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Edicola – “Le Scienze” n°527, luglio 2012: “L’originalità della specie” 14 luglio 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Le Scienze, Scienza e tecnologia.
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Ecco la copertina, i principali contenuti ed una descrizione degli allegati facoltativi del numero 527 – Luglio 2012 del mensile “Le Scienze”, edizione italiana del prestigioso “Scientific American”, già in edicola da un paio di settimane. La rivista è pubblicata dal Gruppo Editoriale L’Espresso ed in vendita al prezzo di 4,50 €.

I contenuti di questo numero:

Anteprima

Lavori in corso

Concorso fotografico

Intervista
Laboratori in miniatura

di Laura Margottini

Made in Italy
Climatizzare rispettando l’ambiente

di Letizia Gabaglio

Scienza per immagini
Racconti del cuore

di Ann Chin

Scienza e filosofia
Potere e limiti dell’analogia

di Elena Castellani

Appunti di laboratorio
Questioni di cuore (e di DNA)

di Edoardo Boncinelli

Il matematico impertinente
Siamo arrivati a 100!

di Piergiorgio Odifreddi

Astri & Particelle
Fuga dalla galassia madre

di Roberto Battiston

Homo sapiens
Quei dentini galeotti

di Giorgio Manzi

Saggio
L’originalità della specie

di Ian McEwan
Come gli artisti, anche gli scienziati sono alla ricerca dell’originalità, in un’aspirazione a primeggiare che è il marchio dell’essere umani

Fisica quantistica
Alberi, circuiti e la ricerca di una nuova fisica

di Zvi Bern, Lance J. Dixon e David A. Kosower
Forse unificare le forze della natura non è poi così difficile come pensavano i fisici

Medicina
La medicina del futuro

I cinque dispositivi in fase di sviluppo che potrebbero innovare la medicina

Spazio
L’ora di Curiosity

di John P. Grotzinger e Ashwin Vasavada
Alle 06.31 ora italiana del 6 agosto prossimo, il rover Curiosity della NASA inizierà la prima ricerca diretta di ambienti abitabili su Marte

Evoluzione
Il trionfo dei titani

di Kristina A. Curry Rogers e Michael D. D’Emic
I sauropodi, i dinosauri dal lungo collo considerati a lungo un simbolo dell’estinzione, hanno invece prosperato per milioni di anni grazie a una straordinaria adattabilità

Neuroscienze
Cancellare i ricordi dolorosi

di Jerry Adler
Il segno corrosivo di un ricordo traumatico potrebbe affievolirsi o svanire grazie a nuove terapie farmacologiche e comportamentali

Innovazione
Il rivoluzionario della vaccinazione

Intervista di Giovanni Spataro
È efficace quanto le tecniche di vaccinazione tradizionali, ma richiede dosi cento volte inferiori e nessuna refrigerazione. Mark Kendall, l’inventore del Nanopatch, ricercatore e professore di bioingegneria all’Australian Institute for Bioengineering and Nanotechnology dell’Università del Queensland, racconta come è nato e come sarà usato

Fotonica
Imitare i colori della natura

di Philip Ball
La comprensione dei processi fisici che producono i colori brillanti e mutevoli di alcuni animali potrebbe permettere lo sviluppo di tecnologie nuove e sofisticate

Meteorologia
Occhi sulla tempesta

di Jane Lubchenco e Jack Hayes
Nuove tecnologie per l’avvistamento degli uragani potrebbero salvare centinaia di vite ogni anno

Botanica
Profumo di pianta

di Daniel Chamovitz
I botanici stanno studiando il modo in cui le piante sentono a vicenda il proprio odore. Alcune piante riconoscono i vicini danneggiati in base all’odore; altre fiutano il proprio pasto

Coordinate
Migrazioni di medaglie

Rudi matematici
Sbronza monodimensionale

di Rodolfo Clerico, Piero Fabbri e Francesca Ortenzio

Libri & tempo libero


Povera scienza
Oroscopi e terremoti

di Paolo Attivissimo

Pentole & provette
Le patate come laboratorio

di Dario Bressanini

Inoltre, a richiesta e a pagamento:

- il 63° titolo della collana “La biblioteca delle Scienze” (7,90 € in più), “Uno strano silenzio”, scritto da Paul Davies.

La domanda è semplice, profonda ed esistenziale: siamo soli nell’universo? Improbabile, secondo molti scienziati. Bene, ma allora dove sono gli alieni? Perché ancora non abbiamo stabilito un contatto con forme di vita intelligente? Una risposta estesa e articolata arriva da Uno strano silenzio, il libro di Paul Davies in edicola con “Le Scienze” di luglio. L’autore è un fisico britannico in forze sia all’Arizona State University sia al programma di radioastronomia Search for ExtraTerrestrial Intelligence (SETI), con base in California. Dal 1960 il SETI è “in ascolto del cielo” grazie a potenti radiotelescopi, con l’obiettivo, o meglio la speranza, di rilevare almeno un segnale inviato da civiltà aliene desiderose di mettersi in contatto con noi.
Finora, però, il nulla. Dopo cinquant’anni di ascolto il SETI, fondato dall’astronomo Francis Drake, al quale Davies dedica il libro, non ha ancora sentito qualcosa degno di interesse. Dobbiamo forse rassegnarci a un’assoluta solitudine cosmica?

