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TeleNews #105 – Mediaset: Confalonieri, costretti a tagli senza basi per la ripresa – Endemol all’offensiva sul Web – Arriva Ma l’amore no: Fazio e Saviano a Torino – La marchetta di Massimo Gramellini da Fabio Fazio – Critica: Il giovane Montalbano, Panariello non esiste, La Certosa di Parma – L’intervista: Elio Germano – Amici 11: vincono i verdi – Telefilm: la Love Boat sul viale del tramonto 9 marzo 2012

Autore: Antonio Genna
Categorie: Cinema e TV, Interviste, TeleNews.
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Lo spazio “TeleNews – Notizie dal mondo della televisione” propone una rassegna stampa - segnalando le fonti di provenienza - di notizie ed argomenti vari legati al mondo dello spettacolo e della televisione italiana e straniera, e che non hanno trovato posto in altri appuntamenti abituali del blog.
Se avete segnalazioni da fare, lasciate il vostro messaggio qui.

  • Mediaset: Confalonieri, costretti a tagli senza basi per la ripresa
    “Un’azienda come Mediaset, in una fase di rallentamento della dinamica dei ricavi con conseguente forte contrazione dei profitti, ha deciso di non intaccare i propri livelli occupazionali. Ma è evidente che se non si pongono le basi per una ripresa dell’economia e del mercato pubblicitario, sara’ inevitabile farlo. E come Mediaset, molte altre aziende italiane saranno costrette a farlo”.
    A lanciare l’allarme è Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, nel corso dell’audizione in Commissione Bilancio di Montecitorio. Parole pronunciate a poche ore dall’incontro con il premier Mario Monti, oggi a Palazzo Chigi, e sul quale Confalonieri non ha voluto rilasciare dichiarazioni: “ubi maior minor cessat”, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano dell’incontro.
    Ma nell’intervento in Commissione il presidente di Mediaset non nasconde le preoccupazioni per il futuro. E per un presente minato dalla crisi. “Tutte le manovra poste in essere negli ultimi mesi – attacca – portano ad effetti recessivi sull’economia e un inevitabile aumento della disoccupazione. A prescindere, quindi, dall’ovvio rafforzamento degli ammortizzatori sociali necessari per evitare effetti indesiderati in termini di clima sociale, un’attenzione particolare va riposta sui temi strutturali che riguardano l’occupazione”.
    E ancora. “Anziche’ dedicare risorse mediatiche e politiche in una battaglia sull’articolo 18″ rincara la dose, dopo aver sottolineato che “bisognerebbe in concreto agire per ottenere obiettivi di breve termine quale l’aumento della produttivita’ del lavoro e il miglioramento delle condizioni ‘ambientali’ per facilitare l’insediamento in Italia di nuove attivita’ portatrici di impiego”.
    (fonte: Adnkronos, 7 marzo 2011)
  • Endemol all’offensiva sul Web
    YouTube e i social network. Nel futuro del Grande Fratello ci sono nuove forme di intrattenimento. Evitato il dissesto finanziario, la casa televisiva olandese Endemol può tornare a concentrarsi sul business. La televisione degli ultimi 50 anni è il passato: sempre meno persone guardano la tv, ma mai come oggi la gente passa così tante ore davanti a uno schermo, dal pc allo smartphone al tablet.
    Così dopo aver rivoluzionato quindici anni fa il mondo della tv, nonché intere generazioni di adolescenti, Endemol rimescola le carte. Necessario fare un passo in avanti ed essere ancora una volta i pionieri. Sistemato il macigno del debito (2,1 miliardi di euro scesi a 500 milioni) e rifiutato il corteggiamento del colosso di Hollywood Time Warner e dell’italiana Clessidra, il presidente (con funzione di ad) del gruppo, l’italiano Marco Bassetti, dal suo ufficio di Londra traccia la nuova rotta.
    Dopo un anno e mezzo di limbo, Endemol è salva. I creditori prendono il controllo, mettendo in minoranza gli azionisti storici. Come reagite?

    I creditori hanno deciso di convertire dando fiducia alla società, al suo piano di rilancio alla luce degli ottimi risultati maturati quest’anno. Ora Endemol ha una struttura di bilancio solida, il debito sarà assolutamente sostenibile e la società ha grosse potenzialità di crescita. È bene comunque chiarire che si tratta di un accordo preliminare che dovrà essere formalmente approvato.
    FonSai, Seat, Endemol, tre casi molto simili con debiti superiori ai 2 miliardi ma con soluzioni diverse. Come avete convinto i cinici hedge fund?

