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Edicola – “Io Donna” intervista Jennifer Lawrence e Lenny Kravitz 22 marzo 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Film, Interviste, Io Donna, Musica.
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Il settimanale femminile del Corriere della Sera “Io Donna” (RCS Editori), in edicola sabato prossimo 24 marzo con il quotidiano al prezzo complessivo di 1,50 € (qui sotto la copertina in anteprima esclusiva), propone tra l’altro due interviste all’attrice Jennifer Lawrence e al cantante Lenny Kravitz, ambedue nel cast dell’attesissimo film “Hunger Games”.

A seguire, le due interviste in anteprima assoluta.
Partiamo con quella a Jennifer Lawrence.

SOGNAVO DI FARE IL DOTTORE E MI SONO RITROVATA GLADIATORE

Memorizzate questa ragazza: si chiama Jennifer Lawrence e sta per diventare
l’idolo di tutte le teenager. Perché è l’eroina combattente di Hunger Games,
saga destinata a ripetere il successo di Twilight. L’abbiamo incontrata,
arrampicata su feroci tacchi a spillo. Ma colta da improvviso imbarazzo

di Alessandra Venezia

Atletica, forte, la voce profonda, i modi spicci, poco diplomatici e il talento non ancora affinato – a differenza di tante colleghe – di nascondersi dietro le parole. Jennifer Lawrence (una nomination all’Oscar a soli 19 anni per Un gelido inverno) sembra contraddire tutte le regole e gli stereotipi delle neostar che popolano la scena hollywoodiana. Forse perché è una ragazza di provincia. Che, non a caso, oggi, per la giornata campale con la stampa, si è messa decisamente in tiro. Forse un po’ troppo: sono le nove di mattina e lei indossa una gonna attillata e un blouson in tinta, i capelli ondulati li ha pettinati perfettamente e il trucco è impeccabile. Ma più dell’eleganza, quello che colpisce in lei è la sua freschezza, la sua aria sana. E due tacchi a spillo tanto alti quanto improbabili.

La seconda puntata della serie, Catching fire, è in lavorazione, la terza ha già una data d’uscita, il 2015. Il suo personaggio è Katniss Everdeen, arciera e pasionaria di un immaginario futuro in cui i teen ager sono costretti a misurarsi in una crudele sfida tra gladiatori organizzata dal governo centrale. È molto p

Jennifer Lawrence è rassegnata: sa bene che il suo ultimo film, Hunger Games (tratto dalla trilogia di Suzanne Collins, 23 milioni abbondanti di copie vendute), appena arrivato su migliaia di schermi americani (da noi uscirà il primo maggio), cambierà radicalmente la sua vita.

La seconda puntata della serie, Catching fire, è in lavorazione, la terza ha già una data d’uscita, il 2015. Il suo personaggio è Katniss Everdeen, arciera e pasionaria di un immaginario futuro in cui i teenager sono costretti a misurarsi in una crudele sfida tra gladiatori organizzata dal governo centrale. È molto probabile che Katniss sostituirà, nei sogni delle adolescenti, Bella, la protagonista della saga Twilight. Così Jennifer, entrerà d’autorità, a ventun’anni, come Kristen Stewart, nel pantheon delle star di serie A. «Dovrò infilarmi un paio di occhialoni neri ogni volta che uscirò di casa per proteggermi dai flash dei paparazzi» sospira.

Si sente pronta per questa grande svolta?
Sì, sono pronta, ma anche terrorizzata. Ci penso ormai da dieci mesi. Ma poi come si fa a sentirsi pronti per qualcosa che non conosciamo? Io… ho paura.

Ma di che cosa?
Mi fa paura uscire di casa, in questi giorni me ne sto rintanata. Da quando ho visto tutte quelle mie foto online, scattate a mia insaputa, mentre esco, rientro, vado a fare la spesa, guido e parcheggio, mi pare di non avere più una vita. È la cosa più brutta che mi sia mai capitata. Vedermi su internet, sapere di essere seguita giorno e notte… forse devo solo abituarmici.

