
Non ha troppo senso, insomma, insistere su argomenti e atmosfere mille volte affrontati -anche con la giusta profondità- da altre trasmissioni: se davvero si vuole puntare a costruire programmi utili, e propedeutici allo sviluppo di un futuro dignitoso (perché no: partendo proprio dalle consapevolezze storiche), bisogna sporgersi senza paura dal davanzale e prendersi la responsabilità di esprimere giudizi ed -eventuali- censure.
Altrimenti ok, grazie lo stesso: restiamo nel campo della divulgazione spiccia, che male non fa ma neanche -a lungo andare- troppo bene.
(fonte: “Gli Antennati”, 10 agosto 2012 – articolo di Riccardo Bocca)

L’INTERVISTA

Morgan attacca la tv: «Un’ossessione, basta»
Sono le quattro del pomeriggio, Morgan si è appena svegliato e mormora: «Eh, i melomani. Il mio staff dice che sono gente chiusa, che non accettano idee innovative. Sai che ti dico? Sono dalla loro parte». Marco «Morgan» Castoldi debutta come regista d’opera il 5 ottobre al Teatro Coccia di Novara. Di lui si parla sempre per i suoi «rumori fuori scena», le confessioni sulla droga, il rapporto con la sua ex Asia Argento, spericolatezze e depressioni. È in pista per Il matrimonio segretodi Cimarosa, buffa storia di sposini che non si possono appartenere. Il direttore è Carlo Goldstein, nel cast due vecchie volpi come Bruno Praticò e Stefania Bonfadelli.

Perché è dalla parte dei melomani?
«Rispetto al pop, sono più colti e capaci di criticare. Il melodramma in passato fu dissacrante e rivoluzionario, oggi viene visto come la culla della conservazione ed è un errore. Molte volte i modernisti fanno pacchianate deformanti che non rispecchiano l’autenticità dell’opera. E i melomani fischiano, giustamente».

Che spettacolo sarà?
«Interpreto l’essenza dell’opera buffa e della comicità in uno spettacolo che farà ridere. Userò una tecnica che ho inventato di zoomata, ho creato una doppia scena, come se si vedesse la stessa scena su due piani. Poi vado a illuminare quello che mi interessa».

Perché Cimarosa?
«Me l’hanno proposto. Lo conoscevo per sentito dire, non è così famoso per il pubblico generalista, sarà un bel modo di scoprirlo. Nella sua musica c’è un’italianità spiccata, mi ricorda Rossini per forza vitale e capacità ritmica. Ci sarà molto cinema, non il set di un film ma è come se avessi una macchina da presa che inquadra di volta in volta. Quest’opera ha un’armonia dentro che riesce a infondere in chi ci lavora e in chi la vedrà».

Lei suonava Chopin da piccolo.
«Non sono Gianni Morandi, è il compositore in cui vorrei reincarnarmi con Satie e Scriabin. Alle elementari, come dire, prima la musica e poi le parole».

Sa che è il titolo di un’operina di Salieri?
«Ma dai! Negli anni 70 componevo musica prima di scrivere. Ti stordivano con la pedagogia. Io ruppi il muro del solfeggio. A scuola andavo con la carta pentagrammata, mi mettevo all’ultimo banco e a 12 anni scrivevo un Quartetto d’archi. La prof di musica convocò mia madre, turbata perché scrivevo dissonanze alla Stravinskij. Mamma mi portò a Milano per analizzare i test sul quoziente intellettivo e da una compositrice giapponese per capire che tipo di bambino fossi. Ero visto come una scimmia, una cavia di laboratorio».

Poi dalla classica si allontanò.
«Mai abbandonata, ero preso dai Depeche Mode, tutto basato sul sintetizzatore. Mio padre me ne comprò uno a patto che continuassi a suonare Chopin. Un’unione necessaria, la classica e il pop».

Avere la Scala a due passi…
«Si dovrebbero dare una mossa, soprattutto in termini di nuovi artisti».

L’ultima volta che c’è andato?
«Anni fa, per un concerto di Eugenio Finardi».

Come fa a giudicare allora?
«Classica e opera vanno avanti sulle loro belle gambe, l’ambiente accademico ha un grande materiale ma fa di tutto per ucciderlo, arroccandosi su se stesso. Oggi la funzione della lirica qual è se non quella di riproporre il passato? Invece dovrebbe essere occasione di sommossa».

