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TeleNews #129 – Rai, il discorso di insediamento del presidente Tarantola – Rai: cda a maggioranza da’ super deleghe a presidente – Mediaset taglia ancora i costi – Critica: fuga verso l’altra TV, Techetechetè, Enrico Bertolino – L’intervista: Paolo Limiti – Gossip: Belen Rodriguez – Telefilm: Shameless, Political Animals 20 luglio 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Interviste, TeleNews.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” propone una rassegna stampa - segnalando le fonti di provenienza - di notizie ed argomenti vari legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, cliccate qui per lasciare il vostro messaggio.

  • Rai, il discorso di insediamento del presidente Tarantola
    In apertura dei lavori desidero ringraziare il Presidente Monti, in qualità di azionista, questo Consiglio e la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi per la fiducia che mi hanno accordato affidandomi questo delicato incarico.
    Questo CDA nasce dopo un iter complesso, ha un compito impegnativo e sfidante; la sua composizione, eterogenea per storie personali, professionalità, esperienze, può essere vista come un handicap ma è invece un punto di forza, può essere di aiuto alla realizzazione di un programma di riequilibrio economico e di rilancio della RAI quale servizio pubblico. A me è stata affidata la Presidenza; sono consapevole che si tratta di un incarico di grande responsabilità. La RAI è un’azienda strategica per il Paese, per le importanti funzioni di pubblico interesse che è chiamata a svolgere. Intendo esercitare il mio mandato con equilibrio e indipendenza di giudizio.
    L’azienda RAI è ricca di uomini e donne di valore, di grande professionalità, competenza e passione sulla cui collaborazione sono certa di poter contare. Senza di loro non potrei, non potremmo, raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo. Da parte mia porterò il bagaglio di oltre 40 anni di lavoro in una Istituzione che mi ha insegnato molto: il rispetto della cosa pubblica, il rigore nel perseguimento dei fini istituzionali, l’attitudine a valutare il merito e la qualità del lavoro, un metodo orientato al risultato e all’efficienza, a  lavorare in squadra.
    Nell’affrontare questo compito ho ben presente la speciale natura dell’azienda RAI che le viene dall’essere anche Servizio pubblico (art. 4 dello Statuto – art. 4 Testo Unico della Radiotelevisione 31/7/2005 n. 177). E’ questa una condizione che richiede una particolare cura alla qualità complessiva (art. 3 L. 3/5/2004 n. 112) del prodotto, cui improntare tutta la gestione, la programmazione, l’identità stessa dell’azienda. Come tutte le aziende anche la RAI deve avere una progetto e una missione. Auspico che la RAI diventi un’azienda competitiva orientata all’eccellenza nell’informazione, [autorevole e indipendente,] nell’intrattenimento, [capace di coniugare divertimento, rispetto e correttezza,] nella capacità di elevare il livello culturale del Paese. Vorrei che questa “visione” fosse da voi condivisa. Può sembrare una utopia ma non è così, è un progetto perseguibile con l’impegno di tutti perché l’obiettivo finale è quello di essere un’azienda al servizio dei cittadini che offre un prodotto di eccellenza senza sprechi, nel rispetto del vincolo di bilancio, contenendo costi e rischi, con un forte orientamento all’innovazione. Il futuro della RAI passa anche per il rilancio tecnologico dell’azienda.
    La radiotelevisione è uno dei canali, insieme alla famiglia e alla scuola, attraverso cui si determina il livello del capitale umano (il patrimonio di abilità, conoscenze e capacità degli individui) e del capitale sociale (l’insieme di regole e prassi che governano la società civile nei suoi processi decisionali, partecipativi e cooperativi) di un Paese, contribuendo così alla stessa crescita economica di cui noi, in Italia, abbiamo tanto bisogno.
    Essere il più grande produttore di cultura di un Paese è una grande responsabilità; è anche un’opportunità che non va sprecata e che richiede di avere chiara l’idea di cultura che la RAI deve trasmettere. Non una cultura elitaria, o accademica e specialistica e neppure una cultura casuale e superficiale ma una cultura inclusiva, attenta ai valori civili, agli ideali. Una cultura laicamente aperta e rispettosa delle tradizioni, dei costumi, dei diritti religiosi e spirituali, delle proprietà intellettuali, capace di percepire, sentire e vivere la realtà nei suoi aspetti più creativi.
    Questo progetto si basa su alcuni pilastri di natura economico-gestionale e culturale, tutti ugualmente rilevanti:

    • Una buona governance che si fondi su una chiara distinzione di ruoli e di responsabilità, senza sovrapposizioni, aree grigie, interferenze;
    • Una situazione economico-finanziaria-patrimoniale in equilibrio e sostenibile nel tempo, che consenta di conseguire anche un nuovo e profittevole posizionamento sul mercato;
    • Una gestione aziendale basata sull’autonomia e sul merito, che sappia valorizzare, stimolare e premiare le professionalità e i talenti, attenta ai giovani e alle donne.
    • Una linea editoriale rispettosa del pluralismo, dell’eticità, della responsabilità, sempre attenta alla finalità pubblica; una linea editoriale che ridia forza e ulteriore significato alla dignità e alla presenza della donna;
    • Una forte condivisione di obiettivi da parte di tutti noi: del Consiglio, della direzione, dei dirigenti, dei giornalisti, dei colleghi tutti. Fare squadra, una squadra coesa e determinata.

