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Edicola – “Focus Storia” n°69, luglio 2012: “Gladiatori – Quando la morte dava spettacolo” 5 luglio 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie FocusStoria, Storia.
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Ecco la copertina ed alcuni contenuti del numero 69 – Luglio 2012 del mensile di divulgazione storica “Focus Storia”, edito da Gruner+Jahr/Mondadori ed in vendita in edicola al prezzo speciale di 3 € con nuova grafica e contenuti.

Il mondo dei gladiatori

Tutto sui gladiatori: come combattevano, come si allenavano, come si svolgeva il giorno dello spettacolo. E poi: i volti dei nostri antenati rifatti oggi, l’oro italiano sequestrato dai nazisti, l’età elisabettiana, una Gioconda nuda e gli olimpionici più strani di sempre…

In allegato opzionale (a 9,90 € aggiuntivi) il volume “Un giorno al Colosseo – Nel mondo dei Gladiatori” di Fik Meijer.

A seguire, il sommario del numero.

Ultrà da duemila anni
Le sorprendenti somiglianze fra la passione per i giochi gladiatori e quella per il calcio.
Schiere di tifosi osannanti scandiscono i nomi degli uomini in campo per l’evento sportivo dell’anno. Ad assistervi, in tribuna d’onore, ci sono i pezzi grossi della politica e dell’economia. Ma non è una finale di Champions league: è la fotografia di uno spettacolo di gladiatori al Colosseo, più o meno 2 mila anni fa. Allora come oggi gli spettacoli sportivi appassionavano migliaia di cittadini, tanto che i potenti presero ad approfittarne. Nacque così il meccanismo del consenso che l’autore satirico Giovenale (I secolo d.C.) definì panem et circenses: si organizzavano pubbliche attività ludiche per ingraziarsi il popolo e distogliere l’attenzione dei cittadini dalla vita politica, in modo da lasciarla in mano alle élite. Suona “moderno” anche questo, vero? Ce lo conferma l’archeo­loga Luciana Jacobelli.

Vivere da gladiatore
La selezione, il duro allenamento, la vita in caserma e la carriera. Ecco come si diventava “campioni” dell’impero, rischiando la propria vita nelle arene.
Dentro le mura della caserma la vita comincia all’alba. Voci rudi intimano la sveglia, inizia l’ennesima giornata di duro addestramento. Con un piccolo fuori programma: uno nuovo, una recluta, pronuncia oggi il suo giuramento. Un voto speciale e sinistro, che lo impegna a farsi “bruciare, legare, bastonare, uccidere”. Perché questa non è la Legione Straniera e neanche una pur severa caserma di legionari romani: siamo in un ludus, uno degli oltre cento sorti in ogni provincia dell’Impero romano. Palestre-prigione che i gladiatori chiamano casa, e dove si impara a combattere e a morire. In nome dell’unico tiranno che gli imperatori stessi devono corteggiare: il pubblico.

Spartaco il ribelle
La storia del gladiatore che tra il 73 e il 71 a.C. guidò una rivolta di schiavi, mise a ferro e fuoco il Sud Italia e diede filo da torcere ai Romani.
Per alcuni fu il primo guerrigliero marxista della Storia. Lo stesso Marx, in una lettera al “compagno Engels”, nel 1861 lo definì “un genuino rappresentante del proletariato antico”. Eppure quel Che Guevara in anticipo sui tempi non aveva mai sentito parlare né di socialismo, né di plusvalore, né tanto meno del barbuto filosofo tedesco, alla cui nascita mancavano ben 19 secoli. E se qualcuno gli avesse nominato la lotta di classe, lui avrebbe pensato a una battaglia navale, perché in latino classis vuol dire anche flotta.

