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TeleNews #127 – Fumata bianca per il Cda Rai: nominati i sette nuovi consiglieri – Santoro, nuovo trasloco: da settembre su La 7 il giovedì sera – Alla Rai Coppa Italia e Supercoppa – Vero, il vintage è anche sul digitale terrestre – Critica: Wind Music Awards – L’intervista: Piero Angela – Il caso: Paola Ferrari vuol querelare Twitter – Telefilm: il finale di Dr. House, Parenthood, Mad Men 6 luglio 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, In Memoriam, Interviste, TeleNews.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” propone una rassegna stampa - segnalando le fonti di provenienza - di notizie ed argomenti vari legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, cliccate qui per lasciare il vostro messaggio.

  • Fumata bianca per il Cda Rai: nominati i sette nuovi consiglieri
    La Commissione di vigilanza Rai ha eletto i sette membri del consiglio d’amministrazione di sua competenza. I nuovi consiglieri di viale mazzini sono: Antonio Verro, Antonio Pilati, Luisa Todini, Guglielmo Rositani, Gherardo Colombo, Benedetta Tobagi, e Rodolfo De Laurentis. Non c’è l’ha quindi fatta l’outsider Flavia Nardelli Piccoli che ha raccolto quattro voti. A questi 7 nomi sono poi da aggiungere Anna Maria Tarantola e Marco Pinto, indicati invece dall’azionista di riferimento, il ministero dell’Economia. La nomina di Tarantola dovrà passare prima per il vaglio della stessa Commissione di vigilanza, dove occorrerà una maggioranza del due terzi per l’ok definitivo alla sua nomina. Verro, Rositani, Pilati e Todini sono stati nominati su indicazione Pdl-Lega Nord; De Laurentiis in rappresentanza dell’Udc; Tobagi e Colombo, su indicazione del Pd dopo una consultazione con diverse associazioni della società civile.
    La fumata bianca arriva dopo che la Commissione di vigilanza è stata teatro negli ultimi giorni di duri scontri e feroci polemiche. L’ultimo episodio ieri, quando il Pdl ha ottenuto dal presidente del Senato Renato Schifani la sostituzione del senatore Paolo Amato, colpevole di aver annunciato l’intenzione di votare per Flavia Nardelli contravvenendo alle indicazioni di partito. Una situazione che indotto lo stesso presidente del Consiglio Mario Monti ad intervenire minacciando un commissariamento della Rai. E proprio in merito al comportamento di Schifani, i capigruppo di Pd, Udc, Idv e Terzo Polo, hanno indirizzato una lettera al presidente del Senato: “Signor presidente, la sua decisione richiede un chiarimento nell’unica sede propria, l’aula del Senato della Repubblica”.
    Polemiche che continuano ad avere i loro strascichi anche oggi. “Siamo di fronte a un vero e proprio golpe. E’ stato cambiato il collegio elettorale mentre erano in corso le votazioni: una lesione inaccettabile della democrazia. Una truffa a cui il presidente del Senato si è prestato e per questo dovrà risponderne”, denuncia Antonio Di Pietro. “Il signor Berlusconi, proprietario di Mediaset – aggiunge – tira ancora i fili in questo Parlamento: vuole indebolire irrimediabilmente il servizio pubblico, per garantirsi il controllo di tutti i principali mezzi radiotelevisivi, in modo da pilotare l’informazione e favorire gli interessi economici della sua azienda”.
    “Credo che quanto successo ieri dia la dimensione della complessità dei problemi che ci troveremo ad affrontare”, spiega Benedetta Tobagi. Soddisfatto invece il presidente della Commissione di vigilanza Sergio Zavoli. “Possiamo compiacerci – afferma – che al di là di imprecisioni e incongruenze, contraddizioni e malesseri, manifestati legittimamente anche in quest’aula, qualcosa da oggi non sarà più come prima nel rapporto tra una politica malintesa e l’azienda”. Positivo anche il commento di Maurizio Gasparri: “Con il voto di oggi abbiamo evitato un commissariamento, che sarebbe stato immotivato per l’azienda, ma soprattutto sono stati stroncati giochetti e manovre politiche poco trasparenti”.
    La replica di Schifani. Per il presidente del Senato, la nomina del senatore Viespoli in commissione di Vigilanza è legittima. Così Schifani ha risposto alla lettera dei capigruppo del centrosinistra che gli chiedevano spiegazioni sul caso della sostituzione del senatore Pdl Amato con Pasquale Viespoli. Inoltre è “altrettanto legittima la sua partecipazione al voto”. Perchè, continua Schifani “al termine di ogni seduta in cui si è votato, senza raggiungere il risultato, il presidente della commissione, Sergio Zavoli, ha tolto la seduta e non l’ha sospesa”. In buona sostanza, quindi, ogni volta, nell’interpretazione del presidente del Senato, la commissione si è costituita seggio ex-novo, quindi non vi è stato alcun illecito nell’ingresso in campo di Viespoli al posto di Paolo Amato.
