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TeleNews #125 – Rai, fumata nera per il nuovo Cda – Al Jazeera e Ben Ammar pronti a valutare La 7 – I dieci anni di Ballarò – Addio a Gli Intoccabili di La 7 – Euro 2012: Raisport o Bar Sport? – Paolo Limiti torna su Rai 1 – Techetechetè al posto di Da Da Da – Critica: serie TV estive, Veline – L’intervista: Renzo Arbore – Speciale: la tv di Berlusconi in Francia – Telefilm: I Soprano 29 giugno 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Interviste, TeleNews, Video e trailer.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” propone una rassegna stampa - segnalando le fonti di provenienza - di notizie ed argomenti vari legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, cliccate qui per lasciare il vostro messaggio.

  • Rai, fumata nera per il nuovo Cda: Pdl e Lega disertano la seduta in Vigilanza
    Fumata nera. Tra “prove tecniche di lottizzazione” e “sceneggiate da prima Repubblica”. Pdl e Lega disertano la seduta della commissione di Vigilanza Rai, causando il rinvio del voto per l’elezione dei sette membri del nuovo Cda. Manca il numero legale: sono ventuno su quaranta, infatti, i membri della commissione del Popolo della Libertà e del Carroccio. Una seduta aperta e subito richiusa. Non basta la presenza dei parlamentari di Pd, Terzo Polo, Idv e radicali. Il Partito Democratico: “Irresponsabili”. Fabrizio Morri, capogruppo dei democratici in Vigilanza, annuncia che ora il presidente Zavoli pensa già alla calendarizzare di una nuova votazione. Poi al governo: “Si convochino i partiti”. L’Usigrai: “Pronti allo sciopero se le nomine slittano ancora”.
    Il Pd: “Irresponsabili”. Per Morri, “il punto è la difficoltà di Lega e Pdl: causa i loro dissensi interni dovuti al tentativo di ricreare in commissione un asse che gli garantisca 4 su 7 dei membri del Cda”. Ancora: “E’ un gioco che ha stufato tutti, non solo noi ma l’intera opinione pubblica. Il Cda è scaduto da 2 mesi”. E l’esponente democratico chiede quindi ” che il governo convochi un vertice dei partiti di maggioranza per operare rapidamente un chiarimento”. Il governo, sottolinea, “non può far finta di niente e deve richiamare all’ordine quella componente della maggioranza che oggi non si è presentata”. Poi la conferma che i deputati del Pd in vigilanza hanno scritto sulla scheda i nomi di Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi come suggerito dal cartello delle associazioni.
    Terzo Polo: “Sceneggiata da prima Repubblica”. La mossa di Pdl e Lega è una “sceneggiata da prima Repubblica”. Lo afferma in una nota la deputata di Fli, Flavia Perina. “Il manuale Cencelli sta ritardando il processo di risanamento e rinnovamento di un’azienda sull’orlo del fallimento economico e culturale. E tutto questo non fa bene nè alla Rai, che ha bisogno subito di un Cda autorevole, nè ai cittadini italiani, che non possono più vedere il servizio pubblico in mano a logore logiche di partito che non fanno altro che produrre immobilità”.
    I radicali: “Prove malriuscite di lottizzazione”. Marco Beltrandi, radicali: “In una seduta ridicolmente disertata sono andate in onda le prove mal riuscite dell’ennesima lottizzazione Rai”. Ancora: “Chiedendo di intervenire sull’ordine dei lavori, il presidente della Commissione neppure mi ha consentito di completare una breve dichiarazione di voto per motivare la mia non partecipazione.”
    L’Usigrai: “Continuano i diritti di veto”. Una Rai ferma, immobile, “di tutto ha bisogno salvo che di rinvii. Sia chiaro che domani all’assemblea nazionale dei comitati di redazione, chiederemo il mandato allo sciopero qualora vi fossero ulteriori slittamenti ingiustificati e ingiustificabili”. E’ quanto si legge in una dichiarazione dell’esecutivo Usigrai. “Monti, che se ne avesse ancora bisogno ha potuto constatare il tasso di litigiosità dei partiti sulla Rai, così ingovernabile, ripensi alla possibilità di una riforma, in tempi rapidi ponendo la questione di fiducia, tanto se gli fanno saltare quel che ha annunciato farà comunque una brutta figura devastante”.
    La giustificazione del Pdl. Una “sopravvenuta concomitanza della seduta odierna con altri importanti impegni”  ha fatto sì che oggi il gruppo Pdl non fosse presente in commissione di Vigilanza Rai per l’elezione dei 7 componenti del nuovo Cda di pertinenza dell’organismo bicamerale. E’ quanto fa sapere la commissione di Vigilanza. Gli “impegni” erano stati segnalati, in mattinata, da Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto.
    E l’assenza dei deputati del Pdl era stata annunciata nei giorni scorsi. Un braccio di ferro con il governo iniziato con la sostituzione di Lorenza Lei dal ruolo di direttore generale dell’azienda. Al suo posto, il governo ha nominato l’ex dirigente della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola.
    (fonte: “La Repubblica”, 26 giugno 2012)
  • Al Jazeera e Ben Ammar pronti a valutare La 7
    È prevista per oggi, secondo indiscrezioni, la scadenza per le manifestazioni d’interesse preliminari sulle attività di Telecom Italia Media. Mediobanca e Citigroup – i due advisor scelti dall’azionista Telecom Italia che hanno inviato nelle scorse settimane ai potenziali interessati i “teaser”, cioè i documenti con le informazioni di base della società – dovrebbero ricevere infatti entro oggi la disponibiltà a valutare l’operazione. In pratica, dopo tante parole, si dovrebbe alzare il sipario e capire chi in effetti è disposto concretamente a valutare l’operazione.
    Tra gli addetti ai lavori, come potenziali interessati, circolano ormai da settimane alcuni nomi, anche se non mancano i commenti scettici al riguardo. Il dossier sarebbe stato inviato al gruppo L’Espresso di Carlo De Benedetti (che non sarebbe interessato) fino a Sky Italia, la controllata italiana dell’impero del magnate Rupert Murdoch, ma anche ad Al-Jazeera, la Cnn del mondo arabo, vicina a Tarak Ben Ammar, l’uomo d’affari franco-tunisino che gode di ottime relazioni nel mondo televisivo italiano ed è anche presente nel Cda di Telecom Italia. Infine il dossier sarebbe stato visionato anche dall’americana Discovery Channel, controllata da Liberty Media di John Malone. Resta da capire ora quali saranno i soggetti realmente interessati e a quale prezzo.
    La vendita della controllata di Telecom Italia non sembra però impresa semplice. A margine dell’assemblea dei soci di un mese fa l’amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè ha spiegato che sulla base delle manifestazioni che verranno raccolte sarà deciso come procedere: «se con la vendita della totalità dell’azienda o dei singoli blocchi». Bernabè ha sottolineato che ad ogni modo «la procedura punterà a valorizzare Telecom Italia Media e a garantire a tutti i soggetti interessati di poter proporre offerte». Di sicuro, la partita della cessione sembra influenzata da aspetti di tipo politico ed economico. Il canale tv, La 7, ha un valore politico-editoriale, anche in vista delle elezioni politiche. Resta da capire quale spazio di crescita potrebbe avere La 7, e valutare quanto Rai e Mediaset possano cedere ancora in termini di audience. Più articolato il tema delle infrastrutture televisive, un bene pregiato nell’attuale evoluzione della competizione tecnologica. Nel passaggio dall’analogico al digitale, Telecom Italia Media può contare su tre multiplex nazionali e altri ne avrà in futuro: attività che sicuramente potrebbero fare gola a possibili investitori.
    Il nodo restano però i numeri dell’azienda, tra luci e ombre. Nel 2011 la svalutazione di Mtv ha inciso sui conti di Telecom Italia Media, con un un effetto negativo in parte compensato dal buon andamento della tv ammiraglia La 7. La società guidata da Giovanni Stella ha chiuso il 2011 con una perdita di 83 milioni. Sull’ultima riga di bilancio hanno influito, in parte, le svalutazioni dell’avviamento di Mtv e dell’operatore di rete, che sta tornando a piena occupazione di banda dopo le entrate perse con la chiusura delle trasmissioni di Dahlia Tv. Se da una parte i ricavi nel 2011 hanno visto un peggioramento, dall’altra il margine operativo lordo ha evidenziato un incremento. Nel 2012 è prevista una crescita dei ricavi pubblicitari per La7 e La7D del 15% rispetto al 2011. Inoltre le stime per fine anno prevedono una crescita del fatturato del gruppo superiore al 13% sul 2011, un margine operativo lordo positivo e investimenti industriali stabili. Per fine anno è inoltre atteso un indebitamento sui 200 milioni: crescita dovuta in gran parte a investimenti per il completamento della digitalizzazione.
    E proprio il tema degli investimenti resta strategico. Un eventuale compratore dovrà infatti iniettare capitali freschi per far crescere l’azienda nell’attuale situazione competitiva.
    (fonte: “Il Sole 24 Ore”, 22 giugno 2012 – articolo di Carlo Festa)
  • Ballarò, dieci anni e una stagione di record
    Si è chiusa con un’intervista a Roberto Benigni e buoni ascolti l’ultima puntata della stagione di Ballarò. Il programma di Giovanni Floris, in onda su Rai3, ha totalizzato 3.524.000 spettatori con il 16.85% di share.
    A dieci anni dalla nascita il settimanale condotto da Giovanni Floris ha confermato la sua capacità di attrarre il grande pubblico televisivo anche in periodi in cui sembrava scemare l’interesse per la politica.  Non a caso ancora una volta il talk-show è stato ritenuto il più affidabile dal 54% degli italiani secondo un sondaggio della Demos pubblicato nel dicembre 2011.
    La conferma viene anche dai dati d’ascolto. Nel corso della stagione appena conclusa Ballarò ha avuto uno share medio che sfiora il 17 per cento con quasi 4 milioni e mezzo di spettatori. Per ben 12 volte il programma ha svettato su tutti gli altri nella prima serata ed è sceso sotto il secondo posto solo in un paio di occasioni. Il record di ascolti, non solo stagionale ma assoluto,  è stato raggiunto il 6 dicembre scorso con uno share del 23,87 e 6 milioni 390mila spettatori.
    “Una  stagione faticosa, difficile, ma decisamente interessante, piena di spunti sul fronte giornalistico – ha detto Giovanni Floris – nella quale siamo riusciti ad essere credibili e autorevoli occupandoci, come sempre, di economia e società, raccontando i problemi del Paese e segnalando il loro aggravarsi, a prescindere dal governo in carica. Ringrazio il nostro pubblico, lo studio, il regista, la redazione, gli autori, gli inviati e Rai3, che ci ha sempre sostenuto e dato sicurezza. Un grazie, naturalmente anche a Maurizio Crozza. Insomma: se Ballarò è forte, lo è perchè è una gran squadra, formata da grandi professionisti e grandi lavoratori, che amano il proprio mestiere e lo sanno fare con rigore e abnegazione, coraggio ed equilibrio”.
    Durante i dieci mesi di messa in onda il programma ha avuto oltre trecento presenze di ospiti  in studio e in collegamento: rappresentanti delle attività produttive e delle forze sociali, economisti, politologi, esperti dei vari settori, magistrati, giornalisti oltre a esponenti dei partiti e del governo. Numerose anche le interviste a figure importanti a livello internazionale come l’ex-premier britannico Tony Blair, il commissario europeo Joaquin Almunia, il presidente del parlamento europeo Martin Schulz, l’ex-cancelliere tedesco Gerard Schroeder, il ministro del lavoro della Germania Ursula von der Leyen, il capo economista e vicesegretario generale dell’OCSE Piercarlo Padoan, il rappresentante dell’agenzia Fitch David Riley, l’attuale presidente francese Francois Hollande, l’ex-premier spagnolo Josè Maria Aznar. La realtà sociale e politica italiana è stata illustrata dagli inviati di Ballarò con oltre trecento servizi.
