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Cinema futuro (1.688): “The Way Back” 5 luglio 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Cinema futuro, Video e trailer.
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Cinema futuro - Il cinema del prossimo week-end “The Way Back”

Uscita in Italia: venerdì 6 luglio 2012
Distribuzione: 01 Distribution / Rai Cinema

Titolo originale: “The Way Back”
Genere: avventura / drammatico
Regia: Peter Weir
Sceneggiatura: Peter Weir e Keith Clarke (basato sul romanzo “Tra noi e la libertà” di Slavomir Rawicz)
Musiche: Burkhard Dallwitz
Durata: 133 minuti
Uscita negli Stati Uniti: 21 gennaio 2011
Sito web ufficiale (USA): cliccate qui
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Jim Sturgess, Ed Harris, Saoirse Ronan, Colin Farrell, Mark Strong, Dejan Angelov, Dragos Bucur, Sally Edwards, Igor Gnezdilov, Mariy Grigorov, Irinei Konstantinov, Meglena Karalambova, Alexandru Potocean, Sebastian Urzendowsky

La trama in breve…
The Way Back è un’epica storia di sopravvivenza, di solidarietà e di inarrestabile spirito umano, diretta dal regista sei volte candidato agli Oscar® Peter Weir.
Girato tra la Bulgaria, il Marocco e l’India, il film è interpretato da Jim Sturgess (Across the Universe, L’altra donna del Re), Ed Harris (Appaloosa) e Colin Farrell (In Bruges – La coscienza dell’assassino), nel ruolo di alcuni prigionieri di un campo di lavori forzati dell’Unione Sovietica, che, assieme ad altre quattro persone, fuggono dal loro Gulag siberiano e si avventurano in un viaggio insidioso, per migliaia di chilometri, attraverso un territorio ostile.  L’attrice candidata agli Academy Award® Saoirse Ronan (Espiazione, Amabili resti) e Mark Strong (The Young Victoria, Sherlock Holmes) completano il cast di questa pellicola.
Una notte del 1940, durante una bufera di neve, sette prigionieri scappano da un Gulag sovietico. Sono uomini liberi, ora, ma sono anche quasi certamente uomini morti … la loro fuga ha poche possibilità di riuscita, perché le terre che devono attraversare sono a dir poco spietate.
Con poco cibo, nessun equipaggiamento a disposizione e senza avere idea della loro posizione, tantomeno della loro meta, questi uomini si avventurano in un viaggio che gli riserverà difficoltà e tragedie inimmaginabili.  Spinti dai soli istinti animali, sopravvivenza e paura, e affidandosi a tratti umani evoluti, compassione e fiducia, vivranno delle esperienze allo stesso tempo profonde e terribili, angoscianti ed estatiche.
Nel corso della loro vicenda, seguiranno un solo, unico principio: andare avanti, andare avanti, andare avanti…
Il film, scritto da Weir assieme a Keith Clarke, segna il ritorno alla regia di Peter dopo Master and Commander: Sfida ai confini del mare del 2003.

Note di produzione

La pellicola è ispirata principalmente all’acclamato libro “The Long Walk: The True Story of aTrek to Freedom”[1], ma anche ai racconti dei sopravvissuti raccontati direttamente a Weir e al produttore esecutivo Clarke, oltre che alle lunghe ricerche dei due cineasti.

Prodotto da Joni Levin, Peter Weir, Duncan Henderson (Master and Commander: Sfida ai confini del mare) e Nigel Sinclair (Terminator Salvation), The Way Back è un film presentato da Exclusive Media Group, National Geographic Entertainment e ImageNation Abu Dhabi, ed è prodotto da Exclusive Films.

Keith Clarke, John Ptak, Guy East, Simon Oakes, Tobin Armbrust, Jake Eberts, Edward Borgerding, Mohamed Khalaf, Adam Leipzig, Scott Rudin e Jonathan Schwartz sono i produttori esecutivi del film. Il co-produttore è Roee Sharon Peled, e il co-produttore esecutivo è Alex Brunner.

Weir ha messo assieme per questo progetto un gruppo di filmmaker affermati, con i quali ha già collaborato in precedenza, tra di essi il direttore della  fotografia premio Oscar® Russell Boyd (Master and Commander, Un anno vissuto pericolosamente, Gli anni spezzati), il montatore Lee Smith (Master and Commander e Il Cavaliere oscuro, per il quale ha ottenuto una candidatura agli Academy Award®), lo scenografo  John Stoddart (Fearless-Senza paura, The Mosquito Coast) e la costumista Wendy Stites, candidata agli Oscar® per Master and Commander e costumista di nove film di Weir.

LA STORIA

Come racconta Peter Weir, “Il nostro film prende ispirazione dal romanzo di Slavomir Rawicz, “The Long Walk: The True Story of a Trek to Freedom”, che secondo me era una mix meraviglioso tra una storia di prigionia e un racconto di sopravvivenza.

“Assieme ai nostri personaggi attraversiamo quattro stagioni, 12 mesi e circa 10.000 chilometri, e siamo testimoni del modo in cui le loro personalità e i loro comportamenti vengono influenzati da condizioni estremamente dure. Avere fiducia in se stessi è un requisito indispensabile nei Gulag, ma durante il loro viaggio questi uomini dovranno dipendere l’uno dall’altro e dovranno distruggere il muro che hanno costruito per proteggersi, se vorranno uscirne vivi”.