    (fonte: Repubblica.it, 5 luglio 2012)
  • La nuova La7 con Santoro e la Parodi - leggete anche qui
    Michele Santoro e Cristina Parodi sono i due volti nuovi della prossima stagione de La 7 che prevede anche nuovi programmi per le star della rete tutte confermate: Maurizio Crozza addirittura triplicherà mentre Geppi Cucciari raddoppierà il suo impegno. In autunno sono già previste serate evento con Corrado Guzzanti (ma non aveva detto che stava benissimo a Sky?) e le performance dell’altra nuova entrata Teresa Mannino. «Crozza sarà in onda tutto l’anno con un nuovo format – dicono i dirigenti – e nel 2013 potrebbe tornare Roberto Saviano». Il condizionale è d’obbligo visto che lo scrittore da sempre si lega al nome di Fabio Fazio che sarà impegnato con il Festival di Sanremo. Quest’ultimo difficilmente potrà essere al fianco di Saviano come è successo per le felici avventure tv di Vieni via con me eQuello che (non) ho .
    Mai si era visto un gruppo di dirigenti tv più gongolanti dato che oltre ai nuovi acquisti La7 nell’ultimo anno ha goduto di una forte crescita del prime time con un ascolto medio aumentato del 23% e uno share assestato attorno al 4,45%. Santoro è un nome pesante sul tavolo delle trattative con l’eventuale acquirente della tv di proprietà di Telecom Italia Media sul mercato già da qualche mese. Va detto che il direttore del Tg Enrico Mentana si è speso molto per far entrare in squadra il giornalista e lo stesso ha fatto per convincere Cristina Parodi che dopo oltre un ventennio ha lasciato Mediaset per diventare la signora del nuovo pomeriggio tv. Un’altro colpaccio è l’avvento di Teresa Mannino nata dalle parti di Zelig e diventata volto di primo piano nella comicità al femminile.
    Il palinsesto è ricco di personaggi da serie A come Lilli Gruber, Gad Lerner, Corrado Formigli, Daria Bignardi, Geppi Cucciari, Nicola Porro e Luca Telese, Myrta Merlino, Maurizio Crozza e Marco Paolini. Gli ultimi due hanno disertato la presentazione anche se il primo ha mandato un videosketch truccato da Luca di Montezemolo. La prima novità di stagione riguarda Omnibus che avrà due edizioni: al mattino con Andrea Pancani e Alessandra Sardoni, Omnibus Night sarà affidata a Edgardo Gulotta e Flavia Fratello.
    Cristina Parodi aprirà il pomeriggio e nella seconda parte per mezz’ora darà la linea ai Menù di Benedetta , il programma della sorella che precederà G’Day , con la Cucciari i prima del Tg delle 20. Confermato Otto e Mezzo con la Gruber e in prima serata tornerà l’approfondimento. Al lunedì L’Infedele di Gad Lerner, che ospiterà le inchieste di Gianluigi Nuzzi e al giovedì Servizio Pubblico di Santoro (dal 25 ottobre) che si alternerà a Piazzapulita di Formigli. Al venerdì spazio alla comicità: si partirà con Se stasera sono qui , il nuovo show con la Mannino, ritratto semiserio e dissacrante del paese. Il ritorno di Crozza con un nuovo format seguito da un altrettanto nuovo programma della Cucciari. La Bignardi tornerà in gennaio.
    Sabato in prima serata per la nuova stagione di In Onda con Luca Telese e Nicola Porro che di domenica si collocherà nella fascia di access prime time per lasciare spazio alla nuova Atlantide con Mario Tozzi.
    Sempre in autunno notevole l’ingaggio di Corrado Guzzanti vista l’audience raccolta su Sky con Aniene e Aniene 2 . L’attore sarà protagonista di alcune serate evento mentre nel corso della stagione La7 proporrà un nuovo lavoro di Marco Paolini che porterà ancora una volta in tv il teatro civile. Nel weekend confermati Lucia Loffredo, Michela Rocco di Torrepadula e Gianfranco Vissani.
    (fonte: “La Stampa”, 6 luglio 2012 – articolo di Luca Dondoni)
  • Santoro, nuovo trasloco: da settembre su La 7 il giovedì sera
    L’ anno scorso l’annuncio fu «Santoro a un passo da La7», ma mancava ancora l’ultimo miglio e parlarne non portò molta fortuna. Quest’anno però la notizia è ben più definitiva, e la comunica il direttore Enrico Mentana al telegiornale delle venti: «Michele Santoro ha firmato per La7 per la prossima stagione».
    Il vulcanico giornalista si aggiunge a una schiera di professionisti passati sugli schermi de La7 con il suo «Servizio pubblico», che quest’inverno è andato in onda su una multipiattaforma e nella prossima stagione vedremo di giovedì sera, nei periodi di alta stagione alternandosi per lunghe fasi con «Piazzapulita» di Corrado Formigli, come oggi, alla conferenza stampa di presentazione dei palinsesti la rete sarà felice di annunciare.