    Nel nostro caso abbiamo convinto i creditori a diventare azionisti, dopo aver tagliato e ristrutturato, ora siamo più efficienti e flessibili. Non è stata una passeggiata di salute, ma i risultati di quest’anno dimostrano che la società ha un business forte, sano e in crescita.
    Che succederà con Mediaset, uno dei tre soci storici nonché uno dei clienti principali?

    Endemol è sempre stata e sarà una società indipendente. Per quanto riguarda Mediaset, rimarrà nostro cliente: nei Paesi dove siamo presenti, i nostri clienti sono i leader di mercato e Mediaset lo è in Italia e Spagna.
    Ma un business con molta concorrenza dà meno ricavi e margini. Come contrastare il trend?

    Questo è vero, ma è anche vero che la tv commerciale è di gran lunga il mezzo che raggiunge il maggior numero di consumatori. C’è una forte tendenza nelle televisioni europee a tagliare costi (per BBC 3.500 licenziamenti in due anni) e i programmi prodotti all’esterno costano molto meno: è il nostro mestiere e una grande opportunità per noi. In Italia so che ci sono piani di riduzione da parte di Rai e Mediaset, spero però che i tagli avvengano più su costi di struttura che sul prodotto perché in Italia c’è una scarsa innovazione, dovuta anche alla modesta penetrazione di contenuti nei new media.
    Ma se la torta pubblicitaria cala, anche i prezzi scendono. E quindi si torna al problema di partenza…

    Noi ci siamo già adeguati al nuovo contesto e stiamo producendo una serie di programmi «low cost». Gli introiti che si perderanno nella pubblicità, Endemol li recupererà con nuove forme di ricavi: sfruttando il brand e le modalità «fuori onda». Per esempio, il nostro programma The Bank Job è stato presentato come un gioco multipiattaforma e una settimana dopo la prima puntata aveva già totalizzato 1,7 milioni di partite online.
    Creare marchi forti per poter aggredire nuovi mercati è il nostro principale impegno. Se è vero che le tv tradizionali oggi perdono audience, a livello complessivo le ore passate davanti allo schermo per intrattenimento aumentano. Per questo lavoriamo con tutti i grandi social network, che saranno in futuro i veri concorrenti delle televisioni tradizionali: anche in Italia abbiamo canali con YouTube.
    Intanto, però, dovete fare i conti con un mercato stanco. Dopo tredici anni, il Grande Fratello sembra ormai avere il fiato corto. I reality show sono a fine corsa?

    È vero il contrario. I reality ora sono ovunque. Prima c’era solo il Grande Fratello, oggi sui nuovi canali digitali, il 90% dei programmi sono reality. Il reality è ancora una componente del business di Endemol, ma oggi abbiamo fatturati maggiori in altri generi come i game e le fiction, nei quali stiamo crescendo a due cifre.
    La Endemol del futuro sarà dunque meno tv in senso tradizionale e più marketing?

    Il vero grande rischio per le Tv generaliste è di invecchiare con il suo pubblico, la vera sfida per chi fa televisione è quella di attrarre le nuove generazioni. Endemol ha le carte giuste: siamo presenti in 31 Paesi, espanderemo la nostra gamma di prodotti su tutta la piattaforma.
    Ma con l’Italia in recessione e l’Europa al palo, dov’è la crescita?