    Abbiamo davanti a noi uno scenario impegnativo e un progetto complesso. Se saremo uniti potremo raggiungere significativi risultati.
    Nell’immediato il nostro compito è quello di individuare con chiarezza e tempestività le azioni da intraprendere, di risolvere in modo strutturale e duraturo i problemi economico/finanziari dell’azienda mettendo ordine nei conti, dal lato dei costi e dei ricavi perché senza risorse la RAI non ha futuro.
    Il Paese ha bisogno di crescere, di guardare avanti, di avere prospettive. La RAI può contribuire in modo significativo a realizzare l’obiettivo di una crescita sociale e culturale di ampio respiro e di lunga durata. Ha in sé capacità e risorse per farlo.

  • Rai: cda a maggioranza da’ super deleghe a presidente
    Via libera del Cda Rai alle deleghe che rafforzano il presidente. Sono stati sei i voti a favore e due gli astenuti al momento della decisione sulle deleghe relative al tetto di spesa per cui il presidente ha autonomia, vale a dire fino a 10 milioni di euro. Si e’ votato poi anche per la parte relativa ai poteri di nomina del presidente, e in questo caso i voti favorevoli sono stati cinque (Pinto, Tobagi, Colombo, De Laurentiis e Todini) mentre tre gli astenuti (Verro, Pilati e Rositani).
    A entrambe le votazioni non ha preso parte il presidente Anna Maria Tarantola, in quanto parte in causa e quindi per opportunita’ e correttezza nei confronti del Cda stesso si e’ tenuta fuori. Si chiude cosi’ un capitolo decisivo per il nuovo corso Rai e che distingue nettamente le competenze del presidente in fatto di nomine – su proposta del direttore generale, Luigi Gubitosi – per tutte le aree non editoriali da quelle editoriali, che restano invece di competenza dell’intero Cda di Viale Mazzini. Quanto al tetto di spesa, si passa dai 2,5 milioni di euro che rappresentavano finora l’autonomia del direttore generale ai 10 milioni che diventano l’autonomia decisionale del presidente, fermo restando pero’ che le decisioni relativamente ai piani di produzione e alla scrittura degli artisti rientrino nelle deliberazioni e nei palinsesti approvati dal Cda stesso. Le due votazioni hanno evidenziato l’esistenza di blocchi di schieramento in Cda, in particolare per quanto riguarda il capitolo nomine. Determinante e’ stata la mediazione condotta ieri dal consigliere Rodolfo De Laurentiis (Udc) che ha portato a definire una bozza di delibera – una sorta di lodo De Laurentiis – che poi oggi e’ stato limato e quindi votato, disinnescando la mina vagante di possibili clamorose dimissioni del vertice Rai qualora non si fosse arrivati a una definizione e voto favorevole. Da fonti consiliari si apprende che il clima oggi e’ stato caratterizzato da aperta dialettica, ma anche da “fattiva collaborazione”.
    (fonte: AGI, 19 luglio 2012)
  • Lorenza Lei: un anno difficile, ma si è intrapresa la via del risanamento
    Quello trascorso dal maggio 2011 ad oggi e’ stato per la Rai “un anno difficile”, eppure “abbiamo prontamente reagito agli impatti che la gravissima crisi finanziaria internazionale ha determinato sull’azienda” cosi’ da riuscire a “far fronte a tutti i nostri impegni”, mantenendo la leadership e avviando il risanamento. Lo ha scritto Lorenza Lei, direttore generale uscente Rai, in una lettera di ringraziamento indirizzata a tutti i dipendenti.
    “Voglio ringraziare ognuno di voi – e’ detto, a quanto si apprende – per il contributo, la dedizione l’impegno profuso con passione verso la nostra azienda in questa fase congiunturale cosi’ delicata”. Una Rai – sottolinea la Lei – che “come dimostrano i numeri e le performance editoriali, ha intrapreso la via del risanamento. Dopo cinque anni di bilancio in perdita volevamo mettere in sicurezza i conti dell’azienda”.
    Un obiettivo che il dg uscente ammette essere stato molto impegnativo, “confesso che io stessa ho vissuto momenti in cui le difficolta’ sembravano piu’ forti della volonta’ di superarle”, sono state affrontate “sfide importanti che in alcuni frangenti sono sembrate addirittura troppo ambiziose, troppo difficili”. Eppure, “con il contributo di tutti, siamo riusciti a chiudere il 2011 con segno positivo”. Il dg uscente parla di interventi ed azioni sui costi esterni che “non senza sacrifici” ci hanno permesso di procedere, e tra gli impegni “va sottolineato, un consistente investimento sul digitale terrestre e la salvaguardia dell’intangibilita’ di tutti gli asset aziendali”, oltre ad appunto il mantenimento della leadership sulle diverse piattaforme radiotv.
    Nella lettera ai dipendenti, Lorenza Lei si dice quindi “orgogliosa di aver realizzato con voi questi risultati, frutto soprattutto della vostra professionalita’ e competenza che non sono venute meno neanche nei momenti di maggior emergenza nei quali tutti hanno saputo dimostrare uno straoprdinario senso di appartenenza all’azienda”. E’ stato un anno in cui “abbiamo creduto, ogni giorno, nella nostra missione di servizio pubblico perche’ la Rai e’ fatta di donnee uomini che lavorano con la passione, con la dedizione di chi sente l’orgolgio di far parte della piu’ grande azienda culturale del Paese”. Infine, un “augurio sincero di buon lavoro” ai nuovi vertici aziendali, oltre che agli stessi dipendenti.
    (fonte: AGI, 18 luglio 2012)