    (fonte: TvZap Kataweb, 27 giugno 2012)
  • Hanno toccato “Gli Intoccabili”
    È cronaca di questi giorni, il fatto che nella prossima stagione televisiva non potremo più tirar tardi su La7 assieme a “Gli intoccabili” di Gianluigi Nuzzi, estromesso senza troppe lacrime dal palinsesto della tv Telecom.
    Ora: è ovvio che la notizia sia alquanto triste, come d’altronde è carica di tristezza ogni fine che si rispetti.
    Però colpisce, e non poco, il modo in cui molti hanno commentato il decesso della trasmissione, lasciando scivolare il sospetto che dietro all’addio de “Gli intoccabili” ci sia una punizione divina voluta dal Vaticano per i libri scritti dallo stesso Nuzzi.
    Una versione, sia chiaro, che mi guardo bene dall’escludere, e anzi andrebbe a conferma di come i porporati d’oltretevere trattano certe questioni scomode. Anche se, tutto questo premesso, c’è un secondo aspetto di questa storia antipatica che andrebbe considerato con attenzione.
    Ovvero senza ipocrisie, e anzi con simpatia per un collega che neanche conosco di persona, andrebbe detto forte e chiaro che “Gli intoccabili” aveva in casa due problemi non da poco; dei quali il primo era il clamoroso tasso di noia, quando lo si prendeva in dosi massicce, mentre il secondo consisteva negli ascolti infelici, ai quali ha continuato a essere fedele con imbarazzante tenacia.
    Tutto ciò, in televisione, ha un peso e un’importanza. Spietatamente, certo, ma anche giustamente.
    “Gli intoccabili”, infatti, dava la sensazione di un programma carico di grandi ambizioni, ma non di altrettanto prepotente voglia di architettare un’adeguata drammaturgia catodica, dove ogni parola e immagine cadesse dove doveva cadere, non costringendo i teledivanados a impari lotte contro il dio Sonno.
    Da qui, e dalla consapevolezza di questi -più che rimediabili- particolari, avrebbe dovuto partire in corsa una rivoluzione per migliorare il prodotto -il quale, come non bastasse, pativa anche il dettaglio di essere una novità, in quanto tale non supportata da automatica affezione del pubblico.
    Invece no: settimana dopo settimana, il faccione giallesco di Nuzzi ha continuato a presentare servizi che non finivano mai, in uno studio troppo confuso, per giunta con un pubblico di vivacità obitoriale.
    Risultato: quando La7 ha annunciato che chiudeva “Gli intoccabili”, il conduttore non ha potuto più di tanto difendere la sua creatura, opponendo uno share che sottolineasse l’ingiustizia.
    «Mi dispiace», ha invece scritto Nuzzi su Twitter.
    E anche agli Antennati, spiace; soprattutto perché forse tutto questo si poteva evitare.
    Ribadisco: forse.
    (fonte: “Gli Antennati”, 27 giugno 2012 – articolo di Riccardo Bocca)
  • Euro 2012: Raisport o Bar Sport? In tv si danno tutti del tu
    Nomi di battesimo e Campionati europei di calcio, ecco i nostri temi di oggi. I miei amici del tempo in cui i Matia Bazar cantavano “Stasera che sera”, Pippo e Paffo erano dei terribili mostri antropologici da muretto, e così non me ne faceva passare una: se per caso, riferendomi, che so?, all’avvocato Agnelli (che ovviamente non conoscevo neppure di striscio) dicevo “Gianni”, o magari, accennando alla mia conterranea signora Cardinale (la famiglia materna dell’attrice è di Isola delle Femmine, accanto a Capaci!) l’avessi chiamata Claudia; bene, loro, Pippo e Paffo mi avrebbero fatto nero, prendendomi per lo culo in giro da qui alla mia prossima caduta di stile.
    Pippo e Paffo, l’ho già detto, erano impresentabili, due perfetti imbecilli, e tuttavia mi sono stati maestri di vita, di stile, soprattutto quando non c’era da non vantare prossimità con l’altro, l’estraneo, l’importante. Insomma, a parte gli amici veri e cari, nessuno deve essere chiamato per nome di battesimo, proprio nessuno, e se lo fai è giusto per sentirti importante, pari del re o della regina. Nel caso nostro, dell’attaccante, del centrocampista o, nella peggiore delle circostanze, addirittura del portiere.
    Chi, non ottenebrato dalla retorica calcistica, avrà avuto modo di seguire i campionati europei fino alla partita di domenica sera culminata con la vittoria sull’Inghilterra, sia pure ai rigori, avrà notato che i telecronisti del servizio pubblico ripetevano in continuazione, quasi stessero parlando di un cugino siamese, ripetevano appunto il nome di tal Cesare.
    Cesare qui, Cesare lì, Cesare mio, Cesare nostro, Cesare bello, guarda Cesare, hai visto Cesare, anvedi Cesare. Così fino a farmi risorgere, libero e giocondo, il ricordo dello scherno all’acido muriatico di Pippo e Paffo. Adesso non ne rammento con esattezza le generalità, mi sembra però che gli autori del lungo simposio calcistico-mediatico, continuando nell’abominio dell’assenza di vero stile, fra rubriche di riflessione (si fa per dire) e telecronaca si sono alternati con molta soddisfazione.
    C’erano Paolo, Italo, Fabrizio, e ancora Franco e Paola con la presenza di Enrico, Ivan e c’era pure Marino. Infine è giunto Marco, lì, in collegamento da Kiev, e con lui ogni tanto giungevano le voci di Alessandro e, pensate un po’, anche di Amedeo. Non è ancora tutto perché un attimo dopo c’è stato modo di incrociare anche Bruno e Beppe, mentre le interviste a bordo-campo erano affidate ad Alessandro.
    Infine, alle 23.05, sempre su Rai1, nell’ampio post gara all’interno di “Notti Europee” sono apparsi Andrea e Simona con loro in studio c’erano comunque, nell’ordine, Jacopo, Enrico bis, Ivan e nuovamente Marino. Un’ideale spaghettata calcistica di cordialità.
    Tutti insieme, Paolo, Italo, Fabrizio, Franco e Paola ci hanno fatto dono di un coro di incitamento rivolto quindi a Mario, anzi, a Super Mario, e poi, in ordine di rilevanza o giù di lì Gigi, Riccardo, Antonio, Ignazio (toh, questo si chiama come la buonanima di mio papà), Andrea, Claudio, Andrea bis, Daniele, Federico e tutti gli altri amici del muretto degli europei. Inutile aggiungere che così facendo si è bravi e calorosi telecronisti o commentatori dell’acme calcistica, ma, in parallelo, metafora esatta della cultura della compromissione che – Berlusconi e l’opposizione assente docet – ammanta di sé l’Italia in tutto il suo azzurro tenebra. Ave, Cesare!
    (fonte: “Il Fatto Quotidiano”, 27 giugno 2012 – articolo di Fulvio Abbate)
  • Paolo Limiti torna su Rai 1
    «Torno in Rai a sei anni da Domenica in, a due dallo speciale dedicato a Mina. E soprattutto torno a Milano, la sede naturale delle mie trasmissioni». Paolo Limiti presenta “E state con noi”, il nuovo programma di intrattenimento in onda su Raiuno da lunedì 2 luglio, sino al 7 settembre, tutti i giorni dalle 12 alle 13.30. «Punto a uno share che si attesti tra il 16 e il 17%», dichiara Limiti a Libero.
    «Racconterò il mondo dello spettacolo, con piani di narrazione dedicati alle mode, alla musica, ai confronti intergenerazionali. Proporrò le mie schede sui grandi del cinema e della musica, un uso costante delle teche, l’offerta di documenti inediti…E sono orgoglioso di poter dire che tutto ciò che si vede è frutto delle risorse interne Rai…Farò vedere un provino di Greta Garbo, datato 1949.
    Un altro con Paul Newman e James Dean per La valle dell’Eden, un inedito di Patty Pravo e un altro di Lucio Battisti. Il pubblico potrà intervenire da casa e per favore non dite che faccio un tv solo per la terza età. Io parlo a tutti e i miei programmi, secondo le elaborazioni Auditel, sono i più visti nelle scuole».
    Limiti propone volti e idee nuove. E qualche deja-vù come l’ex moglie Justine Mattera e il pupazzo Floradora. «Avrò un’orchestra di 6 elementi più un direttore ‘orchestra formata esclusivamente da donne. Una bambina soprano di 13 anni. Da noi per la gente di talento la porta è aperta. In faccia la sbattiamo ai raccomandati».
    E che fare contro la crisi degli ascolti? «Il pubblico ha imparato a crearsi la tv in proprio. Il vero problema è l’insopportabile omologazione dei programmi…In tv, seguo i talent: spesso c’è gente di valore, ma non viene molto considerata. Il concertone per l’Emilia? Gran bella cosa. Ma perché non sono state invitate Iva Zanicchi e Orietta Berti, due miti della musica italiana e di quella terra?».
    (fonte: “Libero”, 28 giugno 2012 – articolo di Fabio Santini)
  • Techetechetè al posto di Da Da Da: la televisione “rivista”
    Prima ci fu Supervarietà, poi Da Da Da, ora è la volta di TecheTecheTè. Visto che il materiale d’archivio (immenso) è quello e non si può cambiare (anche perché il pubblico apprezza), Raiuno prova a cambiargli almeno il nome. Da lunedì 2 luglio, alle 20.30, l’ammiraglia di viale Mazzini non manderà più in onda Da Da Da (il sostituto di Supervarietà), il collage di spezzoni della Rai che fu, ma ‘TecheTecheTe’ che, sempre di spezzoni si tratta ma, almeno sulla carta, disposti in maniera più organizzata. Michele Bovi, capostruttura di Raiuno, spiega: “Il nostro intento è quello di mostrare tutte le facce che sono passate per la tv italiana dal 1954 ad oggi”. Dunque, non più solo attori e cantanti ma anche uomini di cultura, poeti, scrittori, politici, sportivi. Il tutto con una cifra comica più pronunciata rispetto al passato.
    Da Beppe Grillo a Paola Cortellesi, da Renzo Arbore a Delia Scala, da Paolo villaggio, a Sabina Guzzanti, passando per Indro Montanelli, Luciano Lama, Fred Buscaglione, Milva, Minnie Minoprio. Diecimila protagonisti dello spettacolo, della politica, della poesia, del giornalismo, della scienza e dello sport, tutti insieme nella più sfacciata rivista di immagini. Diecimila facce che dagli albori della tv italiana ne hanno fatto la storia. “Le teche, fa notare il responsabile Barbara Scaramucci – sono diventate una sorta di brand per il servizio pubblico, un autentico patrimonio che abbiamo solo noi, e cerchiamo allora di farlo sfuttare al meglio”.
    Il criterio di scelta? “Si riascolteranno frasi che, decontestualizzate e ricollocate, si risveglieranno a nuova vita, umoristica e caustica” spiegano gli autori che assicurano un risultato finale esilarante, con l’accostamento di Raffaella Carrà a Indro Montanelli, di Paolo Panelli ad Umberto Eco, di Ugo La Malfa a Roberto Benigni, di Umberto Saba a Fiorello, solo per citarne alcuni. Ciascuna puntata sarà dedicata a tre personaggi chiave. Si parte, nella prima settimana, con Renzo Arbore-Christian De Sica-Minnie Minoprio (lunedì 2 luglio); Roberto Benigni-Sabina Guzzanti-Henry Salvador (il 3 luglio); Paolo Villaggio-Marisa Laurito-I Ricchi e Poveri (4 luglio); Beppe Grillo-Fred Buscaglione-Paola Cortellesi (il 5 luglio); Ugo Tognazzi-Gabriella Ferri-Lelio Luttazzi (6 luglio); Delia Scala-Milva-Pino Caruso (8 luglio).
    Difficilmente il pubblico non gradirà: Da Da Da con i suoi quattro-cinque milioni di spettatori a puntata è un ottimo precedente.
    (fonte: TvZap Kataweb, 28 giugno 2012)