L’autore non la pensa affatto così, e rilancia: è il modo in cui cerchiamo a essere sbagliato, non l’oggetto della ricerca in sé. La vita che ci aspetta là fuori potrebbe non essere giunta a un livello tecnologico che permetta non tanto viaggi spaziali ma come minimo l’invio di un segnale radio. Ma potrebbe benissimo essere arrivata a un punto in cui la sua attività è in grado di modificare l’ambiente del pianeta che la ospita. Proprio come la specie umana sta facendo sulla Terra con il riscaldamento globale. Allora perché, si chiede Davies, non cercare anche segnali di questo tipo sul numero sempre crescente di pianeti extrasolari che finiscono nelle banche dati degli astronomi?
E ancora: non dobbiamo pensare che l’unico mezzo di comunicazione sia un segnale elettromagnetico. Una civiltà avanzata potrebbe inviare sonde automatiche, per esempio, o addirittura biologiche. Ecco dunque la necessità di considerare un’eventuale tecnologia aliena nella sua interezza e complessità. Ma scrutare il cielo non basta. Un nuovo approccio passa anche per la ricerca sulla Terra di organismi viventi che in qualche modo permettano agli scienziati di affermare con certezza che la vita sul nostro pianeta è comparsa più di una volta. Una scoperta del genere  -  degli alieni terrestri insomma, come potrebbero essere i controversi batteri all’arsenico trovati nel Mono Lake, in California  -  darebbe la quasi certezza, secondo Davies, che la vita è comparsa anche su altri pianeti simili alla Terra in altri sistemi solari.

Seguendo questo filo rosso di bilancio, revisione e nuove prospettive del programma SETI, che ormai dopo la fine dei finanziamenti del governo statunitense e della NASA va avanti solo grazie alle donazioni dei privati, il libro spazia in ambiti di ricerca contigui  -  astronomia, biologia, astrobiologia e viaggi nello spazio  -  con un’impronta di ottimismo che tuttavia non sconfina mai in un fideismo mistico. Tutto in attesa di un gran finale le cui regole sono già state scritte.
Davies, infatti, è anche responsabile del Post-Detection Taskgroup, il comitato del SETI deputato a decidere che fare in caso di contatto con gli alieni. C’è un protocollo da seguire nel caso in cui gli alieni si facciano vivi, ma c’è da scommettere che il primo contatto non seguirà la via tracciata con cautela e precisione, ma esonderà in un’euforia incontrollabile. Sempre che lì fuori ci sia qualcuno.

Infine, l’editoriale del direttore Marco Cattaneo.

Il marchio di H. sapiens

”Il primo uomo che ha paragonato le guance di una giovane donna a una rosa era ovviamente un poeta; il primo che lo ha ripetuto era probabilmente un idiota”. È una famosa massima di Salvador Dalí, che ho trovato citata in Essere umani, il libro di Brian Christian che troverete in edicola con il numero di agosto di “Le Scienze”. Parla del test di Turing, e di come sottoporsi al test a confronto con una macchina sia un mezzo potente per provare a capire qualcosa di più sulla natura e l’unicità di quella capricciosa specie che chiamiamo Homo sapiens.

La frase mi è tornata in mente leggendo lo splendido intervento di Ian McEwan che trovate in questo numero. Un romanziere, sì, sulla copertina di “Le Scienze”. Ma McEwan è anche uno dei più brillanti intellettuali del nostro tempo. E sceglie due aneddoti che hanno segnato pagine tra le più rivoluzionarie della scienza moderna per avventurarsi in una riflessione su ciò che accomuna le arti e la scienza. O, meglio, gli artisti e gli scienziati.
Il primo è forse la più celebre doccia fredda della storia della scienza. Quella che investì Charles Darwin nel giugno 1858, quando nel suo rifugio di Down House ricevette la lettera di Alfred Russell Wallace che gli esponeva con chiarezza e dovizia di particolari la sua teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Al lavoro da decenni sulla sua teoria, Darwin era convinto che nessun altro fosse all’opera su un’idea tanto originale. Eccola, la parola chiave. Nella scienza come nell’arte, dalla letteratura alla musica, l’originalità è il modo più nobile che abbiamo di lasciare il segno del nostro passaggio, l’eredità che tramandiamo a chi viene dopo.

Per questo Darwin era così sconvolto al pensiero di perdere la primogenitura di un’idea che cullava dai giorni in cui era sbarcato dal Beagle, quasi trent’anni prima. Quel timore, che culminò nella pubblica lettura presso la Società linneana di Londra di una nota di Darwin seguita dalla lettera di Wallace, fu però il propulsore che spinse il naturalista inglese a produrre in un anno la sua monumentale opera sull’evoluzione, L’origine delle specie.
Il secondo episodio è forse meno conosciuto, e riguarda la stesura definitiva della teoria generale della relatività. Einstein stava lavorandoci, ma non riusciva a risolvere alcuni problemi matematici. Così, un giorno del 1915, a Gottinga, ne parlò in privato con David Hilbert, che cominciò a lavorarci indipendentemente. E a pubblicare saggi in materia. Anche in quel caso, fu l’ansia della priorità a ispirare Einstein nel corso di quattro settimane di lavoro intensissimo e “di grande forza creativa”, al termine delle quali emerse la relatività generale, “descritta dal fisico Max Born come “la più grande impresa del pensiero umano sulla natura””.

È dunque grazie allo sforzo creativo di ingegni formidabili, da Darwin a Beethoven, da Picasso a Einstein, ma anche al loro spasmodico istinto di essere originali, di essere primi, che procede il cammino di quell’inestimabile patrimonio dell’umanità che chiamiamo cultura.