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Edicola – “Vanity Fair” #32/2012, 15 agosto 2012: “Kasia Smutniak – L’amore per chi c’era e quello per chi c’è” 10 agosto 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Interviste, Vanity Fair.
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Vi presento la copertina ed un’anticipazione relativa al numero 32 (del 15 agosto 2012) del settimanale “Vanity Fair”, edito da Condè Nast e in vendita nelle edicole al costo di 2 €.

Kasia Smutniak: l’amore per chi c’era e per chi c’è
Ovvero: il «lavoro quotidiano» di tenere insieme il ricordo di chi le ha cambiato la vita (Pietro Taricone) e il nuovo sentimento verso chi le dà «la forza di andare avanti» (Domenico Procacci)
di S. Nucini

Dice che le interviste di Vanity Fair cominciano quasi tutte in questo modo: «Lei arriva un po’ in ritardo, è vestita così e cosà, si siede e bla bla bla».
Le sue, in realtà, non cominciano così. Non cominciava così – e come avrebbe potuto – quella di due anni fa in cui, a tre mesi dalla morte di Pietro Taricone, spiegava «per la prima e l’ultima volta» la fatica quotidiana di andare avanti senza di lui, il padre di sua figlia. Ma non comincia così neppure questa. Perché Kasia arriva (puntuale) e quasi subito mi racconta di una bambina polacca che passa i pomeriggi – lei unica femmina, e pure piccola – appresso «come una palla al piede» a un gruppo di maschi che giocano alla guerra.
Un grande classico dell’infanzia con, in questo caso, una differenza: che gli amici maschi sono figli di militari, vivono in una base, e alla guerra ci giocano con le armi vere. Niente «bla bla bla» neanche questa volta, dunque: perché quella bambina racconta Kasia Smutniak mille volte meglio del vestito che indossa in questo caldissimo giorno d’estate.

«Non dovevamo immaginarci il carro armato o l’aereo: c’erano. Li avevano messi lì come obiettivi delle esercitazioni e noi ci passavamo le ore. Un gioco poteva durare delle settimane, non mi annoiavo mai. E se mi annoiavo mi inventavo qualcosa di nuovo. Un fazzoletto poteva diventare una bambola: le bambole vere sono arrivate dopo, quando quasi non avevo più l’età per giocarci. La noia è bella perché accende la fantasia. So ancora fare di un fazzoletto una bambola, lo faccio per mia figlia Sophie, per i suoi amici. Rimangono a bocca aperta. Anche i loro genitori, a dire la verità. Abituati come siamo a dare a questi bambini cose e ancora cose».
(…)

Le dispiace parlare di lei e di Domenico Procacci?
«Mi dispiace che si facciano delle semplificazioni, che si tirino conclusioni, che si voglia vedere sempre e a tutti i costi l’happy end. Ci sono già passata. Di me, due mesi dopo la morte di Pietro, si diceva: “Adesso sta bene”, solo perché mi avevano fatto una foto in cui tiravo un sorriso. E poi la gente, che non ti conosce, giudica. Per tante persone che, quando Pietro è morto, mi hanno scritto lettere bellissime e piene d’amore, raccontandomi le loro sofferenze, condividendole con me, ce ne sono state anche altre che mi hanno avvicinato e detto cose brutte. Io devo proteggermi – me, Domenico, mia figlia, la famiglia di Pietro che è la mia famiglia – da queste persone che pensano che la vita sia qualcosa di non vero, un telefilm. Siccome mi vedono al cinema o sui giornali, forse pensano che io sia finta, che viva in un mondo magico in cui, se il cane fa la cacca per terra, io non pulisco. Perché se invece sapessero che sono vera, nessuno potrebbe scrivere che io, a due mesi dalla morte del mio compagno, rido e sto bene».

(…)

È stato difficile amare di nuovo, dopo che Pietro non c’è più stato?
«È un lavoro quotidiano. Tenere insieme il ricordo e l’amore di chi c’era con quello per chi c’è. Certi giorni viene meglio, certi giorni è più difficile. Rimane tutto del passato, ma la vita apre spiragli in cui le cose entrano e ti danno la forza di andare avanti. Non è un lavoro solo mio, ma anche di Domenico e di Sophie. È un grande sforzo che ha i suoi lati difficili e anche quelli belli, naturalmente. È un flusso, non un lieto fine».