Una giornata al Colosseo
Il programma nelle arene era vario: lotte con le fiere, musica, spuntini… Solo alla fine arrivavano i gladiatori.
La trepidazione era da vigilia dei mondiali di calcio. L’occasione “ghiotta” quanto rara. Non capitava tutti i giorni di vedere da vicino l’imperatore. Tanto meno i propri beniamini sfidarsi a pochi metri di distanza con armature scintillanti. Di solito il grande evento coincideva con una ricorrenza: una festività, un anniversario, la vittoria in una guerra. Allora ci si poteva concedere una giornata intera all’arena, dall’alba al tramonto. Dove i gladiatori erano soltanto una parte dello spettacolo.

Ossa parlanti
I resti dei gladiatori rivelano che cosa mangiavano, quanto vivevano e come morivano i dannati dell’arena.
Grassottelli, non altissimi, vegetariani, giovani e rispettosi delle regole. Non è certo il ritratto di Russell Crowe, il gladiatore con il fisico da culturista dell’omonimo film di Ridley Scott. Eppure è questo il ritratto dei combattenti che la scienza tratteggia a partire dalle loro stesse ossa. La dieta, gli allenamenti, i combattimenti e la morte di 67 gladiatori sono stati infatti ricostruiti grazie ai loro resti, scoperti dagli archeologi dell’Università di Vienna nel 1993 a Efeso, sulla costa egea della Turchia. Dal 2003 fino a oggi quelle ossa sono state studiate con metodi da polizia scientifica da un’équipe di paleopatologi dell’università austriaca.

Donne nell’arena
Combattevano come i loro colleghi maschi, ma le ragazze che si davano all’ars gladiatoria lo facevano per passione.
L’anfiteatro, la sabbia, il sangue. Il sudore le colava lungo la schiena e dal collo giù sui seni scoperti, crean­do strisce più chiare sulla pelle impastata di olio e di polvere. Il battito accelerato del cuore le rimbombava nelle orecchie, coprendo persino le fragorose incitazioni della folla sulle gradinate del Colosseo. Con un ultimo immane sforzo sollevò lo scudo, parò il debole fendente della sua avversaria e senza pensare le infilò la corta lama tra le costole. Poi esausta si rilassò, ai suoi piedi il corpo ormai senza vita della donna contro cui aveva combattuto per divertire l’imperatore e il popolo romano.

Antenati rifatti
Nei laboratori dei paleoantropologi che ridanno un volto a uomini e donne vissuti migliaia o milioni di anni fa. Grazie alla scienza, all’arte e… a un pizzico di fantasia.
La donna è piegata sul corpo di un uomo, le sue dita gli accarezzano il viso. La fronte di lei è imperlata di sudore, quella di lui è lucida, increspata da rughe grosse come solchi, ma fredda. Perché non è fatta di carne e ossa ma di resina e plastilina. Lei è Élisabeth Daynès, francese, una delle paleoartiste più famose al mondo, lui un Homo neanderthalensis vissuto 40 mila anni fa, ed è una delle sue ricostruzioni. Ma tra i due la storia d’amore è reale.

Tutti pazzi per le olimpiadi
C’è chi correva scalzo, chi aveva un sesso ambiguo, chi concluse la gara 55 anni dopo… Ma tutti avevano lo stesso scopo: esserci.
“Coniglio”. Così lo definirono i giornali all’indomani della finale della categoria pesi massimi di pugilato ai giochi olimpici del 1952. E in effetti lo svedese Ingemar Johansson questo “titolo” se l’era meritato. Di fronte all’americano Ed Sanders, detto “il martello di Thor”, si era rifiutato di combattere saltellando lungo tutto il perimetro del ring.

La Gioconda senza veli
Leonardo dipinse una versione “spogliata” del suo più celebre quadro? Lo farebbero pensare alcune copie di scuola leonardesca.
Una diva in topless non fa più notizia, ma un capolavoro spogliato di cinquecento anni fa sì. Anche perché non si tratta del ritratto senza veli di una donna qualunque: parliamo nientemeno che della Gioconda. Dopo quella vestita, iniziata nel 1503 e ritoccata fino alla fine della sua vita, Leonardo da Vinci ne avrebbe dipinta un’altra, questa volta nuda. Seni prorompenti, sorriso ancor più malizioso, se possibile, di quello che i turisti fanno la fila per ammirare al Louvre, tunica lasciata cadere sui fianchi con consumata impudenza. Un’immagine del piacere carnale capace di turbare le menti degli uomini del tempo e di ispirare altri artisti dell’epoca.