  • Tarantola e Gubitosi, un milione di euro in due
    Super poteri (al presidente) e superstipendio (al direttore generale). Inizia con poca sobrietà la stagione Rai dei manager-banchieri in quota Monti. Il sacrificio, se c’è stato, non è stato il loro. In due fanno più di 1milione di euro di compensi: 650mila per il Dg Gubitosi, e – anticipano fonti Rai, perché lo stipendio verrà formalizzato nei prossimi giorni – circa 430mila per la presidente Tarantola (trattamento simile a quello che aveva a Bankitalia e al predecessore Garimberti).
    Gubitosi, indicato dal premier già un mese fa per la direzione generale Rai, lascia un posto (da consulente?) in Bank of America per un contrattone a vita a Viale Mazzini, tempo indeterminato, con un fisso di 400 mila euro, più 250mila per l’incarico di Dg. Vuol dire che nel momento in cui Gubitosi lascerà la poltrona di direttore generale, la Rai dovrà trovargli un’altra sistemazione interna se non vorrà pagare a vuoto mezzo milione di euro l’anno, cose che già succedono in Rai. Dopo le polemiche sul super ingaggio il Cda ha rimodulato il contratto, abbassando la parte fissa, che pesa di più sul bilancio e che inizialmente era di 500mila euro, e alzando quella variabile. Ma il totale resta sempre quello, 650mila euro. L’unico che si è astenuto sul contratto di Gubitosi è stato il consigliere del Pdl Antonio Verro, mentre gli altri hanno dato il via libera alla richiesta della Tarantola, che subito dopo la nomina del dg ha tirato fuori il contratto con cifra e inquadramento massimo, a tempo indeterminato, chiedendo al consiglio di ratificare. Ora l’unico spiraglio per un cambiamento viene da Luciano Calamaro, il magistrato della Corte dei conti che vigila sulle delibere del Cda Rai. In consiglio, l’altro giorno, Calamaro si è riservato di analizzare il caso del maxistipendio di Gubitosi e della sua assunzione in Rai. Il «Salva italia» del governo, nel caotico iter sui tetti dei manager pubblici, esclude dall’ultima versione i membri delle authority e quelli della Rai. Che dunque possono sforare il limite di 300mila euro l’anno. Ma la giurisprudenza sulla Rai è complessa, e la Corte dei conti dovrà valutare se l’acquisto a peso d’oro del neo dg Gubitosi, dopo il trucco dei 100mila euro spostati dalla parte fissa a quella variabile dello stipendio, sarà corretto in tutto e per tutto.Il caso però è già politico. Orfini, delegato del Pd per le questioni Rai, parla di un «passo falso» del Cda, e anche da Udc, Idv, Lega e sindacati arriva la stessa critica. Né i consiglieri di Pd e Udc, però, hanno avuto da ridire sul compenso di Gubitosi. Ora si passa al secondo capitolo, quello dei super poteri della Tarantola, che ieri, nel Cda, voleva chiudere subito la partita. La regola prevede però che passino 48 ore, al massimo 24 in casi urgenti, tra la consegna delle carte al Cda e il voto. Il solito Verro ha quindi chiesto di rimandare a stamattina la decisione sulle deleghe della Tarantola. Il documento che andrà in approvazione, dopo faticose limature soprattutto sulla parte delle nomine, prevede che il presidente possa decidere contratti fino a 10milioni di euro (purchè «coerenti» con le scelte del Cda); e poi che spettino a lei e al dg tutte le nomine «non editoriali» di primo e secondo livello. Che vuol dire tre quarti delle poltrone, e non solo quelle puramente «corporate»: dalle direzioni Risorse umane alla Produzione tv, dalle Risorse televisive alle Relazione Esterne. Tutte, di fatto, tranne Reti, Testate, Intrattenimento, Fiction e Teche, che parte dei consiglieri, dopo un dibattito, sono riusciti a «strappare» dal controllo della Tarantola. Ma è ovvio che il governo avrà un peso anche nelle nomine editoriali, come quelle dei tg. La Tarantola è una fiera sostenitrice delle pari opportunità per le donne. E di sicuro gradirebbe qualche donna ai vertici di reti o tg. Magari partendo dal Tg1.
    (fonte: “Il Giornale”, 19 luglio 2012 – articolo di Paolo Bracalini)
  • Mediaset taglia ancora i costi
    Mediaset cerca di mettere un freno alla crisi e rivede il piano di risparmi triennali annunciato soltanto la scorsa estate, che ammontava a 250 milioni di tagli, portandolo a complessivi 400 milioni di euro. La revisione è emersa nel tavolo che il gruppo di Cologno Monzese ha aperto con le sigle sindacali ed è stata motivata con l’ulteriore peggioramento del quadro macroeconomico con impatti sulla raccolta pubblicitaria del gruppo che, nei primi sei mesi, è scesa del 10%.
    Nei mesi scorsi, il vicepresidente esecutivo Pier Silvio Berlusconi aveva già messo in preventivo ulteriori misure di risparmio, oltre al piano da 250 milioni, ma l’entità dei tagli non era mai stata quantificata: questi interventi avrebbero dovuto snellire la struttura di Mediaset. L’incremento di 150 milioni del piano di risparmio comunque è al di sopra delle stime ipotizzate negli scenari degli analisti. L’azione di riduzione dei costi dovrebbe limitare la caduta degli utili in forte flessione nei primi sei mesi di quest’anno.
    Mediaset ha annunciato giusto un anno fa il piano da 250 milioni di euro di risparmi: una strategia che prevedeva 150 milioni di tagli alle spese operative e 100 milioni agli investimenti. Tuttavia, secondo diversi broker, i risparmi già preventivati in estate non basterebbero a ridurre la drastica erosione degli utili. Tanto che secondo le previsioni di alcune Sim, sarebbero necessari altri tagli alle spese per riallineare l’incidenza sui ricavi allo stesso livello dei broadcaster europei.
    Ecco dunque spiegata l’azione energica, voluta ora dai vertici del Biscione, per cercare di far fronte ulteriormente ai conti in peggioramento a causa delle prospettive negative della raccolta pubblicitaria e dell’andamento del business della pay tv per la quale si prevedono perdite operative nel 2012 in linea con quelle dello scorso anno (a quota 68,5 milioni) e con il break-even rinviato al 2014.
    Su quest’ultimo fronte Mediaset, che domani presenterà a Milano l’offerta Premium Sport, sarebbe alla ricerca di un partner. Un cambiamento di strategia con l’entrata di un socio nella pay-tv, come ad esempio Al Jazeera, avrebbe un impatto positivo nel breve periodo con il suo deconsolidamento, ma potrebbe essere un boomerang sul lungo termine con la presenza di un secondo forte operatore nel mercato.
    L’incontro tenutosi ieri con le sigle sindacali riguardava anche la cessione delle sedi regionali di Videotime, escluse quelle di Milano e Roma, che coinvolge 74 dipendenti specializzati nel settore delle riprese e del montaggio e che secondo Mediaset dovrebbe portare a regime risparmi per circa 2 milioni di euro l’anno. In ogni caso la portata del progetto Videotime (con il conferimento a una newco che verrebbe poi ceduta) sembra contenuta rispetto al piano complessivo dei tagli previsto da Mediaset e in rapporto alle dimensioni degli asset italiani del gruppo di Cologno, in quanto coinvolgerebbe l’1,3% della forza lavoro attuale.
    Proprio ieri i giornalisti di tutte le testate Mediaset, TG5, News Mediaset, TG4, Studio Aperto, Videonews, Sport Mediaset hanno espresso «grande preoccupazione per l’annunciata esternalizzazione del personale tecnico di tutte le sedi regionali del gruppo Mediaset, cioè la cessione di un presunto ramo d’azienda che coinvolge 74 dipendenti della società Videotime e le strutture in cui oggi lavorano» e hanno dichiarato lo stato d’agitazione.
    (fonte: “Il Sole 24 Ore”, 18 luglio 2012 – articolo di Carlo Festa)