Com’è già accaduto in acclamati film, come Master and Commander, The Truman Show, Fearless-Senza paura e Gli anni spezzati, anche questa volta, Weir mette la natura umana sotto al microscopio della

coercizione. Persone ordinarie sono poste di fronte ad eventi e ad ambienti straordinari, che li costringono a rivelare la loro natura e a scrutare dentro se stessi.

Come afferma il produttore Joni Levin, “Peter è meravigliosamente abile nell’usare una narrazione avvincente allo scopo di esaminare il comportamento umano. Dopo molti anni trascorsi a sviluppare questo progetto, e dopo innumerevoli ostacoli, è emozionante il fatto che sia finito nelle mani del regista che meglio di tutti è in grado di raccontare questa storia”.

Il racconto inizia in un Gulag e successivamente si sposta nelle foreste ghiacciate della Siberia, passando poi nelle vaste pianure della Mongolia e nel torrido deserto del Gobi— dove i personaggi combattono sia contro gli elementi esterni che tra di loro.  La trama della storia, alla quale fanno da sfondo sbalorditivi paesaggi geografici, ruota attorno alla figura di un giovane polacco di nome Janusz (Sturgess), le cui abilità per la vita all’aria aperta lo renderanno il leader de facto del gruppo di fuggiaschi.

Janusz è un ufficiale della cavalleria polacca che combatte contro i nazisti, ed è uno tra le migliaia di soldati polacchi imprigionati quando l’Armata Rossa Sovietica avanza in Polonia dall’est. Janusz viene arrestato perché è una spia e per essere entrato in contatto con i tedeschi, oltre al fatto di parlare inglese. Janusz viene torturato, condannato e spedito in Siberia. Una dichiarazione firmata dalla moglie, ottenuta sotto tortura, segna definitivamente il suo destino.

“Ciascuno nel gruppo ha le sue ragioni per voler scappare, e l’arrivo del mio personaggio, in un certo senso, rappresenta l’ultimo pezzo del puzzle”, racconta Jim Sturgess. “Janusz è ben istruito ma è anche esperto della vita all’aperto e sa come scampare ai pericoli della foresta. Lui ritiene che la fuga sia possibile, ed è assolutamente determinato a fuggire perché vuole tornare a casa per dire a sua moglie – la quale si sente terribilmente in colpa per l’accaduto – che l’ha perdonata. Deve liberare se stesso per liberare lei dal suo senso di colpa”.

Tra i complici di Janusz c’è il taciturno ingegnere americano, Mr. Smith, (Ed Harris) e il russo imprevedibile e violento, Valka (Colin Farrell). Valka appartiene a una brutale categoria di criminali di strada, i cosiddetti “Urki”, che hanno l’incarico di dirigere i Gulag e di intimorire i detenuti “politici”.

“Il Gulag era una società gerarchica governata con le armi della paura e dell’intimidazione”, spiega Farrell.  “Esisteva una forma di etica attuata dagli Urki, che era molto violenta e spietata. Le guardie vivevano in condizioni orribili, non molto meglio dei prigionieri. Il loro lavoro era un incubo. Dalla loro prospettiva, più controllo avevano su certi elementi del sistema, meglio era”.

Riguardo al suo personaggio, aggiunge, “Valka è cresciuto orfano, per le strade, ed è stato rinchiuso dentro ad un’istituzione per gran parte della sua vita. Perciò non ha grossi problemi ad abituarsi alla vita del Gulag. Tuttavia, ha un debole per il gioco delle carte, al quale perde sempre. Per questo anche se è un uomo pericoloso è costantemente consumato dalla paura che qualcuno possa fargliela pagare per i suoi ingenti debiti di gioco”.

Valka ascolta per caso i piani di fuga dei detenuti, e così offre il suo aiuto come “negoziatore” a Janusz, il quale accetta anche lui di unirsi al gruppo.

“Un patto col diavolo” come lo definisce Mr. Smith.

Smith è un uomo enigmatico e tranquillo, arrivato in Russia assieme al figlio per lavorare nelle metropolitane di Mosca. Viene arrestato di notte e inviato in Siberia. Come spiega Harris stesso, “Non ne ero a conoscenza, ma durante la Grande Depressione i posti di lavoro in Russia erano pubblicizzati sui giornali statunitensi. Migliaia di americani andarono in Russia a lavorare. Quando arrivavano, per avere il lavoro, i russi li obbligavano a consegnare i loro passaporti e gli imponevano di diventare cittadini sovietici. Quando iniziarono le epurazioni, queste persone si rivolsero all’ambasciata americana, dove gli rispondevano,‘Siamo spiacenti ha rinunciato alla sua cittadinanza, non possiamo fare niente per lei’. Perciò rimanevano incastrati nel sistema”. (Settemila  americani scomparvero nei Gulag).

Erano i cosiddetti “nemici del Popolo” e, in genere, venivano condannati a scontare dai 10 a 25 anni di prigionia. Lo sfortunato attore russo Khabarov (Mark Strong) viene condannato a 10 anni per aver “elevato lo status della vecchia nobiltà” in un ruolo cinematografico: questo episodio si basa su fatti realmente accaduti.