    La trattativa andava avanti da tempo. «C’è, ma è molto laboriosa», ammetteva l’ex conduttore di «Annozero» una settimana fa, «siamo abituati a fare televisione seguendo un criterio di libertà di espressione e questo non è sempre accettato. Con La7 però non esiste un problema di natura economica».
    Si è parlato nelle scorse settimane di contatti di Santoro anche con Sky e qualche possibilità era data pure di un ritorno alla Rai, abbandonata l’anno passato dopo numerosi e plateali scontri con l’ex direttore generale Mauro Masi: la firma, messa ieri nero su bianco sul contratto de La7, chiude ogni altra congettura. L’ennesimo bel colpo per una rete alla ricerca di un acquirente, che nel corso di questa stagione si è già assicurata star del piccolo schermo come Fabio Fazio, Roberto Saviano, Serena Dandini e Sabina Guzzanti.
    Un passaggio che arriva con un anno di ritardo, appunto: la conclusione di un accordo era lì lì per arrivare già nel giugno 2011 – annunci quasi ufficiali e titolo in Borsa di Telecom Italia Media schizzato alle stelle – ma qualcosa si inceppò.
    Seguirono vibranti accuse del giornalista: «Siamo di fronte a una nuova, eloquente e inoppugnabile prova dell’esistenza nel nostro Paese di un colossale conflitto di interesse», perché «un accordo praticamente concluso viene vanificato senza nessuna apprezzabile motivazione editoriale». E così, tuonava furibondo un anno fa Santoro, «improvvisamente ci sono stati posti gli stessi problemi legali che la Rai pone a Milena Gabanelli e norme contrattuali che noi consideriamo lesive della libertà degli autori e dei giornalisti».
    E l’amministratore delegato della rete, Giovanni Stella, che con una colorita metafora aveva detto di «aspettare sotto il banano-Rai i macachi-conduttori che pensano di scendere», commentò glaciale in un’intervista al “Giornale” che «è facile chiedere libertà con i soldi degli altri», mentre «nessun editore può darti carta bianca perché ha la responsabilità finale di quello che va in onda».
    Acqua passata: «Normale che in ogni trattativa ci siano delle ruggini – commenta soddisfatto il direttore Mentana – ma con intelligenza e buona volontà si possono superare. E mi pare evidente che La7, la rete che ha accolto trasmissioni come quella di Fazio e Saviano, sia un habitat amichevole per un programma come quello di Santoro».
    Evidentemente le ruggini sono state superate. L’accordo è arrivato e il popolarissimo conduttore sbarcherà sugli schermi de La7 con il suo «Servizio pubblico». Stessa serata di sempre, un format probabilmente molto simile a quello di quest’anno, di cui qualche eventuale novità potrebbe essere svelata nella presentazione dei palinsesti di oggi a Milano. Dove potrebbe presentarsi anche il neoacquisto Santoro.
    (fonte: “La Stampa”, 4 luglio 2012 – articolo di Francesca Schianchi)
  • Alla Rai Coppa Italia e Supercoppa
    L’assemblea delle societa’ di serie A ha deciso l’assegnazione dei diritti per la Coppa Italia e Supercoppa Tim Cup per i prossimi 3 anni. Le telecronache in chiaro per l’Italia se le e’ aggiudicate la Rai che ha anche comprato i diritti per le radiocronache. I diritti esteri sono invece andati a B4. L’ammontare complessivo dell’introito per la Lega dovrebbe aggirarsi intorno ai 75 milioni di euro.
    (fonte: Rai Sport, 4 luglio 2012)
  • Vero, il vintage è anche sul digitale terrestre
    Il digitale pullula di piccole copie delle grandi reti generaliste. O forse, pullula di grandi copie di generaliste ormai ridotte a poca cosa. E intanto, il vintage avanza. Anzi, non muore. Ma se poi le novità del prossimo anno di Rai sono Venier, Carlucci, Frizzi, Magalli, Conti, di che ci lamentiamo?
    È partito da qualche settimana Vero, canale televisivo nazionale del digitale terrestre con la direzione editoriale di Maurizio Costanzo e la direzione creativa di Riccardo Pasini. Tutto in diretta, offre la possibilità di scegliere tra oltre 15 nuovi programmi, dal talk show al factual fino al reality show, ma anche soap e serial (da Beverly Hills a Dynasty). Nessun format ha un conduttore fisso, si alternano infatti volti familiari come Marco Columbro, Laura Freddi, Marisa Laurito, Corrado Tedeschi e Margherita Zanatta.
    L’idea è di mettere per immagini il rotocalco al femminile: Vero Tv nasce infatti dal gruppo editoriale di Guido Veneziani Editore, che attualmente edita 5 settimanali, 8 mensili e 2 quindicinali. Tra i titoli più conosciuti, Vero e Stop.