    Anzitutto vorrei ricordare che siamo leader mondiali nel nostro settore. Stiamo crescendo a doppia cifra nei game e nella fiction. Negli Usa siamo entrati nella fiction e siamo leader nella tv via cavo, cresciamo anche nei paesi emergenti come Brasile, Russia e India ma essendo presenti ormai in 31 paesi con strutture produttive e operative, più che crescere vorremmo espandere la nostra gamma di prodotti su tutta la piattaforma, rispondendo alla crescente domanda di contenuti di intrattenimento.
    (fonte: “Il Sole 24 Ore”, 4 marzo 2012 – intervista di Simone Filippetti)
  • Arriva “Ma l’amore no”: Fazio e Saviano a Torino
    Fabio Fazio e Roberto Saviano tornano finalmente in tv: lo faranno per due/tre sere di seguito da Torino, in maggio, su La7, durante il Salone del Libro (il salone dura dal 10 al 14, le due serate certe sono la domenica 13 e il lunedì 14, forse anche il martedì). Non sarà un programma di libri, piuttosto di cultura in senso ampio, di «parola». Si dovrebbe intitolare Ma l’amore no . E andare in onda da un set bellissimo, le Ogr, quelle Officine Grandi Riparazioni, un tempo ostello e clinica di treni, adesso esempio di archeologia industriale riutilizzata. Nel 2011 è andata in scena qui la grande mostra sui 150 anni dell’Unità d’Italia, che riaprirà il 17 marzo fino al 4 novembre e sarà affiancata da mostre tematiche, come quella sui cento anni della casa editrice Einaudi. Assicura Maurizio Braccialarghe, direttore «in sonno» del Centro di produzione Rai di Torino e ora assessore alla Cultura del Comune, che «domani si svolgeranno i primi sopralluoghi alle Ogr» per vedere se il set è adatto.
    Ma l’amore no , dunque, un programma di parola e di parole, in montaliana consapevolezza, «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato». Parole molto evocative fin dal titolo, che riprende una struggente canzone Anni 40. Fabio Fazio ama i titoli tratti da canzoni. Anima mia , i mitici Cugini di Campagna e i loro colorati Anni 70 recuperati con tutti i loro zatteroni; Vieni via con me , di contiana memoria, che su Raitre fu il programma più visto della stagione, dopo il Gran Premio di Abu Dhabi. «Dieci milioni di spettatori, costi bassi e temi etici», disse allora il direttore Paolo Ruffini. Ma poi Ruffini da Raitre è andato via, portando con sé a La7 alcuni personaggi sgraditi, o almeno malsopportati in Viale Mazzini, Serena Dandini, Roberto Saviano per l’appunto. E quando Raitre si mostrò disinteressata a ripetere l’esperienza Vieni via con me , ne approfittò subito: «Magari in maggio non faremo più tutti quei milioni di spettatori o forse sì, chissà».
    Ma perché la Rai ha evitato con tanta cura un programma che univa qualità e quantità, che era squisitamente, felicemente pop? Sembra una di quelle assurdità tipiche di viale Mazzini, che non si possono spiegare certo con motivi artistici ma neanche solo politici. «La Rai ha trattato malissimo quella trasmissione – ha detto Fazio – Un atteggiamento incomprensibile: non ci è stato consentito realizzare una puntata in più, nemmeno mezz’ora in più. La logica sarebbe stata fare subito un contratto a Saviano. Invece niente. Intanto ora facciamo La7, a maggio, poi chissà. Le cose hanno una stagione, non sono eterne. Anche se non ci aspettavamo una reazione simile da parte della Rai». In effetti, era bastato che una serie di persone neanche troppo televisive andasse in tv a dire parole di senso, che il senso della televisione fosse ritrovato. E non era questione di destra e di sinistra, sbagliava chi diceva che il programma era un elogio della sinistra. Non è vero. Saviano l’ha anche criticata, la sinistra. È stato un programma di civiltà, di cultura intesa come quella cosa che fa bella la vita. Merito di Fabio Fazio, guida e organizzatore di fil di ferro. In anni di accuse di buonismo, non ha mai rinunciato a essere com’è, educato, discreto, bravo nel lavoro. Doti che solo questa società alla rovescia trasforma in difetti.
    Vieni via con me è stato soprattutto teatro in tv. Un esperimento che alle Ogr, a maggior ragione durante il Salone del libro, potrebbe avere il suo massimo significato. Quelle ore di elenchi, monologhi, canzoni, sembravano ciò che di più antitelevisivo si possa dare, in questi videotempi veloci e affrettati, fatti di slogan e non di ragionamenti. Il programma di Fazio ha invece riscoperto il valore della parola. Non a caso, di sfondo, stavano le pietre millenarie di un teatro greco. Con orgoglio intellettuale, il riferimento non detto era al Verbo, «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Orgoglio ma non presunzione, perché la presunzione è fatta di improvvisazione e di superficialità e di scarsa conoscenza dei mezzi propri e altrui. Fazio invece è così: si prepara, e cerca il meglio su piazza, inseguendo il pensiero trasversale. In fondo fu lui a portare Gorbaciov e il Nobel Dulbecco sul palcoscenico di Sanremo. Ebbe un successo ancora ineguagliato, pure quantitativo, e in fondo quel Festival segnò la via.
    (fonte: “La Stampa”, 6 marzo 2012 – intervista di Alessandra Comazzi)
  • Le fiction di Barbareschi in stand-by
    Dopo le polemiche seguite a Walter Chiari – Fino all’ultima risata, è assai probabile che le altre fiction prodotte dalla Casanova Multimedia di Luca Barbareschi subiscano qualche rallentamento. In modo particolare la seconda stagione di Bentornato Nero Wolfe, con Francesco Pannofino nel ruolo del protagonista, soprattutto considerato che non è ancora stata trasmessa la prima. In stand-by, ma già realizzate, sono invece le quattro puntate di Zodiaco – Il libro perduto con Sergio Assisi e le sei puntate di Tutta la musica del cuorecon Francesca Cavallin… Tutte produzioni di lunga serialità per Raiuno giacenti nei cassetti di RaiFiction.