Eppure sembra un tipo deciso e forte. Era così già da bambina?
Sono nata e cresciuta a Louisville, nel Kentucky. Sono mezza cittadina e mezza campagnola: vicino a casa avevamo una fattoria con molti animali. Da piccola sì, ero molto determinata, quasi testarda. Ho due fratelli maggiori, ma non sono mai stata trattata come la piccolina da proteggere. Anzi, ero un maschiaccio: correvo, saltavo, non stavo mai ferma e adoravo i cavalli.

Sognava di diventare una cavallerizza?
No, no, sognavo di fare la segretaria, battere a macchina, prendere appunti e organizzare la scrivania: per anni è stata la mia grande aspirazione. Poi ho cambiato direzione: volevo diventare dottore e giravo con lo stetoscopio al collo. Visitavo chiunque mi capitasse a tiro.

E quando ha scoperto la recitazione?
Per puro caso. Avevo 14 anni, ero a New York con mia madre, ferma sul marciapiede a guardare i rap-dancer, quando un ragazzo con la macchina fotografica si avvicina e chiede il permesso di scattare una foto. «Perché no?» dice la mamma, divertita… A New York può succedere di tutto.
Dopo qualche settimana mi chiamano a casa e mi propongono di fare una pubblicità. In breve, sono diventata modella, ma senza troppo entusiasmo. Il mio agente, tuttavia, era sempre lì a martellarmi: «Preferisci essere una modella di successo o un’attrice che fa la fame?». Per carità, non ho avuto un attimo di esitazione.

E si è iscritta a un corso di recitazione.
No, mai. Ho sempre seguito il mio istinto. Quando sono sul set e recito – non so come spiegarlo – mi viene fuori qualcosa che non controllo bene, divento un’altra.

Parliamo di Hunger Games in cui Suzanne Collins descrive la società del futuro corrotta, incivile e violenta. Secondo lei stiamo andando in quella direzione?
Non sono né ottimista, né pessimista. Confido molto nella generazione che seguirà la mia. Magari se ne usciranno con qualche idea geniale… lo spero proprio.

Come si spiega il successo clamoroso della trilogia?
Viviamo in un mondo ossessionato dai reality show, usiamo le tragedie personali per intrattenere il pubblico e vogliamo scioccare la gente per avere successo. Uccidi o sei ucciso…. funziona ancora oggi come ai tempi dei gladiatori.

Lei ha quattro film in uscita nel 2012 e i progetti fioccano. Ma come si vede di qui a qualche anno?
Con una famiglia e tanti bambini. Recitare è il mio lavoro, ma è solo una piccola parte della mia vita, non certo la più importante. Quello che conta veramente per me è costruire legami duraturi.

Jennifer, è innamorata adesso? (è legata a Nicholas Hoult. Ricordate, era il ragazzino di About a boy? È stato poi lo studente in A Single Man, il film di Tom Ford con Colin Firth. Lui e Jennifer si sono conosciuti sul set di X-Men: L’inizio, film in cui lui interpretava the Beast ndr).
No… non rispondo a queste domande, mi scusi… no… Abbassa la testa. Per la prima volta, durante l’intervista, è in imbarazzo.

Ed ecco l’intervista al cantante Lenny Kravitz, anch’essa in anteprima esclusiva.