    Televisione da rotocalco
    Il digitale pullula di quelle reti che vengono definite semigeneraliste, quelle con una programmazione composta da generi tematici differenti atta a catturare un pubblico trasversale per gusto, gender, età. Si pensi a Rai4, rete generazionale di telefilm e cartoni animati, o a Rai5, dedicata alla cultura. Nel caso di Vero, significa invece che una piccola tv rifà quello le grandi fanno tutto il giorno a parte la sera, ovvero ore e ore di programmi di infotainment per casalinghe.
    In questo caso si tratta di ibridare forze basse di giornalismo, pescando nel tabloid, gossip, rotocalco, e di unirle alle forme di intrattenimento televisivo del talk o del contenitore. Vero dunque porta in televisione lo stile da rotocalco del suo editore, ma in realtà cavalca una tendenza già in atto nel mondo dell’informazione televisiva.
    In un certo senso, Vero è un canale tematico, solo che invece di impacchettare telefilm, musica, cinema, rende contenuto unico le piccolezze delle reti generaliste. Allo stesso tempo, riciccia i volti della televisione, per lo più privata, di una volta, quelli che Mediaset non ha saputo più utilizzare (almeno la Rai nel riciclaggio è più brava). Vero è una televisione per vecchi, in perfetta linea con il resto della tv generalista. Quelli di Vero l’hanno capito benissimo. Noi possiamo solo bearci della visione di Dynasty che ai tempi eravamo troppo piccole.
    (fonte: “Europa”, 26 giugno 2012 – articolo di Stefania Carini)
  • E’ morto Massimo Fichera, primo direttore di Rai 2
    E’ morto a Roma Massimo Fichera, primo direttore di RaiDue e poi vicedirettore generale di viale Mazzini. Aveva 83 anni.
    Nato a Catania nel 1929, con la riforma del 1975 assunse la guida della seconda rete, che si propose subito come più giovanile e spregiudicata rispetto alla prima, lanciando programmi come L’altra domenica, Supergulp, Odeon, Sereno Variabile e Portobello, che nel 1977 riportò in Rai Enzo Tortora.
    Socialista, esperto di storia della televisione italiana ed europea, da sempre attento ai grandi mutamenti del sistema televisivo, è stato anche vicepresidente dell’ISIMM, Istituto per lo studio dei media e della multimedialità, fondato da Enrico Manca, che fu ministro del Psi e presidente della Rai.
    Dal 1992 al 1996 Fichera fu presidente e direttore generale di Euronews, successivamente riprese la collaborazione con la Rai e in particolar modo con Rai Educational. I funerali si svolgeranno sabato mattina alle 10 al Verano, a Roma.
    (fonte: Repubblica.it, 5 luglio 2012)

CRITICA TV

Se Carlo Conti fa sempre l’impiegato
Giuro che se vedo ancora una volta Rocco Papaleo in tv, spengo il video. Non posso, tutte le volte, pormi angoscianti interrogativi. Rocco Papaleo è stato il primo ospite d’onore dei Wind Music Awards del 2012, la cerimonia trasmessa dall’Arena di Verona e condotta da Carlo Conti e Vanessa Incontrada (Rai1, lunedì, ore 21.21). Ma se «Emilia Live», il concerto allo Stadio Dall’Ara in favore dei terremotati, ha saputo conservare una sua dignità, qui siamo ripiombati nel «dedico il premio ai miei fan», nell’omaggio «al mio pubblico», nell’immancabile evocazione di Lucio Dalla, ormai elevato al rango di «Pasolini della musica leggera».
Uno pensa che se i premiati si chiamano Giorgia, Alessandra Amoroso, Biagio Antonacci, Emma Marrone, Tiziano Ferro, Luciano Ligabue, Fiorella Mannoia, Laura Pausini, Antonello Venditti, Modà, Noemi, Gino Paoli, un qualche spettacolo ci scappi, magari di sfuggita. E invece siamo alle solite, con una conduzione impiegatizia, nello stile tipico di Carlo Conti. E vogliamo parlare del caso di Alessandro Siani? Capisco il Sud, capisco che un attacco a Lady Gaga (peraltro molto scomposto) possa strappare qualche applauso, ma bisognerebbe avvertire il «suo pubblico» che battute come «voglio una pausa di riflessione», «meriti qualcuno meglio di me», dette fra due che si vogliono lasciare, sono vecchie di trent’anni.
Il fatto è che il pubblico dell’Arena era composto prevalentemente da adolescenti e gli autori della trasmissione non sono andati oltre il livello adolescenziale. Non basta invitare Vittoria Belvedere, Francesca Neri, Isabella Ferrari, più travagliata che mai, Roberto Farnesi se poi si mettono loro in bocca parole deprimenti. Un mistero, infine. Il direttore dell’intrattenimento Rai, Giancarlo Leone, ha passato il pomeriggio di lunedì a twittare sul programma. Sono questi gli show che ama? Ma l’ufficio stampa in Rai non esiste più?