CRITICA TV

Serie TV nel palinsesto, tappabuchi di qualità
Che strano il destino delle serie tv americane nel nostro Paese: pur rappresentando, spesso, vertici qualitativi difficili da eguagliare – specie per la nostra fiction nazionale, abituata a progetti di corto respiro – finisce per lo più per diventare semplicemente un tappabuchi. Quale miglior tappabuchi per i palinsesti generalisti stravolti dall’attenzione per gli Europei e dalla crisi economica, che costringe alla chiusura anticipata varie produzioni?
LA CLASSIFICA - Il telefilm è un perfetto supplente in periodi come questo, perché funziona anche in replica. E a guardare il ranking, la classifica, dei programmi più seguiti a giugno, si resta stupiti dal ritrovare diversi titoli made in Usa. Fatica a fare i numeri di un tempo, ma viene ora utile a Canale 5, che gioca tutto in difesa, il (definitivo) finale di «Dr. House», una delle serie che hanno segnato gli anni Duemila. Quattro anni fa House appassionava quasi sei milioni di spettatori, ora, il martedì sera, ne porta a casa la metà (2.970.000), per un dignitoso 11,6% di share (che cresce però al 18% per i venti-trentenni). Tengono in piedi la baracca malandata di Rai2 post-Santoro «NCIS Los Angeles» (2.240.000 spettatori, pur in replica), «Criminal Minds» (2.203.000 spettatori, sempre in replica), «NCIS» (2.124.000 spettatori, sempre in replica). È curioso che anche su Sky e Fox, le serie più seguite siano le medesime, «Criminal Minds» (372.000 spettatori) e «NCIS» (197.350 spettatori). Lontano dalle innovazioni linguistiche di «Lost» o dalle raffinatezze di «Mad Men», il crime Usa è il modello di ciò che avrebbe bisogno la nostra tv: buona qualità media di prodotti popolari, attrattivi per i giovani, poco vincolanti al palinsesto, ma capaci di fidelizzare, di farsi vedere (e rivedere).
(fonte: “Corriere della Sera”, 25 giugno 2012 - articolo di Aldo Grasso)

Veline con i Ricci
Ci sono eventi sui quali è possibile scommettere senza particolare timore di perdere, e uno di questi è il pieno d’ascolti che “Veline” regolarmente garantisce a Canale 5.
Ora: sarebbe un ritornello fin troppo facile da cantare, quello improntato alla censura di uno spettacolo che sfoggia cinicamente al centro dei suoi pensieri l’elemento femmina nelle sue declinazioni più popolari: cioè bellezza, gioventù e in qualche ottimo caso simpatia.
Però non credo, davvero, sia questo il motore che alimenta all’infinito il successo di “Veline”.
Penso invece che, nella suo cervello efferato, Antonio Ricci abbia inquadrato il modo migliore per conquistare la fiducia del pubblico da grandi numeri; quello, per intenderci, che utilizza il piccolo schermo come quinta parete della stanza, dove rivolgere lo sguardo in stato catatonico per dimenticare le amarezze quotidiane.
La strada migliore per monetizzare in share le sere estive degli italiani, deve aver pensato Ricci, è lanciare una competizione oratoriale tra ragazze che, come massima ambizione, hanno l’accesso al bancone di “Striscia la notizia”, conquistando in due o tre anni popolarità sufficiente per illuminare il resto della loro vita.
E a rendere questo collante più potente, e anche più bonariamente vischioso, Ricci ha aggiunto un ulteriore ingrediente pop, costituito dall’atteggiamento paterno con cui le ragazze vengono gestite in scena da Ezio Greggio: abile, in quest’occasione, a mutuare il meglio del Mike Bongiorno che fingeva di appassionarsi a padri, madri e nonne dei concorrenti di turno.
Nell’insieme, dunque, “Veline” non è una gara per selezionare la Bionda e Bruna della prossima stagione di “Striscia la notizia”, ma la fotografia esattissima dell’Italia 2012, dove tutto frana e sfarina sotto il peso della crisi, tranne la speranza di un miracolo che trasformi -le nostre, e vostre- figliole tricolori in immaginette da showbiz.
«Queste ragazze sono brave», assicura Greggio al pubblico di casa, «perché si truccano e si pettinano da sole, e scelgono gli abiti da sole, e preparano anche gli stacchetti da sole… Più di così, cosa dovrebbero fare?».
Dovrebbero, forse, capire che in questa lotteria paesana la maggior fortuna per loro non è quella di vincere il gioco di “Veline”, ma al contrario quella di coltivare sana mediocrità lontano dall’aria asfittica degli studi televisivi.
Certo: così facendo, riducono a zero le proprie possibilità di fidanzarsi con calciatori di prima e seconda fascia, e di finire impaginate in qualche rubrica rosa.
Ma interpretano anche, senza saperlo, il vero spirito del riccismo catodico: completamente immerso nello stagno di Mediaset, ma anche assai consapevole della sua illusoria pochezza.
(fonte: “Gli Antennati”, 23 giugno 2012 – articolo di Riccardo Bocca)

L’INTERVISTA

“Indietro tutta” ha 25 anni
I numeri sono lì. Ieri Renzo Arbore ha compiuto 75 anni e “Indietro Tutta”, varietà folle e anarchico sta per farne venticinque. Il programma di “Cacao Meravigliao” e delle Ragazze Coccodè, cattiveria da bimbi pestiferi nell’ultima stagione femminista, decollò il 14 dicembre 1987. C’erano Nino Frassica, Marisa Laurito, Mario Marenco. Un’acerba Maria Grazia Cucinotta.

Arbore, è vero che improvvisavate?
«Le giuro che non ci sentivamo mai in settimana né ci trovavamo in camerino. Ogni puntata una sfida. Una bella fatica, mi creda».

Oggi c’è un’altra televisione.
«Eh sì, ora la tv è pop, la nostra invece era jazz. Improvvisazione appunto. Sì, jazz suona proprio bene».