CRITICA TV

La fuga estiva verso l’«altra tv»
Tra (tristi) serate canoro-celebrative e fuga nell’«altra tv»: questa potrebbe essere la rappresentazione più adeguata dell’estate 2012 sul piccolo schermo. Complice la consueta bassa stagione tv, ma anche la crisi economico-pubblicitaria che costringe i broadcaster a tagli e risparmi, lo scenario dell’offerta non è forse mai stato così desolante come quello di questo caldo luglio. Il pubblico s’adegua, e siccome continua a fruire del televisore per oltre 3 ore e 25 minuti quotidiani, sposta la propria attenzione sui canali «nativi digitali» e (per chi può) sulla pay. Esaurito col primo luglio l’effetto benefico degli Europei – almeno per Rai1 – gli spettatori premiano le «altre tv», che vanno a raccogliere il 35% di share in prima serata e addirittura il 40% nell’intero giorno (con le pay che capitalizzano soprattutto sul cinema e alcune serie in prima tv). La prima rete generalista, in prima serata, rimane Rai1, con una media del 16,1% di share. La prima rete del servizio pubblico galleggia soprattutto grazie alle serate celebrative, solitamente in salsa musicale. 2.184.000 spettatori (13,7% di share) per Alessandro Greco da Castrocaro, ben 2.965.000 spettatori (20,4% di share) per Paola Saluzzi col Premio Caruso, e addirittura 3.644.000 spettatori per Massimo Giletti che, da anni, si è preso in appalto Padre Pio. Risultati di cui andare fieri? Certo, nel disarmo plurilaterale in cui versa la tv estiva sono numeri buoni. Ma, a guardare dentro quei dati con un po’ d’attenzione, si scopre che il servizio pubblico riesce ormai solo a parlare e a coinvolgere una parte del Paese: quella più anziana (quasi due milioni di spettatori della serata gilettiana hanno più di 65 anni), quella più ripiegata sul passato e sulla nostalgia, restando invisibile ai più giovani.
(fonte: “Corriere della Sera”, 16 luglio 2012 – articolo di Aldo Grasso, in collaborazione con Massimo Scaglioni, elaborazione Geca Italia su dati Auditel)