(fonte: “Corriere della Sera”, 4 luglio 2012 - articolo di Aldo Grasso)

L’INTERVISTA

Piero Angela, re della scienza in TV: “Ma non chiedetemi l’età”
Serio, pacato, inossidabile. Piero Angela è il vero alieno della tv italiana, sulla breccia dal 1981, anno in cui andò in onda la prima puntata di Quark , solo e unicamente per i suoi meriti di divulgatore. Mai un pettegolezzo, mai una lite, mai una caduta di stile. Anche l’unica, possibile, accusa, riguardante la presenza in video del figlio Alberto, si frantuma contro il muro della competenza. Inutile dirlo, l’erede lavora non per via di bieco nepotismo, ma solo perchè i suoi programmi funzionano. Con il ritorno di Superquark , dieci puntate in prima serata su Raiuno, ogni giovedì, riemerge la voglia di scoprire il mistero Piero Angela, magari di scovare un difetto, un limite, un passo falso. Niente da fare. C’è solo un vezzo, inatteso per un gentiluomo torinese, giornalista e scrittore, diverse lauree honoris causa, numerosi premi in Italia e all’estero, e riguarda l’età: «Su questo – scherza – chiedo il silenzio stampa». Poi aggiunge con un sorriso: «Il mio corpo è come una macchina, avrà anche più di 82mila chilometri, ma il guidatore ha sempre 45 anni».
Come spiega il successo di «Quark»?
«E’ un programma chiaro, raccontato in modo comprensibile, realizzato con una consulenza scientifica, libero dall’ossessione di cercare la spettacolarità a tutti i costi. Il seme di conoscenza che lanciamo non punta solo al terreno dell’audience del giorno dopo».
La voce è uno dei suoi fondamentali strumenti di lavoro. Serena, suadente, confidenziale anche quando affronta temi scientifici complessi. Come ha imparato ad usarla così bene?
«Sono un ex-pianista di jazz, ho studiato molto la musica e lo faccio ancora oggi, ho suonato con Danilo Rea e tra i miei progetti c’è un disco. Sì, è vero, la voce mi ha aiutato molto. Ho imparato i tempi, le pause, i silenzi, i crescendo. Quando parliamo è come se usassimo uno strumento ».
Ha resistito alle tante tempeste che, in questi anni, hanno scosso la tv di Stato. E anche adesso non è un momento facile. Come ha fatto?
«La Rai, a differenza di tante altre aziende pubbliche, ha enorme visibilità. Se cambia il direttore di un altro ente, non se ne parla così tanto, da noi per ogni starnuto c’è un titolone in prima pagina. E poi è un’azienda molto appetita dai partiti. Naturalmente l’aumento enorme del numero dei canali ha influenzato gli ascolti, gli spettatori si distribuiscono, e tutti perdono audience. A noi finora questo non ha creato problemi, non siamo mai scesi sotto i livelli che ci permettono di andare in onda».
Le è mai capitato di toccare un argomento scottante, di ricevere uno stop del tipo «no, di questo non si parla»?
«Nessuno è mai venuto a dirmi niente, la tv raggiunge il grande pubblico familiare, tutto si può comunicare con un linguaggio civile e noi non abbiamo mai cercato di farci pubblicità con le polemiche».
Come tutti i personaggi celebri, ha totalizzato un gran numero di imitazioni. Si è mai arrabbiato?
«Ne ho avute tante, perfino da Fabio Fazio, quando le faceva… La prima è stata quella di Alighiero Noschese e ne fui felicissimo. Sa che cosa mi successe? Mi aveva chiesto di andare nel suo camerino perchè doveva truccarsi in modo da somigliarmi. Mentre ero lì ricevette la telefonata di un ministro che protestava perchè Noschese aveva smesso di imitarlo. Insomma, una parodia è un colpo di fortuna, chi non appare nelle vignette non è popolare…».
Suo figlio Alberto ha seguito le sue orme, le è mai capitato di doversi difendere dall’accusa di nepotismo?
«Nessuno di noi due è mai stato assunto a tempo indeterminato, lavoriamo con i contratti, a puntate. Mio figlio è ricercatore, ha iniziato in Africa, dove ha fatto tante campagne, poi ha realizzato una rubrica Albatros che andava sulla tv svizzera, durava un’ora, poi 2 perchè andava bene, fino a quando fu ripresa da Telemontecarlo. Fu allora che gli fu chiesto di venire a lavorare alla Rai».
Di che cosa si parlerà nella prima puntata del nuovo ciclo di Superquark?