Ma lei da che parte sta?
«Sono uno che ama il bello e cerca di fare l’equilibrista».

Sarà accolto da pregiudizi o tappeti rossi?
«L’una e l’altra cosa. Prendetemi per quello che non sono: ignoratemi. Sto cercando di uscire dalla tv, non ne posso più, un mondo ossessivo, morboso, dominato dalla pubblicità che crea mostri di marketing, mi hanno sbattuto come un gatto preso per la collottola, uno strumento in mano loro. Ti pagano due euro e ti dicono di essere contento perché diventi famoso».

Ma se la pensa così sulla tv allora farà ancora «X Factor»?
«Per quest’anno sì, in futuro credo proprio di no. Non posso stare in quel banchetto a dire cretinate. Prima la tv la frequentavo in modo saltuario. Mi ha allontanato dalla musica».

Perché i suoi colleghi a un certo punto vogliono tentare la carta della classica, a parte De Gregori a cui sta bene raccontare il mondo in tre minuti?
«De Gregori è un finto modesto, gli piace la parte di quello che non vuole strafare. Io e Battiato veniamo dalla classica. Poi c’è stato Dalla, il Venditti sinfonico. A volte è l’invidia del pene, un complesso di inferiorità, ma non lo dico con cattiveria. I miei cd sono pieni di citazioni di Mahler, Debussy e Vivaldi».

Allevi dice d’essere il redivivo Mozart.
«Non il redivivo Morgan?». Ride. «Pensavo che fosse il redivivo Richard Clayderman».
(fonte: “Corriere della Sera”, 15 agosto 2012 – intervista di Valerio Cappelli)

TELEFILM

Dove Wisteria Lane incrocia “Fast & Furious”
Storie di strade. Di film e telefilm. Dove il rapporto tra realtà e finzione assume un senso metafisico che vertiginosamente incrocia essere e apparire. Questa è Wisteria Lane, esattamente come l’abbiamo vista tante volte percorsa dalle Desperates Housewives, le casalinghe disperate della serie, la cui ultima stagione, già trasmessa su Fox Life, è in prossima programmazione su Rai4: i prati curati, gli edifici con le colonne in stile vittoriano, e fiori, molti fiori. Finti, naturalmente. I glicini, le ortensie. Le dimensioni di tutto sono rimpicciolite. Le porte sulle quali si stagliano gli attori, le staccionate, i fiori stessi, tutto è più piccolo.
Ecco perché si dice sempre che il cinema e la tv allargano le persone, quindi, alè, tutti magri: perché sfalsano le proporzioni con gli oggetti, soprattutto negli esterni. Per fare in modo che l’uomo appaia più grande, incomba su varchi, confini e ostacoli, e li scavalchi senza difficoltà. Se tante protagoniste sono minute e di genere mignon, non è certo un caso. È perché esse possano mantenere intatte le proporzioni con l’uomo forte, in grado di sovrastarle.
Percorrere a Hollywood gli studi della Universal, della Warner, della Paramount, e sono chilometri, significa immergersi nella storia del cinema. Ma aiuta anche a capire il senso delle proporzioni. Le case sono piccole, ma le auto sono grandi. La cartapesta assume il valore del mattone e ci sono alcuni set, alcune strade da rapina e da malavita, alcuni quartieri della vecchia London, che risalgono agli Anni Venti e al cinema muto. Di qui scappava la povera Creatura del dr. Frankenstein, per esempio.
Se servono, quei set, li usano ancora. La finzione è come la realtà, soltanto in scala inferiore. Atmosfera da Truman Show. Totale. Ti aspetti che a un certo punto spengano il sole finto, o si alzi il mare in burrasca, laggiù. Invece compare Jim Carrey, quello vero, vicino alla sua assistente, perché questi sono luoghi di lavoro, altro che metafisica. Molto Truman Show ma molto, pure, vecchio West. Dove Johh Wayne, e Clint Eastwood, e Kirk Douglas, giganteggiavano sulla soglia del saloon.
Il bar di Friends, il mitico e pronubo di tanti amori «Central Perk», è conservato alla Warner come una reliquia. Nel buio di questa novella cattedrale laica spiccano le luci al neon che illuminano il divano e le poltrone dove gli amici si sedevano e flirtavano. Mantenere e conservare significa anche costruire il mito. Per Batman, ma anche per Harry Potter, non bastano i viali. Ci sono già i musei, dove si trova tutto ciò che li riguarda, dalle bacchette magiche alle diverse Bat Mobile.
Altre storie di strade. Strade di fuoco. Strade-torrenti. Questo anonimo viottolo di un boschetto era uno dei sentieri di Jurassic Park, di Spielberg, gloria assoluta della Universal, dove i velociraptor correvano predando. Qui stanno saltando in aria le macchine, le fiamme divampano. Mostrano la via dove si trovava il garage di Fast and Furious, e le auto esplodono perché sollevate da perni giganteschi. Quest’altra strada che si allaga sotto le piogge tropicali ospitava I diari della motocicletta di Walter Salles: terribili il realismo e la rapidità con cui la piena dilaga. Qui siamo a San Francisco e la simbolica via di Earthquake compendia acqua e fuoco incendiandosi e allagandosi per il film del 1974: la Universal ha in programma un rifacimento diretto da J. J. Abrams. Quest’altra strada è tutta distrutta, c’è una turbina bruciacchiata che gira in mezzo all’asfalto divelto: è quella della Guerra dei mondi di Spielberg, ed è impressionante pensare come tutta questa cartapesta condita di effetti speciali riesca, alla fine, ad apparire più vera del vero. E quell’ospedale? È un pronto soccorso interno? «No. È quel che resta di E.R.». Nulla si crea, nulla si distrugge.
(fonte: “La Stampa”, 13 agosto 2012 – articolo di Alessandra Comazzi)