Il segreto agrodolce delle Teche(techetè)
Non credo di violare un segreto pontificio raccontando che, il 15 giugno scorso, ho ricevuto un’e-mail dal capostruttura di Raiuno Michele Bovi introdotta da un titolo anomalo: «Con fierezza», c’era scritto nello spazio in cui il dirigente avrebbe dovuto chiarire che genere di argomento stava per affrontare.
Un’espressione che al momento mi è suonata impegnativa, e forse pure eccessiva. Tantopiù che la materia che Bovi lanciava con tanta «fierezza», era l’invito alla presentazione di un programma chiamato “Techetechetè” -attualmente in onda alle 20.30 sulla prima rete pubblica-, nel quale ancora una volta si sarebbe pescato a piene mani negli archivi di viale Mazzini.
Dunque, a dirla tutta, non coglievo fino in fondo l’entusiasmo per un qualcosa che altri avevano pensato e prodotto in vetero stagioni, e ora veniva più modestamente riscaldato.
Tutti pensieri -va però aggiunto- che s’incrociavano in parallelo con la stima cementificata nei confronti di Michele Bovi, il quale tra le sue doti migliori ha quella di inseguire i sogni che lo agitavano da ragazzo, rientrando così in quella categoria berselliana degli adulti che non perdono troppo tempo a beatificare se stessi.
Dunque, mi sono con fiducia piazzato davanti al novello “Techetechetè” -scioglilingua generato da Pasquale Panella-, e ho constatato al volo quanto quanto misere fossero le mie perplessità iniziali, cancellate non tanto dalla riproposizione di materiale d’epoca, quanto dall’elaborazione di una memoria storica che partendo dal mezzo televisivo ha inondato ogni interstizio della nostra storia.
L’altra sera, per dire, la puntata era dedicata a tre protagonisti dello spettacolo nostrano che corrispondevano ai nomi di Franco & Ciccio, Milly Carlucci e i Rokes: ovvero -per i diversamente vecchi- quel brit group capellone sbarcato negli Sessanta sotto la guida di Shel Shapiro.
Il rischio del combinato disposto, è evidente, era quello di confezionare una macedonia di spezzoni e momenti suggestivi che inducesse il pubblico a esclamare: «Ohhhh, quant’erano belli e felici quegli anni, e quante risate e divertimento ci garantivano…».
Invece no, si è risolta diversamente la questione.
Grazie alla solidità del programma -che anche aldilà delle sue intenzioni non esalta affatto gli anni che furono, ma più coscientemente illustra ciò che la tv italiana ha mutuato dal Paese- è emersa oltre ogni dubbio la scala dei valori in gioco: dove Ciccio & Ingrassia occupavano -senza vergogna, e anzi con consapevolezza spero- lo spazio della comicità ultralight (un esempio su tutti: «Lo sa che ha un problema di cornea?», dice Ingrassia in versione medico a Ciccio paziente. «Mannò, io sono scapolo!»), la giovane Carlucci ballando in costumino fucsia si sforzava già decenni fa di rianimare il varietà in ginocchio, e i Rokes cantavano nel 1966 parole che ancora adesso è emozionante riascoltare: «Sarà una bella società/fondata sulla libertà/però spiegateci il perché/ se non pensiamo come voi/ci disprezzate, come mai/ma che colpa abbiamo noi?».
Morale, sembra suggerirci “Techetechetè”: non tutto è valido a prescindere, soltanto perché proviene dal bianco e nero e dall’amore dei nostri ricordi, ma al contrario se rivisto svela con ferocia quale fossero i valori in campo, e quali esiti abbiano avuto nel tempo.
Ragione per cui, al termine di “Techetechetè”, noi tutti dovremmo mettere in pratica il consiglio che Tonino Guerra -citato in una clip- rivolge ai suoi interlocutori: «Cercate di sorridere meno, perché avete tutti troppi denti…».
Può sembrare cinismo, e invece è dolce prudenza.
(fonte: “Gli Antennati”, 19 luglio 2012 – articolo di Riccardo Bocca)