«Di tante cose, dall’alimentazione, andando in giro per l’Italia, ai due Poli, con un servizio intitolato Frozen planet . E poi di terremoti, ma in un modo molto diverso dal solito. Andremo a vedere che cosa succede nel sottosuolo, nelle zone più sotterranee, quando si spaccano le superfici, e poi faremo sapere che in Emilia i terremoti non sono una novità, visto che c’erano anche ai tempi del Granduca di Ferrara, che il problema riguarda l’Appennino che preme sulla Pianura Padana e prima o poi emergerà. Faremo anche vedere quel che succede in Giappone, dove ci sono in media 50 terremoti l’anno, per dimostrare che un sisma è davvero pericoloso solo quando una casa è costruita male».
Che cos’ha in programma per il futuro?
«A Roma, sotto Palazzo Valentini, gli scavi che hanno rilevato un percorso archeologico molto interessante, che arriva fino ai Fori Imperiali. Mi hanno chiesto di renderlo più attraente con una mia spiegazione. Insomma, sarebbero delle visite guidate, da realizzarsi anche in altre zone, con la mia voce. E’ un esperimento che mi attira».
(fonte: “La Stampa”, 5 luglio 2012 – intervista di Fulvia Caprara)

IL CASO

Paola Ferrari vuol querelare Twitter: «Insulti maligni e gratuiti in quanto donna»
Querelare Twitter per diffamazione. Non gli utenti di Twitter, o un utente specifico. Proprio la piattaforma: è quanto vuole fare la conduttrice Rai Paola Ferrari, reduce dalla conduzione di Stadio Europa durante il recente Euro 2012, per gli insulti ricevuti. La giornalista ritiene di aver ricevuto troppi epiteti anonimi e offensivi e pesanti allusioni fisiche a presunti rifacimenti estetici.
«TOLLERANZA E RISPETTO, NON MALIGNITÀ» - La conduttrice della «Domenica Sportiva» e volto di punta di RaiSport, raggiunta da corriere.it, spiega le ragioni della sua decisione: «Non mi sento una vip, ma una giornalista. Ho deciso di uscire allo scoperto su questo argomento per due motivi: uno, il fatto che nel terzo millenio, dove siamo entrati con tanta gioia e con i social network che hanno aperto una nuova frontiera, è importante sottolineare la tolleranza e il rispetto, perché questi sono i valori che dobbiamo portare avanti insieme alla globalizzazione». E quindi, non si tratta tanto di una demonizzazione di Twitter in quanto tale, ma di alcuni suoi cinguettanti cittadini: «Insultare nascondendosi è sbagliato – prosegue Ferrari – Sono state settimane di commenti maligni e cattivi sempre diretti alla figura della donna. E questo è il secondo motivo per cui ho deciso di affrontare questa situazione».
IL FEMMINISMO DI OGGI – A offendere Ferrari, prima e unica donna ad aver condotto la Domenica Sportiva, e anche 90° minuto, ma anche numerose trasmissioni dedicate a Coppe del Mondo e Campionati Europei, è stato, quindi, «l’insulto perpetrato sempre nei confronti della donna, sempre dal punto di vista fisico, perché una non risponde a certi canoni. Su questo io non abbasso la testa, trovo che non sia giusto». La sensazione, a raccogliere lo sfogo della giornalista, è di un ritorno alle battaglie di un tempo. «Io ho dedicato la mia vita ad affermare la mia professione in un mondo maschile, ho sempre lavorato per una donna emancipata e a testa alta nel mondo del giornalismo sportivo, e devo dire di esserci riuscita, perché dopo di me tante altre colleghe con tanto successo hanno ottenuto degli spazi che quando ho cominciato io anni fa ci potevamo sognare. Di conseguenza non accetto che le donne vengano criticate, dileggiate, prese in giro solo per il loro aspetto fisico. La donna deve essere libera di essere come vuole, questo è il femminismo di oggi».
VUOTO LEGISLATIVO E SOCIAL NETWORK - La querela a Twitter, quindi, sarebbe necessaria perché la piattaforma consente l’anonimato agli utenti – che pure sono regolarmente iscritti attraverso uno username, un nome univoco e irripetibile, e un indirizzo e-mail tracciabile: «La sto valutando per fare luce su un buco legislativo secondo me importante – spiega – Negli Stati Uniti si è aperto un interessante dibattito a proposito dell’equivalenza tra un tweet e una frase urlata dalla finestra. Se io grido dalla finestra insultando qualcuno, vengo giustamente denunciata. Allo stesso modo Twitter deve avere una regolamentazione. È giusto scendere in campo, prendere posizione e aprire una discussione. Parliamone in modo aperto, mettendoci la faccia».