Caccia all’oro
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 i tedeschi requisirono l’oro della Banca d’Italia. Ecco quali strade prese, che parte fece ritorno e quanto si… volatilizzò.
Poco meno di 5 miliardi di euro. Tanto varrebbero oggi le riserve auree italiane del 1943. Un bottino finito nel mirino di Hitler quando l’avanzata delle forze alleate nel Meridione, iniziata quell’anno, apparve inarrestabile. A dire il vero, già l’Italia fascista aveva progettato di mettere al sicuro al Nord l’oro della Banca d’Italia conservato a Roma per difenderlo dalle grinfie degli Alleati sbarcati in Sicilia. Ma quando l’Armistizio dell’8 settembre (v. Focus Storia n° 63) ruppe il Patto d’acciaio con la Germania, quell’oro sembrò ai nazisti anche un giusto risarcimento per il voltafaccia.

Amicizie fatali
Le coppie di amici (ed ex amici) che insieme hanno lasciato un segno nella Storia, nell’arte, nella cultura.
Quindici anni: tanta era la differenza di età tra Tommaso Becket (1118-1170), politico e diplomatico, ed Enrico II d’Inghilterra (1133-1189). Il re lo scelse come cancelliere e consigliere particolare, stimandolo al punto da affidargli l’educazione del figlio maggiore. Eppure proprio lui ne decretò la fine: che cosa lo fece passare dall’amore all’odio?

Rinascimento all’inglese
Nella seconda metà del ’500 una donna eccezionale fece dell’Inghilterra un centro di potere e cultura: Elisabetta I.
Èil 9 agosto 1588 e a Tilbury, nel Sud-Est della Gran Bretagna, le truppe inglesi sono radunate in attesa che dal mare sbarchi l’Invencible Armada, la temutissima flotta spagnola. Giunta in sella a un cavallo bianco, la regina Elisabetta I Tudor incoraggia i soldati: “So di possedere il corpo debole e fragile di una donna, ma ho il cuore e lo stomaco di un re. Io stessa imbraccerò le armi contro questi nemici di Dio”. Alla fine, i nemici di Dio non sbarcheranno e l’Inghilterra dominerà i mari consegnando al mito l’immagine di Elisabetta, attrice principale della golden age (l’età dell’oro) della storia inglese.

Nella Russia di Lara
Neve, balalaike, una musica da Oscar e una love story sullo sfondo della rivoluzione bolscevica del 1917. Sono gli ingredienti del Dottor Živago.
Un “film per signore”. Così la critica definì Il dottor Živago quando uscì nelle sale nel 1965: oltre tre ore di pellicola scandite da baci appassionati, tradimenti, carezze e lacrime. Il tutto enfatizzato da una colonna sonora diventata celebre per il “tema di Lara”, che valse l’Oscar al suo autore Maurice Jarre. In questo dramma minuziosamente ricostruito dal punto di vista ambientale, premiato anche per sceneggiatura, fotografia, scenografia, arredamento e costumi, i critici individuarono subito un grande limite: aver tradito lo spirito dell’omonimo romanzo di Boris Pasternak (1890-1960) da cui era tratto.

Debutto corazzato
150 anni fa, durante la guerra civile americana, avvenne la prima battaglia fra navi corazzate. Un’innovazione nata quasi per caso.
Il 10 maggio del 1861 la Guerra di secessione fra unionisti del Nord e separatisti degli Stati confederati del Sud era scoppiata da un mese. Ma il ministro della Marina sudista, Stephen Mallory, era già sull’orlo di una crisi di nervi. I nordisti avevano imposto un blocco navale alle rotte verso sud, impedendo i rifornimenti di armi e cibo ai sudisti.