La “tempesta” firmata Bertolino
Potremmo cavarcela dicendo che era meglio degli altri. Gli altri sono Teresa Mannino con il suo «Terrybilmente divagante», Ale & Franz con «Aria Precaria» e Lillo e Greg in «Sketch & Soda». Il prossimo sarà Max Giusti con «100% comico», non c’è partita. Lui è Enrico Bertolino. Lo scorso 17 dicembre al Teatro Toselli di Cuneo, e sottolineo Cuneo, è andato in scena un suo spettacolo: «Passata è la tempesta? » (nella poesia di Leopardi c’è un verso fondamentale per la comprensione di ogni comicità: «Uscir di pena. È diletto fra noi»), scritto con Luca Bottura, Curzio Maltese, Andrea Zalone (nessuna parentela con Checco).
L’idea che Maltese scriva per il teatro e per la tvincuriosisce non poco (Rai2, lunedì, ore 21,10). Potremmo cavarcela con la prosa dell’ufficio stampa, tanto nessuno ne controlla la veridicità: «Notizie, situazioni, episodi sconcertanti che a causa del TRC (tasso di rassegnazione del cittadino) vengono percepiti come normali avvenimenti, battute e iperboli che diventano titoli di giornale e il meccanismo perverso dei “luoghi comuni”, creato ad hoc dai media per poter nutrire e garantirsi audience e consenso, invade la nostra quotidianità».
Potremmo cavarcela scrivendo che le due ossessioni di Bertolino sono Berlusconi (by Curzio) e la tv, nel senso che l’Italia rappresentata e «sformata» dalla tv è il terreno di coltura della sua ironia. Dunque la lista fazio-savianesca dei valori dell’italiano medio, le notizie del tg di Minzolini, il video in cui Merkel e Sarkozy ridono di Berlusconi, l’inglese di Berlusconi, di Trapattoni e dei coniugi Mastella, il rimpianto perché non c’è più la sinistra di una volta.
Potremmo cavarcela (mancano quattro o cinque righe alla fine della recensione) consigliando a Bertolino di lasciar perdere il tono predicatorio (la satira non insegue i temi, deve lasciarsi investire dai medesimi), ma poi direbbero che abbiamo pregiudizi nei confronti di Bertolino. Non è vero: anche se i pre-giudizi pre-servano dalla volgarità delle opinioni.
(fonte: “Corriere della Sera”, 18 luglio 2012 - articolo di Aldo Grasso)

L’INTERVISTA

Paolo Limiti: «La mia tv è vecchia e trash? Però fa ascolti e scaccia la crisi»
La cugina di Paolo Limiti la detesta. «Quando la vede sbotta: Dio, com’è odiosa!». Ma se a lei, che è colta e chic, la cagnetta Floradora non piace – ammicca l’autore tv- vuol dire che funziona». E, con buona pace della cugina, no nc’è dubbio: il kitchissimo pupazzo parlante, simbolo della tv di Paolo Limiti, funziona. Lo dimostrano gli ascolti di E state con noi in tv: il quotidiano di Raiuno con cui il popolarissimo (e snobbatissimo) conduttore non si è limitato a tornare dopo dieci anni di assenza. Lo ha fatto esattamente con lo stesso programma. Tardiva rivincita? Anacronistica ostinazione? Accanimento senile?
Limiti, confessi: lei adora i«bei tempi andati». Possibile che, tornando 10 anni dopo, non abbia sentito il bisogno di rinnovarsi un po’?
«Ma se non vedevano l’ora che tornassi, con che altro s’aspettavano che lo facessi? Il mio modo di fare tv è questo. Se cercavano altro potevano rivolgersi ad altri. E poi non è vero che amo solo il passato. Mi piace anche la modernità: i computer, ad esempio, per rivedere i vecchi film…».
Lo vede che è un vizio? I suoi detrattori hanno definito la sua trasmissione – con le canzoni centenarie, i cantanti riesumati, la nostalgia – un «mausoleo della tv d’antan», un «cimitero degli elefanti catodici».
«Sono rimproveri miopi. La verità è che io adoro il talento. E dov’è il grande talento, oggi? Sarà che ai tempi miei i cantanti si chiamavano Mina, Celentano, Morandi, Zanicchi, Pravo… e dove le trovi, nel 2012, delle star paragonabili? Chi è l’erede di Sinatra? Eminem? Non scherziamo».
Ammetterà però che – fatto salvo il talento – tolti dalla naftalina certi personaggi ispirano anche malinconia.
«Se quelli che vengono da me fossero in decadenza fisica o vocale (come accade in certi show che mi hanno copiato, e malamente) le troverei tristi esibizioni anch’io. Ma se una Gilda Giuliani è sempre esile come un giunco, in piena voce e magnifica interprete, non dovrei presentarla in tv solo perché il mercato non la vuole più? Io non faccio tv per i soldi, ma perché mi piace».
E se ne frega anche il suo pubblico. Non propriamente giovanile.
«Dai 38 in su, secondo l’Auditel. Il che mi va benissimo. Non esistono stagioni della vita migliori di altre. Se lo dici vuol dire che sei giovane. Oppure che non hai fatto in tempo a diventarlo».
E gli aneddoti? Ne conosce su chiunque… Qualcuno dice che Lei se li inventi.
«Ho conosciuto molti dei grandi o la maggior parte di chi lavorò con loro. Circa Marilyn Monroe, ad esempio, negli anni ho incontrato il primo marito, la cameriera personale, l’amica Jane Russell… E poi i ricordi a me vengono spontanei».
Poi c’è l’utilizzo della musica classica e lirica, da qualcuno giudicato sempliciotto.
«Coraggioso, semmai. Non è facile proporre a un pubblico che per dieci anni s’è sorbito come si fa la pasta al sugo (allude a “La prova del cuoco” della Clerici, ndr) Beethoven o Bach, interpretati da due giovani virtuose. Sempliciotto? Sarà. Però io non mollo…».
Almeno la cagnetta Floradora, con la vocina gay e le unghie laccate, non la trova kitch?
«Ma è più che kitch: è camp! Cioè ancora “oltre”. In questi dieci anni d’assenza tutti, dalla D’Urso alla Ventura, mi chiedevano: “Che fine ha fatto Floradora?”. Vuol dire che funziona».
Dicono che lei sia un ansiolitico per i tempi di crisi. La gente si rifugia nel bel tempo che fu.
«Se hanno tanto da ridire, ci pensino gli altri a trovare più adeguate oasi di serenità».
(fonte: “Il Giornale”, 13 luglio 2012 – intervista di Paolo Scotti)