Si rendeva conto del successo popolare?
«Insomma, mica tanto. Fu il mio triplo salto mortale. Arrivavo da “Quelli della notte” che però aveva una sua struttura. Là, invece, con Frassica furono 65 puntate di pura follia. Non immagina quanto abbia brigato per non farle somigliare. Ma ci sono riuscito».

Rifarebbe “Indietro tutta”?
«La voglia c’è ma occorrono complici e compagni di cordata».

Non ne conosce? Possibile dopo tanti anni passati a fare televisione?
«Il problema è proprio questo: oggi la tv è fatta dai professionisti. Noi invece eravamo tutti dilettantacci e molti facevano altri mestieri».

Che ambiente era?
«Ancora non del tutto commerciale. Si respiravano le prime avvisaglie della pubblicità ma non c’era ancora stata la colonizzazione. E lei capisce cosa intendo».

Quel programma sembra ancora attuale, all’epoca doveva sembrare marziano.
«Eh sì, avevamo già il quiz che promette milioni: la satira dello sponsor che diventa uber alles».

Un bell’azzardo.
«Soprattutto se pensa che il delegato dello sponsor diventava di diritto un componente della produzione».

Quanti sogni ha turbato con le ragazze del Cacao Meravigliao?
«All’epoca sì, lei dice che fanno effetto ancora oggi?».

…Marcia Sedoc, Amina Fofana, Linda Udine, Thel Montenegro e Elfbert…
«Sì, fanno ancora effetto, mi pare. Sa com’è nata l’idea? Si vedevano tante pubblicità sul caffè ma nessuna sul cacao. La canzone l’ho scritta con Claudio Mattone. Ma sa qual è il particolare che pochissimi sanno?».

Francamente, no…
«La voce è di una giovanissima Paola Cortellesi. Se lo sarebbe mai immaginato».

Un po’ difficile. Comunque il marchio non fu mai commercializzato.
«Eh no, ricorda molto bene».

La gente però lo cercava nei negozi.
«Non le dico le offerte che ho ricevuto. Ma rispondevo che avrei dato l’autorizzazione solo se i soldi, i profitti, fossero andati all’Airc, l’associazione per la ricerca sul cancro, presieduta da Allegra Agnelli. Non se ne fece nulla ma ci fu battaglia legale lo stesso».

Qualcuno provò a fare il furbo?
«Esattamente, non depositai il marchio ma lo fece un altro. Siamo alle solite. Siamo finiti in tribunale ma alla fine ho vinto».

La canzone, lo strepito delle bellissime però funzionava, no?
«Su questo non c’è dubbio. Nel 1995 siamo stati invitati al Carnevale di Rio e l’abbiamo eseguita al sambodromo. Pensavano fossimo brasiliani, dissero che eravamo una “escolas de tarantellas”».

Soprattutto, facevate satira, è d’accordo?
«Sì, ci divertivamo a farla sul mondo della televisione. Oggi la satira è tutta un’altra cosa: è mirata a qualcuno in particolare, è ad personam…».

Però toccavate nervi scoperti anche allora.
«Se intende che la facevamo sui quiz con la ruotona della fortunona, oppure sull’Auditel con un finto direttore, o ancora su chi telefonava da casa, allora sì: toccavamo punti che era meglio lasciare stare. Era la satira del kitsch».

E le Ragazze Coccodè?
«Vuol dire se c’era polemica su un certo utilizzo delle donne? Sì, temevo l’ira delle femministe e invece non fiatarono. Hanno capito che la mia era onesta satira».

Però dice che non rifarebbe l’esperienza. Mai più una “Indietro Tutta” bis…
«Le ripeto, con chi potrei riprovarci? Eravamo ragazzacci che scherzavano su tutto. Non avevamo rispetto per nulla».

Ma c’erano anche attori…
«Certo, l’unica professionista era Marisa Laurito ma noi la spogliavamo dell’arte e diventava una cugina loquace».

Vi ritrovate ogni tanto?
«Certo. Ma non parliamo del passato, ci sfottiamo e basta. In un programma che si chiama “Numero 1”, “Indietro tutta” è stato eletto miglior varietà di sempre».

La passione per la musica stava già debordando?
«Avevo fondato la Barilla Boogie band e con “Il clarinett”o avevo sfidato Sanremo. Diciamo che ero pronto».

Poi cosa è successo?
«La musica napoletana era emarginata dai grandi circuiti televisivi. Ho creato l’Orchestra Italiana, confidavo su dure, tre anni di vita e siamo ancora qui dopo ventuno».

E ogni sera con un tutto esaurito.
«Siamo tra i pochi a lavorare sempre. La gente viene perché non la deludiamo. Inoltre la musica napoletana non è del passato. Chiunque lavori in ambito musicale ci si deve confrontare».

Intende Enrico Caruso?
«Mica solo lui, anche Josè Carreras e Andrea Bocelli non possono prescindere da una quindicina di canzoni napoletane in repertorio. Le sembra poco?»

Esiste un’opera omnia?
«Roberto Murolo ha fatto la raccolta delle canzoni napoletana, dalla prima che è “Canto delle lavandaie del Vomero” in avanti. Solo voce e chitarra e ciò le rende eterne. L’ho regalato a Woody Allen».

Celebreranno i 25 anni di “Indietro Tutta”?
«Gli incontri tra combattenti e reduci intristiscono ma se si trova una formula di cazzeggio…».

In televisione.
«A luglio la Rai manderà in seconda serata “Il meglio di Meno siamo meglio stiamo”. Altre cose arriveranno. Poi c’è il mio video portale www.renzoarborechannel.tv, i vari siti. Ma soprattutto la gente deve capire che non sono solo canzonette».
(fonte: “Il Secolo XIX”, 26 giugno 2012 – intervista di Fabrizio Basso)

SPECIALE

La tv di Berlusconi in Francia
È uscito il 18 giugno per Fandango Libri Falsi amici. Italia e Francia, relazioni pericolose, di Anaïs Ginori. Anaïs Ginori è giornalista e scrive di politica internazionale, cultura e costume per Repubblica. Ha lavorato a Parigi all’Agence France Presse, a Le Monde e a Radio France Internationale. Oltre a Falsi Amici ha pubblicato anche Le Parole di GenovaNon calpestate le farfalle e Pensare l’impossibile – Donne che non si arrendono. Di seguito, il capitolo di Falsi amici che racconta la problematica avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi in Francia.

“I suoi investimenti in Francia non sono andati bene negli ultimi anni.
Pensa di abbandonare?”

“Mai. Sono un amante respinto, ma un amante fedele.”
Intervista a Silvio Berlusconi, Le Monde, 17 ottobre 1989

Adieu, Berlusconi. Cinque, quattro, tre, due, uno. I presentatori scandiscono il conto alla rovescia. Ci siamo, pochi secondi ancora. Che scatola magica, la televisione. Crea e distrugge. Riesce a mettere in scena anche la propria morte. E sopra ci scrive “live”, dal vivo. Se c’è la telecamera che registra, non può certo essere un funerale. Allegria, gente. Tutti ridono, applaudono. Champagne. Nessuno ha paura del buio, neanche del ridicolo. I trailer hanno dato appuntamento a oggi, domenica 12 aprile 1992. “Provate l’esperienza limite immaginata da Platone e dagli alchimisti, studiata da Einstein e da Jean-Paul Sartre: l’essere che si annienta, la materia che si trasforma in polvere di stelle. Lo ying e lo yang abbracciati in un ultimo bacio. Un evento cosmico che si verifica una sola volta nella storia. Il buco nero, l’eclissi totale. Stasera, 20.45, su La Cinq. Potrete dire ai vostri bambini: Io c’ero.”

Ripassano le immagini di questi anni. Le prime interruzioni pubblicitarie, le prime serie americane, i primi cartoni animati giapponesi, le prime televendite, i primi giochi milionari, le prime ruote della fortuna, i primi streap-tease, le prime risse del dopopartita, i primi collegamenti speciali sulle guerre, i primi microfoni aperti sui fatti privati. Ecco, infine, la prima morte in diretta di una televisione. Il reality estremo, nessuno ci aveva ancora pensato.

Non c’è più nulla da fare, solo spegnere le telecamere. L’emittente è stata commissariata, i bilanci portati in tribunale, la concessione delle frequenza scade. L’avventura di un imprenditore milanese che quasi nessuno conosceva in Francia a metà degli anni Ottanta è durata appena sei anni. Silvio Berlusconi è costretto a vivere il primo fallimento della sua carriera. Gli oltre novecento dipendenti hanno ricevuto le lettere di licenziamento, una trentina di società di produzione in appalto sono in mora da settimane e gli inserzionisti che hanno comprato gli spazi per i prossimi mesi non sanno come potranno recuperare gli anticipi.

Troppi azionisti litigiosi nella sua breve storia, troppi nemici nel Palazzo, La Cinq è rimasta orfana anche di un padrino politico. Nel 1985 l’allora sindaco di Parigi, Jacques Chirac, ha cercato di uccidere l’emittente ancora in culla, rifiutando di far installare i nuovi ripetitori sulla torre più alta della città. “Berlusconi scala la Tour Eiffel per conto di Mitterrand”, titola il Corriere della Sera.

Chirac perde la battaglia legale, ma si prende la rivincita appena il partito gollista conquista la maggioranza dell’Assemblea nazionale e diventa capo del governo, nel marzo 1986. Lancia contro La Cinq un altro concorrente. Il primo canale nazionale, Tf1, quello più visto e popolare, viene privatizzato e dato in mano all’imprenditore Francis Bouygues, grande elemosiniere della politica, che profetizza: “Ci saranno presto dei morti”. Poi tocca a M6, emittente musicale, un altro concorrente. Tre canali privati gratuiti, uno di troppo.