“#QUERELACONPAOLA? L’IRONIA VA BENISSIMO» - Twitter, stavolta inteso come collettivo degli utenti, ha prontamente reagito. Alcuni «cinguettii» criticano l’azione in sé («Se alla fermata del tram scrivo col pennarello frasi contro di te quereli l’Atm?», scrive un utente di Milano, e un altro aggiunge: «Le andrebbe spiegato che è come querelare il telefono, o internet, o i segnali di fumo»), altri rilanciano battute rincarando la dose sulla particolare luminosità degli studi in cui lavora la giornalista: «In tribunale sarà lei stessa a far luce sulla verità», «Pare che John Belushi in chiesa nei “Blues Brothers” non abbia visto la luce ma #PaolaFerrari alla prima comunione», «L’Enel querela Paola Ferrari» sono solo alcuni del tweet comparsi quasi immediatamente sulla piattaforma. In poco tempo il primo trending topic, l’argomento trascinante, della versione italiana di Twitter è diventato #QuerelaConPaola. Con altre battute nonsense di ogni genere, twittate e ritwittate dai singoli utenti. Riguardo a queste ultime frasi, Ferrari ride e commenta: «Se è ironia va benissimo, fa ridere e fa sorridere anche chi la riceve. L’ironia vera però la sanno fare in pochi».
(fonte: “Corriere della Sera”, 5 luglio 2012 – articolo di Maria Strada)

TELEFILM

Se House diventa l’angelo della morte
“L’ultimo episodio della serie del «Dr House» (8 stagioni, 177 episodi) s’intitola «Everybody Dies», e chiude con una struggente canzone e un colpo di scena. La canzone di Warren Zevon s’intitola «Keep Me in Your Heart» e ripete con struggente tenerezza: «Sometimes when you’re doing simple things around the house. Maybe you’ll think of me and smile. You know I’m tied to you like the buttons on your blouse. Keep me in your heart for a while» (Talvolta, quando starai facendo qualcosa di semplice in casa magari penserai a me e sorriderai, sai che sono legato a te come i bottoni di una blusa, tienimi nel tuo cuore per un po’). E qui i riferimenti si sprecano.Mentre il suo amico Wilson sta pronunciando il ricordo funebre (House ha simulato la morte per evitare la prigione e accompagnare il suo amico, colpito da un cancro, negli ultimi mesi di vita) eccolo ricevere un sms: «Shut up, idiot!» (Stai zitto, idiota!). House è vivo, ha inscenato tutto e lo sta aspettando sotto casa. I due partiranno per un viaggio in moto, in attesa che il destino faccia il suo decorso (Canale 5, martedì, ore 21.20). L’ultima puntata di House è una grandiosa riflessione sulla morte. Credendolo morto, le donne, gli amici, i colleghi di una vita lo ritraggono con affetto, ricordando tutte le sue doti, ma non risparmiano i giudizi sul suo carattere: «House salvava le vite, era una guaritore ma devo dire che House era uno stronzo, prendeva in giro tutti…». La tv ci ha abituati a vedere in faccia il dolore o la morte, privandoli del loro lato invisibile (dolore e morte sono «mancanza» di e per qualcosa), della loro verità. Ma se House si trasforma nell’angelo della morte, ecco che veniamo investiti dalla potenza del lutto. Il Dr House ha creato una letteratura: le sue diagnosi hanno generato articoli, libri, convegni, polemiche, hanno contribuito non poco a creare un’opera di largo consumo di sorprendente complessità narrativa e ricchezza tematica”.
(fonte: “Corriere della Sera”, 5 luglio 2012 – articolo di Aldo Grasso)

Quella famiglia ha vinto la sfida
“Il rischio che la terza stagione di «Parenthood» dimostrasse che la serie aveva in realtà esaurito le buone idee, che il tema delle relazioni familiari e del loro complicato dispiegarsi nella vita di tutti i giorni costituiva ormai un filone esaurito era forte. La conclusione della seconda stagione aveva infatti dato qualche avvisaglia di stanca, lasciando presagire un inevitabile calo narrativo (Joi, Mediaset Premium, sabato, ore 21.15). Invece la pausa ha fatto bene al telefilm: per quello che si è potuto vedere in queste prime puntate della nuova stagione, le vicende dei Braverman continuano a catturare e coinvolgere. Certo, a tratti la serie cede a un tono troppo «soapizzato», ma il telefilm rimane sicuramente uno dei migliori family drama visti negli ultimi tempi. Il segreto della serie ideata da Jason Katims è paradossalmente proprio la sua semplicità: «Parenthood» regala quello che promette, ovvero un racconto profondo ed emotivo di cosa voglia dire essere genitore e cosa essere figlio nelle diverse fasi della vita, attraversando diverse generazioni. Il suo aspetto migliore è la capacità di tratteggiare i caratteri dei personaggi, con i loro dialoghi disordinati e sovrapposti per catturare la spontaneità del parlato, con i loro problemi «normali», e le loro reazioni spesso sbagliate alle piccole e grandi difficoltà della vita di tutti i giorni. Ciascuno dei figli della famiglia Braverman costituisce un piccolo nucleo narrativo a sé, da cui si diramano, intrecciandosi armoniosamente, tutte le diverse storie. C’ è la volitiva e inquieta Sarah (Lauren Grahm), divisa tra sofferenze del passato e future speranze. C’ è Adam (Peter Krause), destinato a portare sulle sue spalle il peso di tutte le responsabilità. E poi Crosby (Dax Shepard), eterno Peter Pan costretto quasi a suo malgrado a una profonda maturazione”.