Ho avuto recensioni migliori”, scherza Khabarov con il nuovo arrivato Janusz, col quale nasce subito un’amicizia, e che recluta come potenziale partecipante al tentativo di fuga. Usando le sue buone doti di osservatore, Khabarov si guadagna la fiducia di Janusz, spiazzandolo con un lucido ragionamento sulla situazione del giovane polacco.

“Khabarov è un esperto della fuga, e invoglia Janusz a prendere in considerazione questa possibilità; lo fa più per incanalare la sua energia e la sua giovinezza che per fomentare la speranza di fuggire”, spiega Strong. “E’ una fantasia alla quale ricorre per distrarlo dalla spietata miseria e dalla disperazione di questa situazione”.

La fuga è più che altro una fantasia. Come dice il comandante ai nuovi detenuti, “Non sono le nostre armi, i nostri cani o le nostre recinzioni che formano la vostra prigione. La Siberia è la vostra prigione”.

La Siberia: remota. Torrida in estate, ghiacciata d’inverno. I prigionieri dovevano costruire da sé i loro rifugi e vivevano con circa 1.200 calorie al giorno, se riuscivano a raggiungere la loro estenuante quota di lavoro.  Aspettativa di vita: un anno.  La scelta: morire tra i loro compagni nei Gulag o morire al di fuori di essi.

Come racconta Peter Weir, “I nostri personaggi, sono quasi tutti innocenti delle accuse per le quali sono stati condannati, sono stati danneggiati fisicamente e mentalmente ancor prima di arrivare nel Gulag. Ora sono in fuga, devono vedersela con la natura, e devono cercare di evitare i conflitti con tutti quelli che incontrano sul loro cammino, sapendo che c’è una taglia sulle loro teste”.

Questa taglia, spiega Clarke, corrisponde a un anno di paga di un tipico abitante di villaggio. Spesso, come “prova” della cattura per reclamare la ricompensa, era sufficiente una mano o un piede.

Assieme a Janusz, Valka e Mr. Smith, fuggono dal Gulag anche i polacchi Tamasz (Alexandru Potocean) e Kazik (Sebastian Urzendowsky), il lettone Voss (Gustaf Skarsgård), e uno iugoslavo dotato di un cinico senso dell’humour di nome Zoran (Dragos Bucur).

Quest’ultimo, di mestiere contabile, apparentemente ha “le minori possibilità di farcela”, sottolinea Bucur, “perché fisicamente non è un uomo forte. Tuttavia, è capace di mantenere il senso dello humour come mezzo di sopravvivenza. E sa adattarsi. I suoi compagni hanno ragioni più importanti per voler tornare a casa, ragioni che vanno ben oltre loro stessi, mentre Zoran ha deciso che cercherà di sopravvivere solo per questa ragione: sopravvivere”.

Voss, che prima della guerra era un prete lettone, un uomo piuttosto grosso fisicamente, si unisce al gruppo per un senso di lealtà, e sapendo di avere poche possibilità di riuscire a sopravvivere nel campo. “Le persone grosse tendevano a morire prima nei Gulag perché necessitano di un maggior numero di calorie”, spiega Gustaf Skarsgård. “Eppure, Voss tende a prendersi cura delle persone. A causa di un terribile incidente che ha avuto in passato, sente di essere in debito con la vita, e forse assistendo le altre persone in questa missione si riguadagnerà quel diritto, o quantomeno potrà morire in pace”.

Kazik è il più giovane del gruppo, con i suoi diciassette anni, mentre Tamasz ha del talento come artista, che gli ha fatto guadagnare un certo status nel campo, soprattutto grazie ai suoi ritratti di voluttuosi nudi femminili.

“Forse grazie alla sua natura artistica, Tamasz è più compassionevole e umano della maggior parte dei prigionieri”, spiega Alexandru Potocean. “Usa i suoi disegni per rabbonire Valka, lo considera come qualcuno da evitare a tutti i costi”.

Valka è talmente abituato a questa vita di prigioniero che anche al di fuori delle mura della prigione ha bisogno di una gerarchia sistematica. Nomina Janusz al rango di “Pakhan” (“capo dei criminali”) e sé stesso ‘secondo-in-comando’, protettore del Pakhan. La Loro è un’alleanza precaria, carica di diffidenza da entrambe le parti.

“Valka non è mai stato in un ambiente in cui l’altruismo fosse il comportamento predominante”, sottolinea Farrell. “Ha sempre dovuto necessariamente pensare solo a se stesso.  Ora si trova in una situazione a lui poco familiare, in cui gli uomini contano l’uno sull’altro, e ciò genera in lui sospetto e sfiducia”.

Pensando di dirigersi verso il Lago Baikal, lungo 400 miglia, che programmano di seguire a Sud della Mongolia, gli uomini incontrano subito grandi problemi. La fede in Janusz vacilla, e cresce il dubbio che possano farcela a sopravvivere anche solo per una settimana. La tensione aumenta ulteriormente quando gli uomini s’imbattono in una giovane ragazza rifugiata (Saoirse Ronan), e si trovano in disaccordo circa la possibilità di farla unire al gruppo, cosa che renderebbe ancora più magre le loro già esigue possibilità di sopravvivenza.