Intanto, François Mitterrand, che ha fatto un colpo di mano imponendo l’imprenditore italiano in disaccordo con la base socialista e il suo ministro della Cultura, non ha più possibilità, né voglia di difenderlo. Berlusconi è costretto a ricollocarsi a destra, corteggia senza successo Chirac, si allea con due magnati dell’editoria, prima Robert Hersant del quotidiano Le Figaro e poi Jean-Luc Lagardère del gruppo Hachette. Un fallimento dopo l’altro. Con il suo cinismo, Mitterrand l’aveva già avvertito.

“L’esempio italiano, il deplorevole esempio italiano, è dovuto alla legge, o meglio all’assenza di legge in Italia. È quel che viene chiamato il liberismo selvaggio.” Pausa. “Il liberismo non può che essere selvaggio.” Il Cavaliere è stato abituato a giocare in casa senza regole. Quando alcuni magistrati hanno provato a sequestrare i ripetitori abusivi, il governo ha subito fatto in modo di bloccare l’oscuramento. Solo nel 1990 il governo approva finalmente una normativa per l’emittenza privata, mettendo in salvo le tre reti: Canale 5, l’ex Telemilano con la quale ha incominciato, poi Italia 1 e Rete 4, ricomprate da Rusconi e Mondadori.
In Italia, le interruzioni pubblicitarie sono libere. Su Canale 5 Berlusconi può trasmettere quasi dieci volte gli spot della Rai. In Francia non può superare più di tre pause per ogni ora di trasmissione. Impossibile per una rete francese trasmettere a livello nazionale all’infuori dalle concessioni così come ha fatto Fininvest con l’interconnessione dei ripetitori a livello locale. È così che la copertura de La Cinq rimane ferma a un terzo della popolazione, tra i 15 e i 20 milioni di francesi, concentrata soprattutto nell’area metropolitana di Parigi. Berlusconi scopre che il palinsesto del suo nuovo canale francese non è libero, come avviene in Italia.

Prima il Consiglio di Stato lo costringe a non trasmettere film, perché gli spot sono contrari alla legge per la protezione dei diritti morali della creazione artistica. Poi, invece, lo autorizza a programmare pellicole ma con una clausola protezionistica, almeno metà dei titoli deve essere made in France.

L’imprenditore italiano, che nel frattempo ha acquistato partecipazioni in Germania e Spagna, ed è riuscito a prendersi la Mondadori, combatte fino all’ultimo per evitare il fallimento de La Cinq. “È una creatura alla quale ho dedicato molto amore e molte attenzioni, una creatura che poi mi è stata strappata”, dice il 18 gennaio 1992, in un’intervista al Corriere della Sera. “Non riesco a rassegnarmi all’idea che possa morire.” Due mesi prima dell’oscuramento annunciato, presenta un nuovo piano contro la liquidazione giudiziaria del canale.

È disposto a reinvestire in un’emittente che finora non ha mai generato profitti. Riunisce un consorzio di banche, prevede di dare quote ai dipendenti che si sono costituiti in una nuova associazione di cui è presidente il giornalista Jean-Claude Bourret. Negli ultimi giorni, alla sede di Boulevard Pereire sono arrivate oltre cinquemila lettere di sostegno al giorno. Quasi mezzo milione di telespettatori ha partecipato a una raccolta che prevede di versare 50 franchi per salvare La Cinq. I lavoratori sono convinti che ci sia stata una congiura contro di loro.

Al governo c’è il ministro Jack Lang, principale artefice di quella regolamentazione tipicamente francese di lacci e lacciuoli che impedisce l’italiana spregiudicatezza. Nel corso dell’ultima trasmissione ognuno ha modo di lanciare le sue accuse, indicando i colpevoli. “È un putsch delle banche”, “È il governo socialista che si vendica”. “È un regolamento di conti interno alla destra.” Due politici sono invitati in diretta per difendere il canale in via d’estinzione. Per la sinistra c’è Julien Dray, fondatore tra l’altro di Sos Racisme insieme a François Hollande. Per la destra, c’è il giovane e allora poco conosciuto sindaco di Neuilly: Nicolas Sarkozy. “Non si possono capire i francesi senza guardare la televisione”, è una delle convinzioni del futuro presidente.

Mezzanotte, di già. Il sole che si allinea con la luna. La Cinq vi prega di scusarla per l’interruzione definitiva dell’immagine e del suono. C’est fini. Il miglior programma mai realizzato su La Cinq, scrive l’indomani Libération. Contaminazioni. “La Francia aveva gli anticorpi. Berlusconi ha provocato una crisi di rigetto.”

Carlo Freccero ha diretto per cinque anni i programmi di La Cinq. La sua storia inizia a Savona, dov’è nato nel 1947, organizzando le prime rassegne di cinema sperimentale. Assunto agli albori di Telemilano, parte in polemica a Retequattro, ripresa nel 1984 dal Biscione. All’epoca non è più così gradito al Cavaliere e forse anche per questo, dicono i maligni, nel 1985 viene spedito a Parigi. “Era il mio sogno.” All’università ha fatto la sua tesi su Deleuze e Guattari. Una giornalista di Le Monde che segue la televisione in quegli anni Ottanta lo ricorda come un “italiano irresistibile”. Parla bene francese, una qualità che a Parigi non va mai sottovalutata.

È situazionista, demiurgo del Grande Nulla. Sa perfettamente cosa deve accadere dentro al piccolo schermo, e fa in modo che accada. “Avevamo molti nemici, ma anche alleati imprevisti. Lo sai che Godard era dalla mia parte? Ho scritto un articolo sulle fiction americane per i Cahiers du Cinema.” Mette film erotici alle 20.30, produce un documentario con pesanti accuse sulla guerra d’Algeria. Fa parte di quella generazione sessantottina che in Francia ha appena preso il potere nei media. L’Italia va di moda. Il Nouvel Observateur mette in copertina Agnelli, Berlusconi, De Benedetti. Titolo, in italiano: “Condottieri”. Ognuno, a modo suo, rappresenta uno schema vincente. Il Cavaliere è famoso anche grazie all’acquisto del Milan.

Nella moda, Parigi guarda alle passerelle milanesi con invidia, l’affermazione di stilisti come Armani e Versace. È il decennio del corpo, delle sfilate e di Drive-In. “Ancheggiano mannequin fanatiche, tu pensa a sorridere, che io penso a vendere. Roba da cannibali”, canta Paolo Conte.
Milano si lascia alle spalle il suo passato operaio, gli Anni di Piombo, per un presente immateriale. Diventa la città europea à la page. Moda, pubblicità, televisione, servizi finanziari. È la Milano che va al governo. Bettino Craxi entra a Palazzo Chigi, ma preferisce vivere all’hotel Raphael, dietro piazza Navona. Circolano soldi. Parecchi. Gli indici della Borsa registrano incrementi mai visti.

Piazza Affari e i suoi yuppies fanno sognare. Il successo del Vogue Club insidia quello di discoteche parigine già famose come Les Bains Douches. Mitterrand s’infatua del talento di Giorgio Strehler e lo convince a lasciare il Piccolo per venire a dirigere il Théatre du Rond-Point, ribattezzato Théatre de l’Europe. Milano e Parigi sembrano davvero vicine. “La missione della tv commerciale è quella di dare voce alla maggioranza silenziosa. La Cinq ha rappresentato la pancia del paese. Questa è stata la grande innovazione per un paese come la Francia, ancora in mano alle élite. Il potere ha una struttura piramidale. Berlusconi non è mai riuscito a entrare in sintonia con l’élite, era visto solo come un uomo di soldi. In Francia, se vuoi essere accettato, accanto al capitale economico, devi avere il capitale culturale”.

È il capitale culturale che ha permesso a Freccero di integrarsi perfettamente, nonostante il fallimento di La Cinq. È stato poi chiamato a lavorare per France 2 e 3, nel servizio pubblico. “Sono diventato più francese di certi francesi. Se ci ripenso, ho nostalgia. Mi sono rimasti tanti amici che mi chiamano ancora Carlò. In realtà, La Cinq ha fatto molte cose importanti nel panorama televisivo. Abbiamo svecchiato il sistema. Mitterrand aveva visto bene. Nel suo immenso cinismo, seguiva un principio di realtà. La storia va avanti.”

Mitterrand è stato il più italiano dei presidenti francesi. Conosceva perfettamente Firenze e Venezia, considerata prima città-Stato dell’Occidente ed embrione d’Europa. “Mitterrand ha fatto due cose per l’Italia, tutte e due ambigue. Ha accolto in patria Berlusconi e quel che restava del terrorismo. La Storia, comunque, va avanti. L’unica cosa che puoi cercare di fare è anticiparne la direzione.”

“Allora, mi dica, cos’è per lei la televisione?” Silvio Berlusconi non entra dall’ingresso principale, in Rue du Faubourg-Saint-Honoré, ma da una porta laterale. È arrivato all’Eliseo con Jacques Pomonti, grande tecnocrate dell’industria di stato televisiva, incaricato da François Mitterrand di verificare la credibilità tecnica e finanziaria dell’imprenditore milanese. I controlli hanno dato esito positivo. Si può trattare. Berlusconi ha le carte in regola. “Siamo gli unici operatori privati in Europa a produrre oltre quattordici ore di trasmissione al giorno”, si vanta l’italiano. Ancora prima di avere una copertura nazionale, Berlusconi ha inventato il sistema delle cassette-taxi. Riesce a mandare in onda la stessa trasmissione in tutta Italia, recapitando alle varie emittenti locali la registrazione del programma.

Le cassette viaggiano in taxi, aereo ed elicottero. Da Milano a Palermo, come se esistesse un canale nazionale. Il suo. Quando va a trovare gli altri imprenditori per vendere spazi pubblicitari, li convince proponendo di entrare in società sulle royalties. Si presenta a Cannes per il mercato televisivo e chiude qualsiasi asta comprando a prezzi folli tutte le migliori serie americane. Così anche con le star della Rai. Da Mike Bongiorno, il primo a capitolare, sarà un lungo conquistare. L’anticamera nell’ufficio di Jacques Attali, il consigliere del presidente, sembra interminabile.
Ma Berlusconi non ha fretta. Sa quanto sia importante questo momento. Nell’aprile 1985, l’appuntamento al Château, il palazzo presidenziale, è il suo primo, vero esamedavanti alla Francia. È atterrato con il suo jet privato nella capitale, alloggia nella suite Fontainebleau all’hotel Prince de Galles.