GOSSIP

Belen Rodriguez è incinta, secondo “Novella 2000″
“Belen è incinta”. Senza giri di parole, Novella 2000 spara il mega scoop in copertina. Nell’edizione di domani, infatti, la nota rivista di gossip racconterà i particolari della maternità della showgirl argentina, data già al terzo mese di gravidanza.
“La Rodriguez e De Martino hanno…un piccolo segreto”, recita il sottotitolo. Nessun segno – per ora – sul corpo di Belen, ritratta pochi giorni fa sulle spiagge di Formentera, impegnata in alcuni passi di danza. Accanto a lei l’amato Stefano, il ballerino ex fidanzato di Emma Marrone, soffiato sotto il naso alla cantante durante l’ultima edizione di Amici.
La notizia della gravidanza spazza via i fantasmi di una presunta crisi di coppia. Se tutto fosse confermato, significherebbe che il bambino è stato concepito nei primissimi giorni di relazione. Ciò non sorprenderebbe, visto il forte desiderio di Belen di diventare mamma. L’ex fidanzato Fabrizio Corona ha recentemente confermato la volontà della 27enne di mettere al mondo un figlio il prima possibile.
(fonte: LaStampa.it, 18 luglio 2012)

TELEFILM

“Shameless”, in TV vince la famiglia disfunzionale
I senza vergogna sono in sei, un padre sempre ubriacone e cinque figli, e va a finire che ti ci specchi, anche se non vuoi: fin troppo, in certi periodi di crisi. I senzavergogna, ossia i protagonisti di Shameless , tornano in tivù con la seconda serie venerdì su Mya. Segnatevi la data se vi piace la tivù intelligente e se non avete paura dei pugni allo stomaco: già nel pilot, oltre a un nudo maschile, abbondavano il sesso orale e un diffuso turpiloquio, e da allora non si è andati che in crescendo. Eppure la saga chicagoana dei Gallagher, guidati dal patriarca Frank abbarbicato al sussidio di disoccupazione e in continuo stato stuporoso, è l’ennesima declinazione della telefamiglia americana: una storia che dura dai tempi preistorici di Lucy ed io , passando per i Jefferson eHappy Days, avventurandosi per le derive oscure dei Soprano e approdando alla società multietnica di Modern Family , beninteso col contrappunto ironico dei Simpson.
Frank (un William H. Macy in stato di grazia), abbandonato dalla moglie con una figliolanza abbondante e problematica e perfino con un lattante inspiegabilmente afroamericano, è egoista e disinteressato ai propri doveri: i ragazzi si tassano per la bolletta dell’elettricità ma ogni mese lui spende 700 dollari che non ha guadagnato all’Alibi, il suo pub di riferimento. Eppure i Gallagher ce la fanno sempre: qualche volta perfino trovando l’amore della vita, più spesso la propria identità. Nei meno politicamente corretti dei modi: Lip (Jeremy White) è molto più intelligente dei coetanei e per sopravvivere passa gli esami al posto degli asini, Ian (Cameron Monagham) è gay e ha una storia segreta col gestore musulmano del negozio di alimentari per cui lavora, peraltro sposatissimo e con moglie velata, il piccolo Carl (Ethan Cutkosky) tortura gli animali domestici. E poi ci sono i due angeli del focolare: la quartogenita e soave Debbie (Emma Kenney) e soprattutto la maggiore, Fiona (Emmy Rossum), punto di riferimento per tutti, coraggiosamente multitasking, capace di prestare cure e di elargire affetto senza mai aver avuto né le une né l’altro. Racconta Macy di aver impiegato «nove secondi» a decidere di accettare la parte, «perché un ruolo così sopra le righe è la benedizione di un attore. Dopo un po’ ho anche deciso di guardare la serie inglese originale. Splendido lavoro, mi sono detto. Non si può far di meglio, ma si può fare qualcosa di diverso».
Ma chi davvero ha incontrato la fortuna con Shameless è stata Emmy Rossum, finora conosciuta soprattutto per un malriuscito lancio hollywoodiano, nel 2004, come protagonista del Fantasma dell’opera , oggi considerata una delle migliori attrici della nuova generazione televisiva e fregiata da una nomination al Critics’ Choice Television Awards. Emmy è passata dai corsetti al jeans da outlet, e «lo so, a Fiona non assomigliavo per niente – racconta – ma volevo quel ruolo a tutti i costi. Ho girato un video in cui camminavo imbufalita sotto la pioggia perché non avevo trovato un taxi e l’ho mandato alla Showtime. È andata. Oggi trovo così liberatorio lavorare senza trucco e costumi di lusso e concentrarmi sulla recitazione». L’inizio della seconda stagione trova Fiona impegnata a dimenticare Steve (Justin Chatwin), un ragazzo ricco e innamorato di lei, ma è sicuro che ci saranno delle sorprese; mentre Ian progetta di andare a West Point e i ragazzi più piccoli han messo su un servizio domestico di babysitting per fare qualche soldo. Frank? Non si smentisce: ha un debito di 10 mila dollari. Tremiamo al pensiero di come farà a onorarlo.
(fonte: “La Stampa”, 18 luglio 2012 – articolo di Egle Santolini)