CANTO, GIRO FILM E ARREDO CONDOMINI

“Sono a un punto della vita in cui tutto sembra aver trovato il posto giusto” dice Lenny Kravitz,
che in Hunger Games veste i panni di uno stilista. Ma se si sente giù torna al primo amore,
la musica. O si butta sul design. A questo proposito, a Milano…

di Alessandra Venezia

Stimola l’iperbole, Lenny Kravitz. Difficile negare che sia bello, affascinante e famosissimo. Canta, compone e produce musica. Ha vinto quattro Grammy Award consecutivi, ha scritto per Madonna e Michael Jackson. Il suo album Greatest Hits del 2000 ha venduto 11 milioni di copie. Gran seduttore, ha in curriculum relazioni importanti. A Nicole Kidman, fidanzata nel 2004, ha anche dedicato una canzone, Lady. Se non bastasse, quando s’imbatte in un soggetto che gli interessa, accetta volentieri di fare l’attore: dopo il suo ruolo in Precious, nel 2009, appare ora in Hunger Games. Nel film Kravitz è Cinna, lo stilista personale dei Games («L’ ho immaginato un po’ Yves Saint Laurent, un po’ Tom Ford» spiega), che diventa anche confidente e sostegno psicologico di Katniss/Jennifer Lawrence. All’intervista si presenta vestito tutto di nero, al collo porta una catena di metallo brunito e brillantini, una serie di anellini alle orecchie e gli inseparabili occhiali neri.

Al secondo film, e con un terzo in cantiere, Lenny Kravitz ormai ha anche una carriera cinematografica?
È cominciato per caso, una sera di qualche anno fa, in un ristorante: ero con Julian Schnabel che mi presenta Lee Daniels, il regista che di lì a poco avrebbe girato Precious. Credo di essere a un punto della mia vita dove tutto sembra aver trovato il posto giusto. Quando ero bambino recitavo a teatro. Mia madre faceva parte del Negro Ensemble Company, un gruppo molto affermato negli anni Sessanta e Settanta a New York. Infatti tutti pensavano che sarei diventato un attore.

E invece?
Invece la musica mi ha conquistato.

Lei ha molte passioni. Ha fondato anche un’azienda di interior design…
Anche in quel caso tutto risale alla mia infanzia. Da bambino mi piaceva scegliere e sistemare le mie cose, le luci, gli oggetti. Quando con il primo album mi sono potuto permettere un appartamento a New York, finalmente ho potuto arredarlo a modo mio, costruendo anche i mobili. Una passione che è diventata un’ossessione: compravo una casa, l’arredavo e la rivendevo.

E poi, com’è andata?
A un certo punto ho deciso che forse potevo fare questo lavoro per altra gente. E così Kravitz Design è diventata una bella ditta. Ora mi sto occupando di un condominio di 47 piani a Miami. Sto lavorando con Philippe Starck e Sam Nazarian e in aprile sarò a Milano con un progetto segreto…

E dire che all’inizio dava l’impressione di vivere con disagio il successo.
Deve essere il classico senso di colpa ebraico! (ride). C’è una battuta di Woody Allen che ripeto sempre: «Se chi mi sta intorno non è contento, anche per me è difficile esserlo».

Quanto è importante per lei la fede?
Sono cresciuto apprezzando la cultura ebraica, ma da piccolo frequentavo sia il tempio sia la chiesa, mia nonna era cristiana. Non ho mai capito i pregiudizi, neppure mi rendevo conto che ci fosse differenza tra bianchi e neri. Non sapevo che mio padre fosse bianco finché non me lo fecero notare. Pensavo che tutti fossero diversi, come le persone che frequentavano casa nostra. Io credo fermamente in Dio e Dio è sempre presente nella mia vita.

Lei è figlio unico, vero?
Sì, ero un bambino per certi versi introverso: ero socievole, ma allo stesso tempo avevo bisogno di spazio per me stesso. Passavo ore e ore da solo, sapevo come tenermi compagnia.

Chi l’ha influenzato nella sua vita?
Mia madre. È stata la persona più importante, purtroppo se ne è andata troppo presto. Dedico tutto a lei. Anche il fatto di passare metà del mio tempo in Francia è per lei, che sognava sempre di andarsene in pensione lì, avere una casa piena di libri, imparare il francese, bere vino e godersela.

Quando si sente giù, che cosa l’aiuta?
Scrivo una canzone.