È di ottimo umore. All’imprenditore abituato a pensare in grande, “Think Big” è il suo motto, non bastano più tre reti televisive nazionali, un pubblico di 43 milioni di italiani, aver sbaragliato la Rai con un’audience che si aggira intorno al 47 per cento dalle 20.30 in poi, un fatturato pubblicitario in continuo aumento, 750 miliardi di lire nel 1984.

Ormai sogna lo sbarco in Europa. Il nome di Berlusconi è stato fatto da Bettino Craxi, convinto che si possa sviluppare un nuovo polo europeo televisivo, lungo l’asse Roma Parigi-Madrid. Tre capitali, tre governi socialisti. Il premier italiano illustra a Mitterrand, ancora in regime di monopolio dello Stato, tutti i vantaggi della privatizzazione. Il sostegno politico del servizio pubblico, dice, si può perdere alle urne. Quello privato,  invece, rimane oltre la scadenza elettorale.

Il Cavaliere è già stato presentato a Jerôme Seydoux e Jean Riboud, industriali di sinistra, finanziatori del partito socialista e amici del presidente. Si sono incontrati qualche settimana prima dell’udienza all’Eliseo, concludendo un’intesa di massima. Riboud ha un tumore in stadio avanzato, non gli resta molto tempo. Berlusconi, superstizioso, non ama l’idea di associarsi con un malato terminale. Ma coglie un altro segnale benaugurante.

Avrà il quinto canale autorizzato a trasmettere in chiaro. Cinque, come in Italia. Numero fortunato. Anche Mitterrand vuole che le cose avanzino rapidamente, è convinto che il sistema radiotelevisivo pubblico francese, il vecchio Ortf, debba essere aperto al mercato. Appena eletto, nel 1981, ha subito deciso di liberalizzare le frequenze radio. Nel 1984 ha fatto nascere il primo canale privato a pagamento, Canal Plus, affidato all’amico André Rousselet.

Ora incombono le elezioni politiche nelle quali l’opposizione gollista è data vittoriosa all’Assemblea nazionale. Il governo socialista vuole liberalizzare l’unico canale privato disponibile prima che lo facciano i suoi avversari.

I rapporti di Mitterrand con il piccolo schermo non sono mai stati buoni. Ha una voce vellutata e stentorea ma non è un bravo attore, fatica a impadronirsi dei trucchi della televisione. Rigido, spigoloso. Se la campagna elettorale si fosse svolta alla radio e non alla televisione, forse Mitterrand sarebbe stato eletto già nel 1974. Ma allora il confronto con Valéry Giscard d’Estaing, candidato che aveva con la tv un rapporto narcisistico, fa un disastro. E lui lo sa.
Nel 1981, con umiltà, prova a ripetere la sua apparizione televisiva,
davanti al regista Serge Moati, in compagnia di Laurent Fabius, Robert Badinter e Régis Debray. È Fabius che gioca a fare lo sparring partner, l’avversario, nei panni di Giscard. I collaboratori avvertono Mitterrand. Frasi più corte, dirette. La televisione ha orrore della complessità. Deve abbandonare il lirismo del suo amato poeta Alphonse de Lamartine. Anche la cattiveria va dosata. Attacchi fulminanti e definitivi. Se diventano troppi, l’effetto è inverso.

“Allora, mi dica, cos’è per lei la televisione?” All’Eliseo, Berlusconi non risponde alla domanda iniziale del presidente. “Je suis amoureux de la France”, è il suo esordio. Racconta delle sue passeggiate a Montmartre, “Moi qui ai vécu un an à Pigalle”, canticchia qualche strofa in francese di una canzonetta di Georges Ulmer. Da ragazzo, sulle navi da crociera, si guadagnava da vivere imitando Gilbert Becaud. Il presidente lo guarda perplesso. Anche con i suoi più stretti collaboratori sa mantenere un atteggiamento ieratico. Come De Gaulle, è convinto che imporre una certa distanza sia garanzia di autorevolezza. Ai militanti che gli chiedono “Possiamo darti del tu?”, risponde: “Come Lei preferisce”. Eppure davanti a Berlusconi succede qualcosa.

Questo italiano lo intriga. Forse, lo seduce. Il governo francese punta sul satellite ma il Cavaliere vuole investire solo se ci sarà una copertura terrestre. Capisce, però, che non è il caso di addentrarsi in una querelle con Mitterrand. Per rispondere finalmente alla sua domanda, prende carta e penna. Comincia a disegnare un grafico. La televisione commerciale, spiega, ha un effetto moltiplicatore, non impoverisce ma arricchisce l’offerta culturale. Crea un sistema misto, pluralista, concorrenziale. Non pesa sul contribuente. È un circuito virtuoso. Quando esce dall’incontro, Berlusconi si sente sollevato, come uno scolaretto al termine dell’esame. “Che dinamismo”, chiosa Mitterrand davanti ai suoi collaboratori.

In pochi mesi, il Cavaliere viene introdotto alla vita parigina con un corso accelerato di buone maniere. Rinuncia ad acquistare, come sta pensando, una Mercedes. Marchio straniero e “tappe à l’oeil”, troppo pacchiano. Ripiega su una Renault 25. Gli viene sconsigliato di portare una stilografica in oro come regalo a Jack Lang, il ministro della Cultura che lo osteggia in ogni modo. Berlusconi si fa preparare delle biografie succinte dei personaggi più noti, memorizza centinaia di nomi, studia parentele e amicizie nel mondo del cinema, della televisione e della pubblicità. Durante le pause di lavoro, cammina nei giardini di Bagatelle, compra libri antichi, una delle sue passioni, nel settimo arrondissement. Per festeggiare il fatidico accordo, lui vice-presidente con una quota al 40 per cento e il resto diviso tra i due soci francesi, Seydoux e Riboud, organizza una grande cena alla Brasserie Lorraine, a mangiare choucroute. Berlusconi evita ostriche e coquillage. Non può mangiare frutti di mare, è un punto debole delle sue serate mondane. Quando si presenta in Rue de Valois, nel tentativo di conquistare e sedurre il reticente ministro della Cultura, deve rifiutare un plateau de mer.

Contrario a La Cinq, Lang ha minacciato le proprie dimissioni dal governo. Considera Berlusconi come un colpo fatale alla politica socialista dell’“eccezione culturale”, quello strano impasto di protezionismo e finanziamento della creazione artistica nazionale che ancora oggi rende la Francia un paese a parte, con più cinema, più librerie, più sale da concerto e teatri di altre nazioni. I giochi ormai sono fatti. Mitterrand scrive a Lang una lettera che non prevede ripensamenti. “Non voglio uccidere nessuno, e meno che mai il cinema”, spiega il presidente.

“Bisogna semplicemente che il cinema smetta di rimanere incollato al passato e si adatti alle nuove forme di espressione e concorrenza. Non sono presuntuoso, penso solo che il tempo mi darà ragione.” Alla fine, Lang e il ministro delle Comunicazioni, Catherine Tasca, riescono a imporre condizioni drastiche per il debutto del canale privato, limitando interruzioni pubblicitarie e film stranieri. La figlia di Angelo Tasca, fondatore del partito comunista italiano poi esule durante il fascismo, nel 2002 si ritrova di nuovo contro il Cavaliere, quando lei è ministro della Cultura e l’Italia è invitata d’onore al Salone del Libro di Parigi. Tasca annuncia di non voler incontrare il premier. La piccola delegazione guidata dal sottosegratario Vittorio Sgarbi viene accolta da fischi e insulti. Un brutto momento, per tutti.

Alla vigilia della prima conferenza stampa, il 22 novembre 1985, Berlusconi ripete la parte fino a notte fonda con Angelo Codignoni, il suo più stretto collaboratore a Parigi. Solo, davanti a una telecamera. Un nuovo esame. Si allena alle domande più insidiose. Il cinema francese morirà per colpa sua? Come garantirà la libertà di espressione? È vero che è stato membro della loggia P2? Da dove viene la sua fortuna? Quali accordi ha con il governo socialista italiano? Sa già che la stampa lo accuserà di voler fare una “TeleSpaghetti” o “Tv Coca-Cola”. Sotto agli occhi tiene un foglietto. “Tecniche di risposta.” Due parole sono sottolineate in verde. Distacco. Leggerezza.

Verso le quattro, quando sta per andare a riposare per qualche ora, trova finalmente la formula magica. Quale italiano, chiede retoricamente durante l’incontro con i giornalisti, mangerebbe spaghetti e Coca-Cola? “Io preferisco il Beaujolais. La Cinq sarà la tv del Beaujolais. E magari, il sabato, champagne.”

A sorpresa, le domande dei cronisti sono meno ostili del previsto. Nessun accenno alla P2 e all’origine del suo impero economico. Qualcuno offre al Cavaliere una piccola Tour Eiffel, sulla quale Chirac ha cercato di impedire l’installazione dei ripetitori di La Cinq. La stampa si converte in pochi giorni. Viene improvvisamente presentato come un brillante imprenditore di 48 anni, sempre circondato da belle donne, con il sorriso in tasca. I giornalisti che partono a Milano per visitare i centri di produzione, tornano entusiasti.

In Francia, la televisione dopo le 23 non trasmette più nulla. Nella sede di La Cinq in Rue Jean Goujon, proprio accanto a quelli della rete pubblica Antenne 2, arrivano oltre 300 richieste di assunzioni al giorno, e le prime raccomandazioni. Il direttore di Libération, Serge July, è già in trattative per fare una trasmissione. Berlusconi si sente definitavamente promosso.