La Ronan spiega, “Irena, il mio personaggio, inizialmente racconta loro una bugia nella speranza che la lascino rimanere; la verità è che è scappata dall’orfanotrofio dove l’avevano messa dopo aver arrestato i suoi genitori con l’accusa di essere dei comunisti. All’inizio, ovviamente, ha qualche esitazione nei confronti di questi uomini. Non sa cosa potrebbero farle. Ma decide di correre il rischio perché sente il bisogno d’interazione umana e di compagnia, e sa che se l’accetteranno avrà più chance di sopravvivere”.

Il produttore Joni Levin puntualizza: “Irena ha un enorme impatto sul gruppo. Riesce a far sì che gli uomini si confidino con lei. Impara molto di più su di loro di quanto non sappiano gli uni degli altri, nonostante molti siano stati assieme nel Gulag per anni. Grazie a lei, questo gruppo d’individui molto diversi e angosciati diventa una squadra”.

Valka prova verso Irena un certo disprezzo, la vede simile a sé stesso – un topo d strada, il prodotto di un sistema sovietico marcio. Mr. Smith inizia a vederla come una figlia. D’un tratto, per quasi tutti gli uomini, il viaggio non rappresenta più una questione individuale o di motivazioni personali. Tutto inizia a ruotare attorno a questa ragazza bisognosa di protezione.

Come spiega Keith Clarke, “C’è un momento affascinante nella storia quando gli uomini la incontrano, e uno di loro si chiede quanto senso morale sia rimasto in loro. Se sono diventati talmente amorali a causa della vita che hanno vissuto nei Gulag da vederla come una preda. Secondo me il fatto che alla fine scelgano di proteggerla è un atto di ribellione contro il Gulag stesso, come a dire, ‘Non sei riuscito a rendermi indecente. Non mi hai rubato l’umanità. Non hai vinto’”.

La loro umanità sarà pure rimasta intatta, ma il loro benessere fisico è messo sempre più duramente alla prova, e la situazione peggiorerà sempre più. Dopo la tortura del gelo siberiano e le infinite pianure della Mongolia è il turno del torrido deserto del Gobi, in Cina.  E poi, se riusciranno ad arrivare tanto lontano, sarà il turno delle sbalorditive vette dell’Himalaya, dietro alle quali giace il santuario dell’India Britannica.  Saranno liberi, oppure moriranno. Ma cosa accadrà prima?

PRE-PRODUZIONE/SVILUPPO

Colin Farrell è stato il primo membro del cast a leggere la bozza della sceneggiatura di “The Way Back”, e racconta di essere rimasto colpito da due aspetti in particolare della storia.

“Provavo un intenso fascino nei confronti del mondo dentro ai Gulag – il modo in cui questi prigionieri esistono e co-esistono – e poi mi attraeva ancora di più il ritmo metronomico del  viaggio. I personaggi devono continuare a camminare per sopravvivere, e questa transitorietà mi attirava in maniera quasi meditativa”.

Sebbene la considerasse una storia di notevole interesse, Farrell non era certo che contenesse un ruolo appropriato per lui.

“Ero eccitato del fatto che Peter Weir avesse scelto di dirigere questo film, perché non è uno dei registi più prolifici, e non si fa vedere molto spesso. Tuttavia, non mi riconoscevo nel personaggio di Janusz né in quello di Valka. Ritenevo che Valka fosse debole, sebbene sia pericoloso e violento. Ma dopo aver riletto la storia, ho capito quanto Valka fosse parte integrante del gruppo, anche rimanendone al di fuori. E’ un indicatore di qualcosa di più grande, della falsità e della tragedia di questo sistema despotico corrotto. Mi rendevo conto che la storia era più grande della somma delle sue parti, e speravo molto che Peter mi desse l’opportunità di farne parte”.

Jim Sturgess ha reagito alla storia in modo altrettanto viscerale.

“La sceneggiatura mi ha molto colpito. Le cose che diamo per scontate nella vita quotidiana diventano dei momenti di grande drammaticità in questo ambiente. Come ad esempio il semplice fatto di mangiare un pezzetto di cibo per la prima volta dopo giorni. O trovare l’acqua. E’ un distillato di vita fino alla sua essenza”.

Sturgess, giovane attore emergente, reduce da ruoli molto apprezzati, in film come “Across the Universe” e “Fifty dead men walkieg”, ha incontrato Weir per la prima volta in un hotel di Londra mentre l’attore era impegnato nelle estenuanti riprese notturne del film “Heartless”.

“Quando mi sono presentato, ero in condizioni orribili”, ricorda Sturgess. “Ero distrutto, non avevo dormito, e non ero sufficientemente preparato”.

Sentendo di non aver fatto la migliore delle impressioni, Sturgess, un po’ come il suo personaggio, prese la questione di petto. Si riprese con la videocamera mentre leggeva alcune scene, e inviò il nastro al regista, assieme ad una lettera.