Il genio Aaron Sorkin
«Elite is a good word, it means well above average» (élite è una bella parola, significa essere al di sopra della media). Il lavoro di Aaron Sorkin, uno dei più importanti showrunner della tv americana, si racchiude tutto in una missione segnata da un curioso paradosso: trasformare il medium più popolare, spesso considerato la sentina del trash e delle più basse pulsioni della società, in uno spazio discorsivo capace di rigenerare il concetto stesso di eccellenza, nella rappresentazione di un luogo dove le élite di un Paese (politiche, culturali, sociali) esprimano il meglio di sé.
La rivalutazione di questo concetto ha una genesi interessante: autunno 2008, il senatore dell’Illinois Barack Obama è il candidato democratico alle presidenziali americane, contrapposto al repubblicano John McCain. Intorno a Obama si raccolgono grandi speranze per un rinnovamento degli Stati Uniti e un nuovo «rinascimento» sociale, economico e culturale.
A Maureen Dowd, editorialista del «New York Times», viene un’idea: cosa consiglierebbe Jed Bartlet, l’ex presidente più amato degli Usa (nel telefilm The West Wing), al senatore democratico candidato alla Casa Bianca? Sorkin viene così chiamato a scrivere questa «intervista impossibile», diventata poi molto celebre e molto citata. Ne viene fuori un esaltante invito al futuro presidente democratico a non trasformare l’eccellenza in un fattore di distanza da un elettorato che lo percepisce come «the smarter in the class» (un saputello), ma nel principio ispiratore di tutto il suo operato.
Aaron Sorkin nasce a Manhattan (1961), da famiglia ebrea colta e benestante, padre avvocato, madre insegnante. Si laurea in Fine arts alla Syracuse University, e subito capisce che la sua vera vocazione è la scrittura. Ha spiegato al «New York Times»: «Quello che ho sempre desiderato era essere uno sceneggiatore teatrale. Ho finito il college e mi sono subito spostato a New York, e non mi è mai venuto in mente di poter andare a Los Angeles per cercare uno spazio in tv o nel cinema. Ho sempre e solo pensato al teatro».
Nel 1989, a 28 anni, scrive la sceneggiatura di un’opera teatrale per Broadway, A Few Good Men. Leggenda vuole che componga la prima bozza sui tovagliolini da cocktail, mentre lavora come barman al Palace Theatre. È la storia di un avvocato della marina militare chiamato a difendere di fronte alla corte marziale due marines accusati dell’omicidio di un soldato a Guantanamo.
Tutto il racconto si basa su un complesso ingranaggio di indizi che dovrebbero portare a ristabilire la verità, tra cospirazioni, ordini superiori e reputazioni da difendere a ogni costo, ma è l’eloquenza del giovane avvocato (cioè del suo ghostwriter Sorkin) il vero motore narrativo dell’opera. La pièce è un successo, la Columbia ne compra i diritti e chiama Sorkin a lavorare alla sceneggiatura del film (in italiano Codice d’onore), che esce nel 1992 con protagonisti Tom Cruise, Jack Nicholson e Demi Moore.
Dopo il successo di Codice d’onore, Sorkin continua a scrivere per il cinema, con il thriller Malice e soprattutto con la commedia romantica Il presidente. Una storia d’amore (1995), dove Michael Douglas è un giovane presidente Usa, da poco vedovo, che s’innamora dell’attivista Annette Bening. Il film non è solo una commedia romantica: oltre al racconto delle vicende personali dei protagonisti, filtra in controluce il desiderio di Sorkin di mettere in scena gli ingranaggi e i meccanismi della politica americana.
Il percorso che da Il presidente conduce al lavoro più perfetto e riuscito di Sorkin, The West Wing, passa attraverso Sports Night, il suo primo (e meno conosciuto) show televisivo, in onda su Abc dal 1998. Racconta il lavoro della redazione di un notiziario sportivo in un’immaginaria rete via cavo.