Il Cavaliere ha cercato anche di comprarsi Bernard Pivot, l’inventore di Apostrophes, la più famosa trasmissione letteraria del mondo diventata poi Bouillon de culture, diffusa fino in America e in Italia attraverso Antenne 2. Oltre mille puntate, una messa laica, dialoghi entrati nella storia televisiva con Nabokov, Barthes, Simenon, Kundera, Foucault, Sagan, Duras, Solzenicyn, per tacere di molti altri. Un format unico, mai più replicato.

“Berlusconi era venuto a prendermi con il suo aereo privato. Abbiamo pranzato nella casa milanese di Arcore, mi aveva colpito la piscina con televisori a ogni lato”, ricorda Pivot che oggi ha la chioma bianca, grandi occhiali ma occhi vispi e sempre curiosi. Nella sua casa del diciassettesimo arrondissement, dietro gli Champs-Elysées, colonne di manoscritti sui tavoli, librerie stracolme ma in ordine alfabetico maniacale, una tavoletta elettronica “per rileggere i classici”.

A settantasei anni Pivot ha raccolto Les mots de ma vie, le parole della sua vita, dizionario autobiografico che ovviamente comincia dalla A di “Apostrophes”. Voleva un titolo che rappresentasse lo scritto e l’orale, come dev’essere una trasmissione che parla di libri. L’apostrofo è un segno di elisione ma è anche un modo di dialogare, si dice “apostrofare qualcuno”. “Nel mio studio potevano esserci toni accesi, litigi, ma non ho mai accettato risse. Ho sempre avuto in mente l’arte della conversazione del Settecento”. Su questo, Pivot si interrompe, come per mettere meglio a fuoco la sua memoria. Una volta ha registrato una trasmissione in Italia.

“È stato il caos. Sembra che non conosciate quella sottile arte di dialogare ascoltando l’altro.” Lo diceva già Montale. “La quasi scomparsa della conversazione, probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati, ha fatto sì che lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo.”

Secondo lo storico Pierre Nora, Pivot è un “concentrato di francese”. Ama il calcio e il buon vino, ha umili origini, un uomo del terroir. Da piccolo, durante la guerra, possedeva solo due libri. Le favole di La Fontaine e un piccolo dizionario Larousse, che suscitava l’invidia dei suoi coetanei. Adorava studiare le voci, fare associazioni, incrociare le definizioni. Prima della letteratura, ha imparato ad amare le parole. È riuscito a rendere popolare la cultura in televisione, sfida in cui altri hanno fallito. Con ogni scrittore costruiva una sorta di drammaturgia, possibile solo grazie alla magia del verbo. Il suo obiettivo era molto semplice: suscitare la voglia di leggere. La migliore conferma era il successo in libreria di un autore che era stato suo ospite.

“Ammetto di essere capitato in un periodo in cui la televisione non era l’attuale circo barnum.” Nella sua personale classifica, ha scelto alcuni momenti.

“Considero fondamentali le mie quattro interviste ad Aleksandr Solzenicyn, per lo squarcio di verità che ha offerto al mondo. Poi sono molto fiero di aver convinto Vladimir Nabokov a venire in televisione, per la prima volta nel 1976.” Fu costretto a mandargli in Svizzera le domande scritte. L’autore di Lolita era molto orgoglioso. Non parlava mai a braccio, leggeva sempre un testo. Chiese di versargli del whisky con una teiera. Durante l’intervista Pivot doveva interromperlo: “Vuole un po’ di tè, monsieur Nabokov?”. Molti allora fumavano in trasmissione. L’ultimo ad averlo fatto è stato Philippe Sollers.

Charles Bukowski invece si portò dietro la sua bottiglia di vino bianco e poi abbandonò in diretta gli studi tv. All’epoca, nel 1978, fece scalpore. La televisione era ancora un luogo sacro. Oggi forse nessuno si stupirebbe.“Era venuto apposta per fare una provocazione. Sapevo che non sarebbe stato un ospite facile.”

Con Marguerite Duras, invece, non c’era verso di evitare i suoi lunghi silenzi. Odiava il mezzo televisivo, non si sentiva a suo agio davanti ai riflettori.
“Questa cosa mi spiazzò. Eravamo in diretta, e la televisione ha orrore delle pause. Poi ho capito che erano silenzi intensi ed eloquenti.”

È rimasto tutta la vita nel servizio pubblico, e non se ne pente. A Berlusconi aveva risposto che avrebbe accettato solo un posto nella dirigenza del Milan. Anni dopo, il Cavaliere lo ha richiamato. Chiedeva suggerimenti per una nuova trasmissione letteraria. “Non l’ho più sentito. Probabilmente non era davvero convinto. D’altronde: c’è mai stato un programma simile ad Apostrophes sui suoi canali?”

Seduto su uno scalino, spalle al muro, Serge Gainsbourg fuma. Assorto nella sua nuvola. Non sente che si sta parlando di lui. “Chi è quel barbone?”, chiede Berlusconi mentre sta verificando i preparativi. Fasci di luce che spazzano il buio, ultimi proiettori da calibrare. Il mosaico di schermi nella cabina di regia dà il senso della potenza di fuoco. Ballerine ancora scalze, pennellate di cerone in sala trucco, brusio nei camerini. Scaletta studiata al secondo, molti assistenti alla produzione non hanno dormito. Da dieci giorni lo Studio 7 di Cologno Monzese, nel più grande centro di produzione in Europa, è stato completamente riarredato con una passerella di specchi e, sullo sfondo, schiere di monitor sui quali presentare i nuovi programmi.

C’è anche un Concorde riprodotto a grandezza naturale, orgoglio dell’aeronautica nazionale. Dal portellone cala la scaletta, scendono le ballerine coperte di lustrini bianchi rossi e blu. Le telecamere sono in tutto sette, mai così tante in una trasmissione. Le interruzioni pubblicitarie, le prime della tv francese, sono già pronte, quaranta spot prenotati, ce n’è pure uno della pasta Barilla realizzato da Federico Fellini.

Due giorni prima del lancio di La Cinq, Fellini e Marcello Mastroianni sono ospiti di una trasmissione francese per presentare Ginger e Fred. Il regista italiano racconta quale sia stato l’effetto sul cinema delle tv di Berlusconi. “Il grande schermo chiamava a raccolta il suo pubblico come in una chiesa. Si spegneva la luce, c’era questo grande lenzuolo bianco, gli attori erano enormi, con quei labbroni. Si vedevano posti misteriosi, esotici, c’era la Donna. Tutto questo è stato irrimediabilmente distrutto dalla televisione.”

Fellini avverte i francesi, spiega cosa rischiano. “È un’immagine psichedelica, schizofrenica, nevrotica, coriandolizzata, è una specie di caleidoscopio che fa solletico all’occhio e crea uno spettatore superficiale, che pretende di fare lui il film, cambiando continuamente.”

Mentre il regista parla, Mastroianni ascolta con quello sguardo che sorride sempre. Ecco, conclude Fellini, quello che ci aspetta. Un pubblico di insetti. Frenetici e impazienti. Cambio canale. Voilà La Cinq. Per gli italiani lo storico debutto di Canale 5 era durato poco più di un’ora. Questa volta, ne sono previste quattro. Il Gran Galà è ritrasmesso anche in Italia, commentato da Mike Bongiorno e Maurizio Costanzo. Per il lancio, Berlusconi ha deciso di apparire in video. L’uomo tv integrale, che investe miliardi nelle reti, compra i programmi, li inventa, li produce e infine ne diventa anche il presentatore. Le prove generali del debutto le hanno viste milioni di italiani, alla seconda puntata di Spot, il settimanale di Enzo Biagi.

Per farsi intervistare dalla Rai, Berlusconi ha chiesto di registrare nei suoi studi: si fida delle domande di Biagi, non dei registi del servizio pubblico. Chiede di affidare le riprese a Valerio Lazarov, mago degli effetti speciali. La società di produzione Videotime ha comprato le tecnologie più avanzate d’Europa, computer che possono fare quasi cento immagini di sintesi.

Ponte aereo Parigi-Milano. Berlusconi organizza charter speciali per accogliere in patria tutte le vedette. Le chiama star, all’americana. Mancano i grandi nomi. Il Cavaliere avrebbe voluto Alain Delon, il più bello del cinema francese, ma anche il più bizzoso e imprevedibile. Deve accontentarsi di Elisabeth Tordjman, presentatrice del servizio pubblico e Roger Zabel, conduttore di giochi a premi per Canal Plus, incaricato anche di replicare Pentathlon, edizione francese del gioco di Bongiorno.

L’unico divo di una certa notorietà già ingaggiato è Alain Gillot-Petré, una sorta di colonello Bernacca di Antenne 2 che riesce a rendere avvincenti le previsioni meteorologiche. Il regista, Davide Rampello, ha coniato questo motto: “Immagini di qualità, ritmo nella presentazione”. I due conduttori devono ricucire fra loro diversi sketch di cantanti, attori, celebrità varie. Ci sono Sting e gli Spandau Ballet, i piùclassici Charles Aznavour, Johnny Halliday, Sylvie Vartan, Mireille Mathieu, il neopremiato di Sanremo Eros Ramazzotti, Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Rudolf Nureyev.

C’è anche Horst Tappert, il protagonista della serie L’Ispettore Derrick che in Italia è trasmesso dalla Rai, mentre in Francia debutta su La Cinq. Non bastano i sorrisi, i regali, le cene italiane offerte nel suo attico su due livelli con vista sull’Arco di Trionfo, i viaggi sul Falcon privato fino nella sua villa di Arcore. Berlusconi fa offerte che sono il doppio o il triplo di quello che si guadagna nel servizio pubblico. Alla fine, riesce a convincere solo qualche personaggio. Si scontra con una resistenza culturale, una forma di diffidenza da
parte di chi non ha mai visto girare tanti soldi.

Uno dei più noti conduttori televisivi, Philippe Bouvard, confessa:
“Mi hanno detto chiaramente che se vengo da te, sono morto”. Colmo dell’umiliazione e dell’ostracismo, la Fininvest non riesce neanche ad affittare uno studio francese nel quale celebrare il battesimo della sua nuova creatura.