“Political Animals”, la nuova serie sulla Clinton e il potere delle donne
Inizia sulla tv Usa network la serie più vicina all’attualità politica della Storia. Immaginate un personaggio, Elaine Barrish, che ha perso le primarie del suo partito contro un altro candidato il cui motto è “speranza”; che ha chiesto il divorzio al marito Bud Hammond, un ex presidente degli Stati Uniti coinvolto in uno scandalo sessuale; che è genitore di due figli maschi, di cui uno gay e tendente al suicidio; e che diventa segretario di stato collaborando col nuovo presidente che l’ha battuta, Paul Garcetti, un italoamericano (evidentemente per gli sceneggiatori un italoamericano vale un nero). Chi vi viene in mente? A corto di idee, potreste pensare al segretario di Stato in carica, Hillary Clinton, che non ha divorziato e non ha figli maschi ma che ha tutto il resto in comune con Elaine Barrish. Tanto per cominciare, l’essere una donna di potere in ascesa. Ed è forse questo il tema sottostante la fiction che gli Stati Uniti aspettano, “Political animals”: l’elezione o meno di una lei alla presidenza di un paese che ha preferito un nero – o un italiano – al cambio di genere.
La serie arriva in un periodo in cui da “Newsroom”, a “Veep”, a “Boss” la fiction racconta spesso la politica. La politica e la famiglia, precisa il produttore Laurence Mark, uno di lungo corso, già vicepresidente di 20th Century Fox e artefice di film come “Scoprendo Forrester”, quello con Sean Connery. Sceneggiatore è Greg Berlanti, autore di “Dawson’s creek” e più recentemente di “Dirty sexy money” che con “I Kennedy” sono i genitori di questa nuova serie su un clan al potere in America. La prima su Usa network, rete via cavo che ha trasmesso diverse trovate divertenti, come “Suits” sullo studente di legge che non ha fatto Harvard, “White collar” sul detective e il delinquente assoldato per aiutarlo nelle indagini e soprattutto “Royal pains” sul medico dei vip.
Il cast di “Political animals” è ricco. La protagonista è Sigourney Weaver, che si appresta a girare anche tre seguiti di Avatar, la giornalista è Carla Gugino, già bella mamma nel film “Spy kids” e anche in “Capodanno a New York”, l’ex presidente è l’irlandese Ciaran Hinds, che nell’ultimo “Harry Potter” interpretava il fratello di Albus Silente, e il figlio problematico è Sebastian Stan, di origini rumene, noto ai teenager per la sua parte in “Gossip girl”. Inoltre, nell’incrocio continuo tra realtà e finzione, la parte di consigliere per la sicurezza nazionale è di Linda Powell, figlia dell’ex segretario di stato statunitense Colin Powell. Interessante sottolineare che tutte le figure più vivaci della serie siano femminili. E vale pure per i tre giovani uomini del set, perché uno dei due figli degli Hammond lavora con la madre, un altro ragazzo è il terribile consigliere della protagonista e solo il secondo Hammond, soprannominato T. J. è centrale nella trama, ma lo diventa in quanto gay allo sbando. La questione femminile viene affrontata, insomma, in tutte le sue pieghe. E per esempio è lesbica la giudice della Corte suprema, l’amica con cui si confida la protagonista, interpretata da Vanessa Redgrave.
Nella fiction oltre ai temi di identità, politici, famigliari e sessuali, c’è lo scontro tra politica e media. Entrambi rappresentati all’eccesso. Contraltare di Elaine Barrish è infatti la giornalista premio Pulitzer Susan Berg. Una donna che speriamo non esista davvero, anche se da qualche parte gli autori si saranno ispirati… Alla fine, la dialettica tra le due è un trattato sull’ambizione femminile. Elaine Barrish però resiste a tutto anche perché difende un’idea. Si mette in discussione la sua famiglia, descritta come quanto di più vicino negli Stati Uniti a una famiglia reale. Si attaccano le sue scelte personali. Si pubblicizza quella che per i giornali è la storia politica del decennio. Ma la moglie, la mamma, il personaggio pubblico superano tutto. Viene da pensare che solo una donna può tanto. E la presidenza non pare più irraggiungibile.
(fonte: “La Stampa”, 14 luglio 2012 – articolo di Francesco Rigatelli)


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