“Pensai, ‘Non voglio sprecare la possibilità di lavorare assieme a Peter Weir,’ e grazie a dio, lui ha  risposto positivamente. Mi ha chiamato al telefono e mi ha offerto la parte. Credo di averlo ringraziato almeno 50 volte”.

Ed Harris, che ha lavorato assieme a Weir in The Truman Show, era contento di questa réunion, e sapeva che il regista era perfetto per una storia in cui, come dice lui “le pretenziosità dei personaggi vengono messe a nudo. Vivono il momento. Inspirano, espirano, mettono un piede di fronte all’altro”.

Saoirse Roman era appena tornata in Irlanda dopo aver girato Amabili resti, di Peter Jackson, in Nuova Zelanda.  Weir volò da Londra a Dublino per incontrarla.

“Mi è piaciuto subito, ci siamo trovati bene”, ricorda la Ronan. “Ho notato che ha una grande attenzione per i dettagli, e che non è mai disattento verso niente. Ero emozionata all’idea delle difficoltà fisiche che questa parte avrebbe comportato, ed ho avuto un bel da fare a imparare l’accento polacco, che è delizioso”.

Anche Sturgess, Potocean, Urzendowsky e Bucur si sono allenati per imparare l’accento polacco, mentre Skarsgård ha imparato un po’ di lettone, mentre Ed Harris e Colin Farrell hanno studiato il Russo. Quest’ultimo ha fatto pratica del dialetto a Los Angeles, assieme a Judy Dickerson. “Imparare il Russo è stato fantastico – è incredibilmente primordiale, proviene dallo stomaco e dalle viscere”, afferma Farrell. “In bocca suona come l’inverno gelido, e i suoi suoni e accenti particolari t’influenzano fisicamente”.

Oltre a imparare i vari dialetti, gli attori hanno dovuto fare anche ‘i compiti a casa’ ma sapevano che Weir si aspettava che si sarebbero immersi nella materia totalmente. Agli attori sono stati distribuiti libri, video sui Gulag e sulle storie personali dei sopravvissuti.

“Ogni giorno arrivavano pile di materiale nuovo”, ricorda Sturgess. “Ho letto tutto, e non era mai abbastanza. C’erano talmente tante cose su questo periodo che non sapevo. Ero svogliato a scuola, e una delle cose belle di questo lavoro è che mi da la possibilità di istruirmi su argomenti ai quali non davo grande importanza quando ero studente”.

Sturgess ha incontrato alcuni prigionieri polacchi che ora vivono in Inghilterra, due dei quali sono fuggiti da un Gulag, assorbendo il più possibile le loro esperienze.

“E’ stato affascinante guardarli negli occhi e ascoltare le loro storie”, racconta Sturgess. “Non volevo affrontare questo progetto senza avere conoscenza del contesto storico e delle esperienze personali. Quando incontri gli uomini in carne ed ossa, capisci che non è passato poi così tanto tempo”.

Gustaf Skarsgård, la cui preparazione ha incluso anche una visita in Lettonia per avere un assaggio della lingua e della cultura del luogo, sostiene, “Questa pagina della storia è ancora poco conosciuta. Sono rimasto sconcertato dal grado di brutalità e di morte di questo periodo storico”.

Sebastian Urzendowsky concorda, “Essendo cresciuto in Germania, la mia istruzione si è focalizzata sull’Olocausto e i Nazisti, perciò sapevo molto poco dei Gulag e del Regno del Terrore. Perciò ho divorato qualsiasi cosa su cui potessi mettere le mani: i libri su Stalin di Varlam Shalamov e Simon Montefiore, i documentari, e i film sulla storia polacca. Ho studiato la lingua e la cultura polacca … è stata la preparazione più intensa a cui mi sia mai sottoposto”.

Lo studio dei Gulag è stato il primo passo. Il secondo passo è stato apprendere le tecniche di sopravvivenza e capire quali sarebbero state le conseguenze di un viaggio a piedi di 7.000 chilometri. L’istruttore, Cyril Delafosse-Guiramand, consulente tecnico del film, è un avido avventuriero, lui stesso ha percorso lo stesso tragitto raccontato in The Long Walk.

Come dice Colin Farrell, “Cyril ha condiviso con noi il suo viaggio e ci ha spiegato come cambia il corpo a causa della fame e della fatica. La mente inizia a giocare dei brutti scherzi”.

Gran parte del cast ha partecipato a un viaggio in tenda nel gelido inverno, coordinati da Delafosse-Guiramand.  Quest’ultimo ha fatto delle lezioni di sopravvivenza individuali ai membri del cast, a seconda delle capacità che ognuno dei loro personaggi avrebbe dovuto dimostrare –come scuoiare gli animali, collocare trappole, costruire rifugi di fortuna o accendere il fuoco.  Ha creato una piccola guida per accompagnare le loro lezioni.

“E’ stato emozionante vedere i ragazzi entrare nei loro personaggi durante queste esperienze”, commenta Delafosse-Guiramand. “La sceneggiatura ha iniziato a prendere vita davanti ai miei occhi”.

Delafosse-Guiramand ha anche spiegato al cast com’era la vita nei Gulag e quali fossero gli aspetti fisici e psicologici nel momento in cui i prigionieri venivano arrestati e interrogati.