(fonte: “Corriere della Sera”, 1° luglio 2012 – articolo di Aldo Grasso)

Il creatore di “Mad Men” dà lezioni ai pubblicitari
Quasi calvo e con un’aria fintamente paciosa, Matthew Weiner somiglia più al James Gandolfini de I Soprano che al John Hamm di Mad Men. Ma sebbene abbia sceneggiato la serie sulla famiglia mafiosa italoamericana, la creatura nella quale si rispecchia di più è Don Draper, misterioso capo dei creativi dell’agenzia pubblicitaria nella quale è ambientato il telefilm da lui ideato.
Forse il serial più famoso, premiato e apprezzato al mondo. Ieri Weiner era ospite del summit sulla comunicazione dell’Upa (Utenti Pubblicitari Associati). Nel 2011 Time magazine l’ha inserito tra le cento persone più influenti del pianeta e la rivista The Atlantic lo considera tra le 21 persone più capaci di sconfiggere i luoghi comuni. La quarta stagione di Mad Men andrà in onda a settembre su Rai4, la rete digitale che domenica sera dedicherà alla serie la puntata di Mainstream. In autunno Fox trasmetterà la quinta stagione.
Mister Weiner, oggi molte serie tv si avventurano nel futuro. Con Mad Men lei ha realizzato uno show retro per parlare del presente. A cosa si deve la sua contemporaneità?
«Ciò che è diverso dal presente è altrettanto interessante di ciò che è uguale. È arrogante pensare che qualsiasi esperienza umana attuale sia più interessante. D’altra parte conosciamo soltanto il tempo in cui viviamo e penso che il successo del mio show sia dovuto al fatto che queste epoche sono molto simili».
Quali sono i motivi del successo di Mad Men?
«È una combinazione tra il cast, lo stile della narrazione e l’ambientazione invitante. Lo show tratta l’esperienza umana in modo non idealizzato e così molta gente può riconoscersi. Negli ultimi anni il pubblico non ha avuto questa chance nell’intrattenimento. Per le persone che non vogliono guardare dentro la propria vita Mad Men è noioso».
Perché ha scelto come protagonista un uomo che ha assunto l’identità di un suo compagno morto nella guerra di Corea?
«In Italia avrei fatto scelte diverse. Ma ho letto nella biografia di Federico Fellini le pagine in cui, parlando di Rimini, spiegava l’insicurezza per la propria origine provinciale quando era arrivato a Roma. I romani erano tutti sofisticati e cosmopoliti. Ecco: in America tutti sono originari di Rimini, ma facciamo finta di essere romani».
Da quali altri libri e altri film è spuntato Don Draper?
«Dai brevi racconti di John Cheever. E da Il Grande Gatsby. È la storia di un uomo che si legittima attraverso il successo e poi inventa una storia su come è avvenuto. Pensi quanti italo-americani hanno cambiato nome».
Draper si chiede «che cosa vogliono davvero le donne». Deve chiederselo ancora oggi chi lavora nella pubblicità?
«Come un buon scrittore, Draper prova a mettersi nei panni di altri. A volte con i tacchi alti».
Com’è cambiato il modo di rappresentare il consumismo da Mad Men a Desperate Housewives?
«Chi guarda queste serie non pensa di essere influenzato dalla pubblicità. Ma più il pubblico è colto e ha successo, più la pubblicità funziona. Così i due show si rivolgono agli stessi target».
Chi lavora nella pubblicità è un inventore di sogni, uno spacciatore d’illusioni o un seduttore virtuale?
«Credo che la pubblicità sia uno specchio e che chi lavora nell’advertising segua le tendenze. Tuttavia, quando la gente vuole qualcosa di nuovo i pubblicitari devono capirlo al volo. Perciò alla fine sono soprattutto dei seduttori».
«Politica, religione, sesso: bisogna proprio parlarne?» si chiede Draper. La gente è interessata ad altro?
«Non penso ci sia nulla d’interessante in politica e religione. A ciò che resta aggiungerei il cibo».
Rispetto agli anni ’60 nella comunicazione è cambiato il ruolo delle tecnologie, ma al centro di Mad Men c’è una persona. È cambiato ugualmente anche il fattore umano?
«Chiunque abbia dei bambini vede che le tecnologie sono molto naturali per loro. E se una volta una candela poteva spaventare i piccoli, oggi il computer non provoca alcun timore. Non temo che gli uomini diventino delle macchine. Ma credo che la tecnologia ci abbia reso soli e isolati».
(fonte: “Il Giornale”, 5 luglio 2012 – articolo di Maurizio Caverzan)


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