La prima televisione commerciale della storia francese nasce in trasferta, a Milano. Un corpo estraneo. Berlusconi porta personalmente a Parigi la videocassetta del programma registrato. Ha supervisionato fino all’ultimo fotogramma, è rimasto presente durante tutto il montaggio. Poco prima di finire, decide di cambiare un dettaglio del testo. “Cercatemi lo speaker”, urla ai suoi collaboratori. È già andato via. “Allora faccio io.” Va nella sala di registrazione. Davanti al microfono, sta per infilarsi le cuffie. Si blocca. Teme di scompigliarsi i capelli, perfettamente pettinati. I suoi collaboratori assistono a una scena grottesca. Berlusconi tenta di fare lo speakeraggio tenendo la cuffia con una mano, senza indossarla. Diventa una situazione ingovernabile. Dopo vari tentativi, se ne va, furioso.

Mette la cassetta Ampex nella valigetta e parte in aereo per Parigi. Alle 20.20 Berlusconi arriva in Rue de Tilsitt, i televisori sono sintonizzati su La Cinq. Dalla sua casa guarda la Tour Eiffel illuminata: “Eccola lì, la nostra antenna. Chi avrebbe immaginato una cosa del genere. In questi giorni molti industriali hanno telefonato per farmi gli auguri. Sono gli stessi che pensavano fosse impossibile entrare nel mercato francese”. Ai giornalisti invitati annuncia l’imminente sbarco in Spagna, Germania, Portogallo, Gran Bretagna. L’Europa televisiva unita. Alle 20.30 di giovedì 20 febbraio 1986 sugli schermi francesi scende una pioggia di paillette e piume bianche. Berlusconi guarda il balletto di Nadia Cassini. “Stupendo.”

Carmen Russo fa un elogio del “french lover”, niente di personale. La contro-programmazione delle reti pubbliche offre spunti di ironia. Antenne 2 trasmette un film con Louis de Funès e Yves Montand, dal titolo La folie de grandeur. Invece Tf1 manda in onda un faccia a faccia giornalistico con il leader dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen. In Italia, invece, la Rai ha inviato a New York Raffaella Carrà che duetta con Ella Fitzgerald e balla un rock con il figlio di Ronald Reagan.

Berlusconi ne è convinto. Quello che va bene agli italiani, va bene anche ai francesi. Varietà e serie americane. Oltre metà del palinsesto di La Cinq è composto da programmi o film delle reti italiane. Non capisce l’ostilità che lo circonda. “I francesi hanno una qualità: si credono sempre i migliori. E un difetto: si credono sempre i migliori.”

Non capisce neanche chi è quell’uomo con la voce pastosa, la camicia bianca aperta, mal rasato. Serge Gainsbourg, mito della canzone francese, ha un fascino e un’eleganza tipicamente parigina, falso trasandato. Per Berlusconi è un barbone. Gainsbourg ha accettato di fare una breve comparsata. Deve solo dire qualche parola di incoraggiamento e fare cinque con la manina. Lo costringono a indossare la giacca.

L’ultima intervista italiana di François Mitterrand è a la Repubblica. Un incontro con Bernardo Valli pubblicato il 26 maggio 1994. Il presidente francese ha settantasette anni, è già molto ammalato, sta per lasciare l’Eliseo dopo due settennati, in un clima di decadenza e veleni.

“Mitterrand: rischio Italia”, è il titolo di prima pagina. Lo chiamavano la Sfinge o anche Le Florentin, soprannome del quale andava molto fiero ma che per i francesi non è sempre un complimento. Alla domanda “Cosa distingue oggi la destra dalla sinistra?”, Mitterrand ha un esordio fulminante: “Di solito è la gente di destra che fa questa domanda”. Poi, prosegue: “Per me la differenza è evidente. Ci sono quelli che vogliono conservare e quelli che vogliono trasformare”. Le domande sono altrettanto costruite, forse oggi sarebbe impensabile porle a un capo di Stato occidentale.

“Si dice che la fine del comunismo, dell’utopia comunista che era un’espressione estremista della ragione, abbia messo in crisi la ragione stessa e che dunque si va verso una forma di messianismo”. Risposta: “Credo, come voi, che le forme di messianismo si svilupperanno ma, per una specie di dialettica permamente, anche le forze della ragione”. Oppure, quest’altro scambio di battute. “Dopo aver vissuto i cambiamenti di questa fine secolo, conserva il suo ottimismo e la sua fede nell’uomo?” “Non ho litigato con lui, ma l’ho sempre giudicato uguale a se stesso.” “Tristemente costante?” “Costante, senza avverbio.”

In mezzo a questa riflessione, due pagine intere sulla caduta delle ideologie, la scomparsa dell’Unione Sovietica, il Trattato di Maastricht, la Germania di Kohl e l’Inghilterra della Thatcher, il terrorismo in Algeria e la guerra in Bosnia, in mezzo a tutto questo sembra impossibile che a parlare sia proprio lo stesso uomo che ha spalancato le porte di casa a Silvio Berlusconi, salvo poi mandarlo via con un calcio.

Il Cavaliere che dieci anni prima bussava all’Eliseo per avere qualche frequenza televisiva ora è un suo pari. Ha appena vinto le elezioni, creando in pochi mesi un nuovo partito, Forza Italia, alleandosi con la Lega Nord di Umberto Bossi e l’Msi di Gianfranco Fini. La presenza dei neofascisti nell’esecutivo è il tema più scottante del momento. Eppure è l’aspetto che colpisce di meno il presidente francese.

Mitterrand si preoccupa invece della “politica come marketing”. “Il popolo italiano si è pronunciato in condizioni democratiche. Ma occorre che i mezzi di informazione dei cittadini siano uguali e giusti per tutti. Quando si posseggono quelli più importanti, si ha la possibilità di impressionare perlomeno provvisoriamente l’opinione e dunque vincere in condizioni equivoche.” Mitterrand è in qualche modo già postideologico sul tema dello sdoganamento dei neofascisti. La questione politica che lo spaventa è quella che la sinistra italiana non ha saputo affrontare né allora né dopo. Il conflitto di interessi.

La Cinq è stata per Silvio Berlusconi la prima, grande sconfitta. In un sistema come quello francese, fortemente regolamentato e con un ruolo di vigilanza dello Stato, il Cavaliere non è riuscito a imporsi. Quel funerale catodico del 12 aprile 1992 segna il declino del Berlusconi imprenditore internazionale. E l’inizio della sua avventura politica. Pochi mesi prima dell’oscuramento dell’emittente francese, a Milano viene arrestato Mario Chiesa. È l’inizio di Tangentopoli, la fine della Prima Repubblica. Due anni dopo, il Cavaliere annuncia in tv la sua discesa in campo. “L’Italia è il paese che amo.”

La televisione commerciale francese ha prosperato. Tf1 ha ripreso molti dei divi e dei giornalisti della defunta concorrente, portando avanti quella missione: dare voce alla maggioranza silenziosa, rappresentare la pancia del paese. L’uscita di Berlusconi non ha comportato la scomparsa automatica di un certo modello televisivo. L’Italia ha continuato però a essere un laboratorio. Nell’estate 2010 si faceva fatica a spiegare alle colleghe francesi cosa fossero, esattamente, le veline.Il termine era intraducibile. Esistono le soubrette, le presentatrici. Le veline, no.

Le frequenze alle quali l’imprenditore milanese e i suoi soci francesi hanno dovuto rinunciare sono state subito riassegnate. Sugli schermi, al posto del 5 con la stella gialla, è comparso il marchio di Arte, il canale franco-tedesco che trasmette documentari, cinema d’autore, inchieste. Un rito di purificazione.
(fonte: “Il Post”, 21 giugno 2012 – di Anais Ginori)

TELEFILM

Se i politici citano Tony Soprano
Certo, le citazioni dei Righeira e Aldo Biscardi, con cui Matteo Renzi ha annunciato la sua sfida contro la vecchia nomenklatura del Pd, saranno anche post e pop, linguaggio e non pantheon, ma rappresentano pur sempre il grado zero della cultura popolare. Faremo mai in tempo a vedere un politico che infarcisce i suoi discorsi con citazioni ironiche di Tony Soprano, di Don Draper, del presidente Josiah «Jed» Bartlet o dobbiamo ritenere questa eventualità molto remota per il carico di ambiguità e intellettualismo che si porta dietro?
È dunque giusto segnalare che Rai4 sta riproponendo «The Sopranos» (1999-2007), la serie HBO di David Chase che sintetizza e rivisita tre quarti di secolo d’immaginario letterario, cinematografico e televisivo sulla mafia italo-americana, proponendo, al tempo stesso, uno spietato ritratto a tutto tondo della società statunitense contemporanea (domenica, ore 21.10). È vero che alcuni politici italiani, senza vederla, hanno accusato la serie di apologia della mafia (per accontentare alcune retrive associazioni di italo-americani), ma la svolta che sogniamo è proprio questa: politici nutriti di una cultura pop intelligente, ironica, piena di sfumature psicologiche. E dire che la serie è circolata non poco anche da noi: sulle reti generaliste (Canale 5 la trasmetteva d’estate, in terza serata, con tanto di bollino rosso), sulla pay e ora sul digitale free.
Eppure, basta un’inquadratura per accorgersi che ci troviamo di fronte a una tv che fa catalogo, a una tv riproponibile in continuazione (al pari di certi libri che vengono ristampati di generazione in generazione). L’idea di prendere un boss mafioso, l’ultimo erede delle famiglie che spadroneggiano nel New Jersey, e farne un caso clinico, un fragile depresso che ogni settimana deve incontrare una psicoterapeuta, è assolutamente e tragicamente geniale. Chissà che fiction segue Matteo Renzi!
(fonte: “Corriere della Sera”, 26 giugno 2012 – articolo di Aldo Grasso)


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