Lo stesso Weir ci teneva talmente tanto che il suo cast capisse il tormento psicologico a cui venivano sottoposti i prigionieri ancor prima di raggiungere i Gulag, da arrivare a ricreare assieme a loro una scena di interrogatorio non prevista nella sceneggiatura.

Weir ha messo Sturgess in una stanzetta con un tavolo e una guardia, che gli ha chiesto una confessione firmata. Improvvisamente, è apparsa una donna che interpretava il ruolo della moglie, la quale, tra le lacrime, lo ha dichiarato nemico del popolo.

Come ricorda lo stesso Sturgess, “E’ stata una scena tristissima e sono rimasto sorpreso dall’intensità e dal potere di questa simulazione. Poi Peter ha detto,‘Bene, adesso dobbiamo filmarla. Non so come sarà, ma devo avere questa scena”.

La meticolosità del regista e la sua scrupolosa ricerca di realismo si sono estese al set del Gulag, che è stato costruito negli studi di Boyana, in Bulgaria.  Lo scenografo John Stoddart ha ritoccato varie volte le miniature prima di ottenere un modellino soddisfacente.

“Ho iniziato con un’architettura rigida, che a Peter non piaceva perché era troppo simile a un campo di concentramento tedesco”, spiega Stoddart. “Mi ha mostrato alcune ricerche che rivelavano come i Gulag Sovietici avessero un design molto più disordinato. Erano gli stessi prigionieri a costruirli, poco a poco, senza una pianificazione d’insieme. I detenuti erano ansiosi di avere subito un rifugio, quindi costruivano baracche che dovevano essere solo temporanee, con una struttura semplice in legno, ricoperta di teli, che successivamente veniva ricoperta di legno”.

La Bulgaria è stata raccomandata dal produttore Duncan Henderson e dal produttore associato Roee Peled, il quale vi aveva girato diversi film. L’estate precedente, i filmmaker avevano vistato le vere location della storia – la Mongolia, il Gobi, la Russia e la Cina – ma queste si erano rivelate, come spiega Henderson, “poco pratiche da un punto di vista tecnico e politico”. La Bulgaria, con le sue ampie foreste, le sue montagne, le sue pianure e i suoi grandi teatri di posa, rappresentava un’opzione allettante.

Nel corso del weekend del 4 luglio del 2008, Henderson chiamò Weir, il quale aveva fatto il casting dei ruoli di Tamasz, Voss, Kazik e Zoran a Berlino, e gli chiese di andare a Sofia per fare un giro della struttura di Boyana. A Weir piacque quel che vide e, in pochi giorni, gli studios divennero la casa della produzione.

Come racconta il Location Manager Michael Meehan, “La geografia della Bulgaria ricorda molto la Siberia, la steppa Russa, il nord della Mongolia e addirittura il Tibet. Peter sapeva esattamente quello che cercava perché aveva assorbito talmente tante informazioni nel corso delle sue ricerche delle location in Russia, in Mongolia e in Cina. La sua attenzione per i dettagli è ragguardevole, è stato capace di tradurre tutte le cose che ha visto, ascoltato e sentito durante quel viaggio nella storia, nei set, nelle location … e in tutto il resto”.

Mentre era a Mosca per cercare le location, Weir ha parlato con i sopravvissuti dei campi e con i parenti delle vittime, ascoltando le loro vicissitudini e i loro ricordi. Erano storie di orrore, di trionfo, di sopravvivenza, di tragedia, di determinazione.

“Parlando con queste incredibili presone, ho sentito una profonda responsabilità nei confronti delle loro storie”, dichiara Weir.

Una volta individuata la Bulgaria, la questione successiva da affrontare, spiega Duncan Henderson, era quanto lontano si sarebbe dovuta spingere la produzione per trovare gli altri luoghi della storia: la Mongolia, il Deserto del Gobi, la Cina e l’India…

Avendo già lavorato in Marocco, il Location Manager, Meehan, decise di tornarci per dare un’ulteriore occhiata, e rimase catturato dai bellissimi deserti del paese, dai suoi fiumi e dai Monti dell’Atlante.

Anche il Marocco ha un’industria cinematografica ben sviluppata, secondo Duncan Henderson, con “truppe professioniste, in grado di parlare le lingue, e che hanno familiarità con il nostro modo di lavorare. Non cadono dalle nuvole. Sono attrezzati per fare film occidentali”.

La produzione ha tracciato un programma per le riprese in Marocco, che avrebbe avuto inizio a Quarzazate – una piccola comunità sul versante meridionale delle Montagne dell’Atlante, tre ore a sudest di Marrakech, dove sarebbero state girate le scene ambientate in Mongolia.  Per le scene ambientate nel Gobi, la compagnia si sarebbe spinta a est, a Dades, e poi fino a Erfoud e Merzouga, vicino al confine Algerino, penetrando nelle famose dune del Sahara.

Darjeeling, in India, è stata la fermata successiva, e anche l’ultima; qui è stata utilizzata una location “che non si vede spesso nei film”, come racconta Meehan. E’ la striscia a nordest del paese che protende in alto tra il Bhutan e il Nepal, nella pittoresca regione delle piantagioni di te.

“L’India è l’India”, afferma Meehan con un sorriso.  “Non puoi trovare un sostituto, devi andarci veramente, anche se è un viaggio molto faticoso”.