Nella serie, una sit-com «anomala» interpretata da Felicity Huffman (la «casalinga disperata» Lynette), Peter Krause (Six Feet Under) e Josh Charles (oggi in The Good Wife), sono già visibili tutte le cifre distintive della poetica di Sorkin (che scrive in prima persona quasi tutti gli episodi), quelle idiosincrasie e ripetizioni che vengono ormai definite sorkinismi, con un neologismo che allo stesso tempo critica Sorkin e ne sancisce la grandezza.
C’è il celebre walk and talk (letteralmente «camminare e parlare»), vero e proprio marchio di fabbrica ideato insieme al regista John Welles: due personaggi camminano nei corridoi della redazione intrattenendo un dialogo senza pause, con la macchina da presa che li pedina da vicino. Sorkin ha dichiarato: «La tv è un medium visivo, devi creare qualche genere di attrazione visuale. E quello è intrattenimento per i tuoi occhi». Ci sono dialoghi velocissimi e fitti di citazioni, ispirati ai ritmi frenetici della screwball comedy, ma anche fortemente influenzati dalle origini teatrali di Sorkin, con la parola sempre a guidare l’azione.
Ci sono personaggi che tra pregi (molti) e debolezze (poche) sono capaci di dare perfetta voce alla moral issue, la questione morale intorno a cui si articola ciascuna puntata. C’è poi l’ossessione tematica principale di Sorkin: mostrare il «dietro le quinte», il retroscena, in questo caso il funzionamento di un organismo dall’equilibrio complesso come una redazione, dove l’obiettivo condiviso è quello di migliorarsi giorno dopo giorno per realizzare ogni sera il miglior notiziario possibile.
Di nuovo, élite ed eccellenza. Neanche a dirlo, la serie è bellissima, perfetta incarnazione dell’idea che la tv di qualità non deve per forza rappresentare la noia, ma temi affascinanti come l’etica del lavoro, l’amicizia, l’amore. Sports Night chiude dopo sole due stagioni: ascolti troppo bassi, non soddisfacenti per un canale mainstream come Abc, in un destino che accomuna la sit-com a un’altra creatura di Sorkin, forse la più incompresa, Studio 60 on the Sunset Strip, in onda su Nbc nel 2006 e cancellato alla fine della prima stagione.
La serie è metalinguaggio allo stato puro, e racconta di un programma tv che ricorda molto da vicino il celebre Saturday Night Live, in profonda crisi creativa per colpa di un network che all’arte preferisce il denaro. Il compito di risollevarne le sorti viene affidato allo sceneggiatore Matt Albie (Matthew Perry) e al suo amico Danny Tripp (Bradley Whitford), tanto brillanti quanto tormentati dai fantasmi interiori che attraversano i migliori comici.
Studio 60 rimane il punto più dolente della carriera di Sorkin, quello che i critici più maligni ancora gli rinfacciano, senza capire la difficoltà di collocazione di un prodotto così raffinato su una rete generalista (la Nbc gli preferisce 30 Rock di Tina Fey, di analogo argomento).
Con Sports Night, Sorkin si afferma come uno dei più promettenti autori della tv americana, riprende in mano la sceneggiatura de Il presidente (la cui versione originale era lunghissima, 385 pagine contro una media di 120) e butta giù quella che è riconosciuta come una delle migliori serie dei primi anni Duemila, ricoperta di premi per sceneggiatura, regia, interpretazione: West Wing. Tutti gli uomini del presidente, Nbc, settembre 1999.
Che la comunicazione politica potesse diventare una trama avvincente era un bell’azzardo e tuttavia ogni sequenza della serie – tutta ambientata alla Casa Bianca, Ala Ovest appunto – si offre come un piccolo trattato sui meccanismi della politica: lo staff presidenziale è chiamato ogni volta ad affrontare i più complessi e urgenti problemi legati al governo della più grande potenza mondiale.
