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Intervista esclusiva ad Alessandra Comazzi, critico televisivo de “La Stampa” 15 marzo 2012

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Interviste.
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Vi propongo di seguito un’intervista che ho realizzato ad Alessandra Comazzi, giornalista e critico televisivo (la trovate quotidianamente su “La Stampa” con il suo spazio “Cose di tele”), volto noto per la sua partecipazione a vari programmi del piccolo schermo, nonchè segretario dell’Associazione Stampa Subalpina. Ringrazio molto Alessandra per la gentilezza e disponibilità.

Come è iniziata la tua passione per il giornalismo e per la critica televisiva?
Sono figlia di un tipografo, il Tipografo di Trino delle mie recensioni. Lavorava alla “Stampa”, il quotidiano di Torino, dove credo di essere entrata per la prima volta a sei mesi. L’odore del piombo, che allora c’era, l’ho letteralmente assorbito con il latte. Era molto naturale, per me, scrivere, pensare a titoli e occhielli. Alla fine del liceo ho cominciato a collaborare alla “Voce del popolo”, il settimanale della diocesi. Poi a “Stampa Sera”.

La critica televisiva. Casuale. Lavoravo al settore Spettacoli della “Stampa” come capo servizio. Avevo poco più di trent’anni, ma all’inizio del mio percorso lavorativo ho davvero bruciato le tappe. Il nostro critico tv di allora, Ugo Buzzolan, muore prematuramente. La critica televisiva era molto ambita. Il direttore, Paolo Mieli, per togliersi d’impiccio, son convinta, l’affidò a me, allora ragazza giovane che comunque aveva già anni di esperienza redazionale. Andò bene, continuai. Era l’inizio degli Anni Novanta.

Come e quando sei approdata al quotidiano torinese “La Stampa”, con cui continui a collaborare regolarmente ancora oggi?
Dopo due anni di collaborazione a “La Voce del popolo” e “Stampa Sera”, a 21 anni esatti, mi hanno assunto a “La Stampa”, che stava lanciando le edizioni delle province del Piemonte più la Liguria, a quei tempi realizzate a Torino. Io fui assegnata alle Cronache del Novarese, la provincia del VCO non c’era ancora. Assunzione a tempo indeterminato a 21 anni. Fantascienza. Tutti cominciavano a lavorare prima di quanto accada adesso, ma il mio caso fu oggettivamente anomalo. A 23 sono diventata professionista e per un po’ sono stata anche la più giovane giornalista professionista d’Italia. Ma, come tutte le cose legate alla gioventù, è passata in fretta…

Come è cambiato il panorama televisivo negli ultimi anni? E cosa è cambiato di conseguenza nella professione di critico televisivo?
Il cambiamento maggiore è la mancata condivisione della tv. Nel senso che, ai tempi di Buzzolan, un programma della Rai del monopolio era seguito praticamente da tutti coloro che guardavano la tv. Lui scriveva di “Portobello”, per esempio, e tutti avevano visto Portobello. Io parlo invece di trasmissioni che per forza ha visto soltanto una parte degli spettatori. Quindi interpreto il mio lavoro soprattutto come una guida nel grande mare dei palinsesti. Preferisco segnalare quello che vale la pena seguire che non intestardirmi a stroncare quello che ho già stroncato trenta volte.

Quale genere televisivo segui con più interesse?
Mi interessa la fiction. Quella italiana e le serie straniere, americane, inglesi, francesi. Trovo che siano un ottimo modo per descrivere la società e i suoi cambiamenti.

E quali serie hai seguito regolarmente ed apprezzato di più tra quelle viste negli ultimi anni?
Ho molto amato la prima CSI, il Dr. House, amo il noir ma trovo che stia diventando stucchevole.

Ritieni che i dati Auditel siano un parametro affidabile per valutare la buona riuscita di un programma? Cosa proporresti per adeguarlo al diversificato panorama televisivo odierno?
Sono un parametro, un valore convenzionale, accettato da tutti i soggetti interessati. Il punto sarebbe: non esserne schiavi. Non essere schiavi delle inserzioni pubblicitarie. La Rai potrebbe liberare una delle sue reti generaliste dall’obbligo del raggiungimento dello share. E dagli spot. Andrebbe inoltre nuovamente introdotto l’indice di gradimento. Perché guardare non significa apprezzare. Esiste anche quello che Arbore chiama il “pasqualismo”, dalla scenetta di Totò: guardo perché voglio vedere fino a dove hanno il coraggio di arrivare…

Ti capita di girare per i blog e siti a tematica televisiva, per leggere i commenti e i pareri degli appassionati sui programmi televisivi?
Sì, lo faccio, ma non in modo assatanato. Devo dire che io stessa ho un blog, ho 5000 amici su FB, ho una pagina che si chiama Cose di tele, dove tutti scrivono. Mi sento di dire che ho già il mio bel daffare a star dietro a tutti i miei blogger/amici. E mi dicono cose interessantissime.