Il cammino che ha portato alla produzione di The Way Back è stato, di per sé, un viaggio assai difficile. Il film si ispira principalmente al libro di Slavomir Rawicz, The Long Walk: The True Story of a Trek to Freedom, uscito nel 1956 e pubblicato in 30 lingue. In passato il libro era stato opzionato dal protagonista di “Va’ e uccidi”, Laurence Harvey (morto all’età di 45), e ancor prima era un progetto della Warner Bros., il cui protagonista avrebbe dovuto essere Burt Lancaster.

Levin e il suo collaboratore, il produttore esecutivo Keith Clarke, opzionarono il romanzo nella metà degli anni ’90 dall’attore britannico Jeremy Child (Un pesce di nome Wanda).  Dopo una serie di vicissitudini, Levin e Clarke mandarono il libro alla CAA dove arrivò all’attenzione di Peter Weir. Il filmmaker s’interessò alla storia, e iniziò a discutere con Levin e Clarke sulla possibilità di dirigere il film.

“Peter vedeva il film esattamente come noi, e noi gli dicemmo che lo avremmo aspettato per tutto il tempo necessario “, ricorda Levin.

Weir iniziò a revisionare il materiale di fondo, molto del quale proveniva da Clarke, tra cui vi erano alcune prove presentate in un documentario della BBC, secondo le quali il racconto di Rawicz era inventato o basato sulle traversie di altri prigionieri. Le ricerche effettuate da Clarke erano esaurienti. Fece lunghe conversazioni con i figli di Rawicz e visionò tonnellate di materiale da tutto il mondo – Russia, India, Inghilterra, Nuova Zelanda, Polonia, Australia, Regione Baltica, e persino dall’Hoover Institute in California.

“Le documentazioni dimostrano che Rawicz fu veramente un soldato polacco arrestato, torturato e condannato dai Russi”, afferma Clarke. “Fu mandato nei Gulag siberiani. Le documentazioni indicano che non fuggì, come viene raccontato nel libro, ma che ricevette la grazia”. [Stalin, che aveva esiliato 1.800.000 di Polacchi in Siberia, dopo aver invaso il loro paese, in seguito fece un’amnistia con la speranza di creare un esercito Russo-Polacco per combattere la Germania che stava invadendo la Russia].

Clarke sottolinea che il viaggio che Rawicz fece non fu dalla Siberia all’India; ma che invece, dovette andare nel Medio Oriente da solo per unirsi alle Forze polacche che erano alleate delle truppe britanniche.

“Quello dalla Siberia alla Persia fu un viaggio altrettanto faticoso, nel corso del quale decine di migliaia di uomini, donne e bambini polacchi morirono inesorabilmente, nella speranza di ottenere la libertà dalla Russia. Almeno altri quattro prigionieri polacchi riuscirono a completare l’incredibile tragitto dalla Siberia all’India”.

Tutti e quattro, dopo essersi ripresi, furono imbarcati su una nave per raggiungere il Medio Oriente e unirsi all’esercito, secondo Clarke. Due fonti collocate in India durante questo stesso periodo, un ufficiale britannico e un ufficiale Polacco-Lituano, confermarono già nel 1947 che tale viaggio avesse veramente avuto luogo, ma nessuno dei due riconobbe il nome di Rawicz.

“Pensiamo che Slavomir Rawicz [che morì in Inghilterra nel 2004] venne a conoscenza della loro storia e di altri racconti di viaggi altrettanto faticosi durante la sua permanenza in Medio Oriente”, spiega Clarke. “Siamo convinti che abbia veramente e onestamente sentito il bisogno di rivelare al mondo gli orrori del regime di Stalin che lui stesso aveva subito, e che perciò abbia creato un racconto personalizzato attingendo da tutti quelli che aveva sentito”.

Clarke aggiunge, “Peter non si fece scoraggiare dalla presenza di questi racconti nel libro, prima di tutto, perché artisticamente era propenso a fare un film romanzato in modo da poter aggiungere dei nuovi personaggi ed elementi alla storia e, in secondo luogo, perché The Long Walk resta una grande storia d’avventura. Si tratta di un testamento che svela in maniera illuminante i tormenti sofferti da milioni di uomini e di donne intrappolati nella tirannia stalinista”.

Weir concorda, “Nei Gulag sono passate venti milioni di persone. Questo è il racconto romanzato di sette di esse, ed è ispirato a fatti realmente accaduti”.

Weir ha completato la sua sceneggiatura nel dicembre del 2008.

Come spiega Joni Levin, “Voglio congratularmi con Nigel, Guy, Simon Oakes e l’intero team di Exclusive Films, perchè come Sisifo, sono stati loro a continuare a spingere sempre più in alto questa roccia.  Hanno condiviso la nostra passione e il nostro impegno in questo progetto, e sono una parte importante del piccolo miracolo che ha permesso la realizzazione di questa pellicola”.

Nigel Sinclair conclude, “Peter è uno dei più grandi filmmaker del mondo. Questo è il suo primo vero film indipendente dopo molti anni ed Exclusive Films è orgogliosa di avere l’opportunità di far parte di questa visione”.