La serie è il manifesto ideale di tutti gli spin doctor: una miniera di soluzioni tecniche per chi si accinge ad apparire in video, di riflessioni sui complicati rapporti con la stampa, di spietati giudizi sui conduttori di talk show. È una lezione di ritmo, montaggio, recitazione, senso del racconto che riconcilia con la politica perché la toglie dal fango della realtà per riportarla nell’empireo degli ideali, tutti incarnati dal presidente Josiah Bartlet (Martin Sheen), fiero democratico liberal e cattolico del New Hampshire, colto (è PhD e premio Nobel per l’economia), dai modi spicci, poco disposto a cedere al compromesso.
Sorkin ha una personalità complessa, attraversata da molti demoni: nel 2001, all’apice del successo di West Wing (che però lui abbandona alla fine della quarta stagione), viene arrestato per possesso di droga. Dichiara che la cocaina lo aiuta a scrivere, gli dà energia e sicurezza: quando finisce in rehab (riabilitazione), la più grande paura, per fortuna infondata, è proprio quella di non riuscire più a scrivere.
Mike Nichols, che ha diretto il suo film La guerra di Charlie Wilson (2007), ne ha dato una bella definizione: «È sempre leggermente inquieto, e proprio nel momento in cui sei più felice di passare del tempo con lui, dirà, “Bene, devo andare”». Dopo Charlie Wilson c’è la sceneggiatura premio Oscar per The Social Network (2010), che prima ancora della storia di Mark Zuckerberg e del successo professionale di Facebook è il racconto shakespeariano di un imperscrutabile antieroe in felpa sportiva e ciabatte Adidas. Sorkin è oggi al lavoro sulla sceneggiatura del film dedicato alla vita di Steve Jobs.
Come tutti i grandi, Aaron Sorkin è autore molto amato, ma in questi anni non gli sono state risparmiate critiche anche feroci. C’è chi ha parlato di una sorta di «intelligenza artificiale» che tende a impadronirsi del suo lavoro, di dialoghi mai verosimili, dell’utilizzo forzato di archetipi narrativi per costruire personaggi sempre uguali (il grande vecchio, il giovane talento affamato, donne spesso sull’orlo di una crisi di nervi, eccetera).
Critiche che hanno investito in pieno il suo ultimo lavoro per la tv, The Newsroom, per il canale via cavo Hbo (non ancora trasmesso in Italia): la serie, di nuovo metalinguistica, è pervasa da un alto afflato ideale e racconta i retroscena di una redazione giornalistica che vuole trasformare l’informazione televisiva in uno strumento a servizio dell’elettorato e dunque della società americana, senza troppo curarsi dei vincoli legati agli ascolti. «We are the media elite», spiega a un certo punto l’anchorman Will McAvoy (Jeff Daniels) con una battuta che è già la più citata della serie.
È vero che il passaggio alla tv via cavo impone a Sorkin di lavorare su formati più lunghi della generalista (50/60 minuti a puntata) e che il suo stile molto complesso e fitto di dialoghi trova migliore dispiegamento nella struttura in tre atti delle serie generaliste, ma Newsroom rimane un prodotto di qualità eccellente. In una brillante intervista, Stephen Colbert gli ha posto la stessa domanda che, nel pilota di Newsroom, manda in crisi l’anchorman Will, costringendolo a ripensare a tutto il suo lavoro: perché gli Stati Uniti sono il miglior Paese nel mondo? «Perché vogliamo sempre fare meglio. Ci diamo un obiettivo e vogliamo sempre raggiungerlo migliorandoci», ha risposto Sorkin.
(fonte: “La Lettura del Corriere della Sera”, 12 agosto 2012 – articolo di Aldo Grasso e Cecilia Penati)


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