Aggiunge, “Il film non è solo un’incredibile avventura su un piccolo gruppo di persone, ma è anche una storia che parla della lotta per la sopravvivenza dell’umanità e della sua determinazione. In tempi di cambiamenti turbolenti o di difficoltà, non è certo qualcosa da sottovalutare o da dare per scontata. Qualche volta è necessario lottare con tutte le forze, un centimetro, un giorno, un passo alla volta”.

Grazie all’amicizia di lunga data tra Guy East e Jake Eberts, Exclusive Films ha coinvolto nel progetto National Geographic Entertainment e, sempre grazie a questa amicizia, ha attirato anche la Imagenation Abu Dhabi. A quel punto, Jake Eberts e Adam Leipzig di National Geographic Entertainment si sono uniti al team, sostenuti dai dirigenti di Abu Dhabi Mohamed Khalaf Al-Mazrouei ed Edward Borgerding.

I Gulag

I Gulag erano delle strutture multi-nazionali, dove venivano rinchiuse sia persone provenienti da tutto il vasto impero sovietico (con i suoi numerosissimi fusi orari e le sue differenti lingue) che dal resto del mondo. Il nordest della Siberia, dove i protagonisti del film sono imprigionati, è la zona più famosa. E anche la più mortale. Con temperature che scendono fino ai –70 gradi.

Operativo sin dal 19° secolo, il remoto sistema penale della Siberia, che in seguito prese il nome di “Gulag” (acronimo di Glavnoye Upravleniye Lagere – l’apparato di sicurezza sovietico che gestiva i campi) ospitò oltre un milione di persone fino al 1910, tra cui gli stessi Lenin e Stalin. Il numero dei campi fu ampliato enormemente, probabilmente divennero migliaia, tra piccoli e grandi, e le condizioni peggiorarono ulteriormente dopo la conquista comunista capeggiata da Lenin, Trotsky e Stalin.

Paradossalmente, la ‘Rivoluzione dei Lavoratori’ cambiò le prigioni trasformandole in campi di lavoro per schiavi. A parte i crimini di strada e i reati politici, i peccati punibili con la deportazione in un Gulag erano molti: essere “individualista”, fare una battuta su un funzionario comunista, essere stato all’estero, praticare la religione, arrivare tardi a lavoro per più di tre volte…senza citare tanti altri “crimini” ugualmente banali. E non era solo il “colpevole” a pagarne le conseguenze. Ma anche le famiglie, gli amici, o i vicini, che spesso venivano puniti assieme a lui. Gli arresti nelle ore notturne, la tortura, le incarcerazioni lunghe e squallide, le confessioni estorte con la forza e le deportazioni—in treno o a piedi—rappresentavano la procedura standard.

Con il dipendere sempre di più dell’economia Sovietica dalla schiavitù (gran parte dell’estrazione mineraria del paese, così come le mastodontiche imprese di costruzione, come il Canale Volga a Mosca, erano opera dei prigionieri) sempre più “offese” divennero punibili con la deportazione nei Gulag.

I Sovietici non erano soliti tenere dei registri meticolosi; Le cifre esatte del numero di prigionieri e delle loro morti all’interno dei Gulag sono difficili da accertare. Anne Applebaum, nel suo libro vincitore del Premio Pulitzer, Gulag: A History, stima che furono circa 18 milioni i prigionieri che furono inviati nei Gulag. Lei ritiene che quasi 5 milioni morirono, ma ci sono altre fonti secondo le quali questo numero sarebbe di gran lunga maggiore.

La Hoover Institution, di Stanford, dove i filmmaker hanno condotto le loro preziose ricerche, attualmente sta archiviando migliaia di file del KGB che sono stati resi pubblici nel 1999.  Questa istituzione ha calcolato quanto segue: l’aspettativa di vita media di un prigioniero di un Gulag era di un inverno, che il 12 percento dei 195 milioni di abitanti del paese furono incarcerati e che la burocrazia del Gulag fu uno dei più grandi ‘datori di lavoro’ di tutta l’Europa.

Malgrado opere influenti come Archipelago Gulag, di Solzhenitsyn, il libro sopra menzionato di Applebaum, e lavori più recenti come La Casa degli Incontri di Martin Amis, gli orrori dei Gulag sovietici nella Russia stalinista, e oltre, sembrano essere sfuggiti allo scrutinio contemporaneo, forse perché la brutalità e il tasso di morte sono difficilmente immaginabili, e ancor meno comprensibili. Considerate che: l’equivalente degli abitanti di New York, Londra e Parigi furono mandati come schiavi a lavorare, soffrire e, spesso, morire nei Gulag.

Anche nel più grande conflitto nella storia umana, in cui l’Unione sovietica combatteva contro le forze tedesche, Stalin continuò ad aggravare il devastante numero di morti nei combattimenti del paese con diecimila arresti ogni settimana, causando ancor più vittime innocenti ogni mese nei Gulag.

Milioni di sovietici perirono in Guerra, milioni morirono di fame o malattie, eppure, incomprensibilmente, altri milioni di persone vennero lasciate soccombere nei Gulag.


[1] N.d.T. Pubblicato in Italia con il titolo “Tra noi e la libertà”.

Il trailer originale:


Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
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