    (fonte: “Il Giornale”, 5 marzo 2012 – articolo di Maurizio Caverzan)
  • La marchetta di Massimo Gramellini da Fabio Fazio
    Domenica scorsa, a Che tempo che fa, Fabio Fazio ha concesso circa 35 minuti al suo amico e ospite fisso Massimo Gramellini, che presentava il suo ultimo romanzo, del quale taceremo il titolo perché, come il contenuto, è del tutto superfluo. Gramellini è la brillante penna che qualche tempo fa, dalla sua rubrica sulla Stampa, ricordava la storia strappalacrime di «Nonna Rai», una vecchina che a un passo dalla tomba e con la pensione minima smuoveva mari e monti pur di pagare il canone Rai alla posta. Con insuperabile modestia, egli dichiarava di essere indegno di paragonarsi all’eroica ottuagenaria, ma la indicava a modello di perduta civiltà.
    Ora ci domandiamo: se la nonnina si è sciroppata i 35 minuti (più di un concerto di Mozart) di sviolinata tra Fazio e Gramellini sul capolavoro di quest’ultimo, è ancora convinta che i suoi preziosi euro abbiano contribuito a una buona causa? Ritiene, la nonnina, che Gramellini sia un autore di tale levatura da imporre un’occupazione così vasta di una trasmissione del servizio pubblico?
    Che Fabio Fazio sia un virtuoso della promozione lo sanno anche i sassi. Fazio adotta il metodo Stanislavskij, lo stesso di Dustin Hoffman: si convince a tal punto che tutti i romanzi che presenta siano capolavori assoluti che quando dice: «Questo è un libro che non potete perdervi, ve lo dico proprio sinceramente», gli daremmo l’Oscar.
    Ma addirittura 35 minuti! E senza mai trovare un difettuccio, anche piccolo, una minima sbavatura, una pagina meno sublime delle altre, un momento in cui la storia si slenta un po’; macché, tutto oro zecchino di primissima qualità nell’ultimo romanzo dell’ospite di riguardo, direttamente forgiato dalle mani geniali di Gramellini, un uomo che continua a ammorbarci col caso Ruby quando non frega più a nessuno, leggendo dai foglietti che si porta in trasmissione, sovreccitato come un bambino cui il maestro d’italiano faccia leggere il tema davanti a tutta la classe.
    Alcuni stolti presero in giro il compianto Funari quando reclamizzava la «mortazza», sublime mortadella tagliata fine, che poi assaggiava in diretta e offriva al deliziato pubblico. Ma Funari, il senso del pudore, ce l’aveva. Fazio, i suoi ospiti, il suo pubblico, ne hanno meno della mortadella che affettava quel grande, che di servizietti pubblici non ne fece mai. Immaginiamo, cosa avrebbe risposto a Gramellini, se gli avesse chiesto: «Mi dai 35 minuti di puntata per parlare di me?». Una cosa del genere: «Fattela da solo, Gramelli’».
    (fonte: “Libero”, 6 marzo 2012 – articolo di Giordano Tedoldi)
  • Ricovero in ospedale per Antonella Clerici
    Un bello spavento per Antonella Clerici. La conduttrice è stata infatti ricoverata al Policlinico Gemelli di Roma, la notte tra il 6 e il 7 marzo, in seguito ad uno shock anafilattico, causato da alcuni antibiotici. Antonella – che ora sta meglio – ha dato la notizia ai suoi fan su Twitter. Ha, inoltre, colto l’occasione per ringraziare l’amico Claudio Lippi che l’ha prontamente sostituita a “La Prova del Cuoco”.

    “Shock anafilattico x antibiotico… Che paura! Notte in osservaz al gemelli. Grazie ai Dt e infermiere del pronto soccorso…..”. Con un messaggio su Twitter la presentatrice ha tranquillizzato i fan, preoccupati per non aver visto dietro i fornelli la loro “Antonellina” nel consueto appuntamento di mezzogiorno, sostituita all’ultimo con Claudio Lippi.
    “Mamma mia che anno con gli ospedali… – ha cinguettato la Clerici – A capodanno maelle ieri io….. Meno male adesso stiamo bene”. La piccola Maelle – avuta dal compagno Eddy Martens – aveva infatti avuto un malore all’inizio di gennaio, situazione che aveva costretto la presentatrice lontano dagli studi televisivi, “cedendo” il posto (anche in quel caso) al collega Claudio.
    “Adesso sto meglio domani spero essere alla prova cuoco…. Il mio amico Lippi anche oggi mi ha dato una mano… Grazie!”.
    (fonte: TgCom24, 8 marzo 2012)

CRITICA TV

Montalbano giovane, era necessario?
Salvo Montalbano e la sindrome di Benjamin Button. In questo prequel, in cui vediamo all’opera Montalbano negli anni dell’apprendistato, una sua indagine riguarda persino un delitto compiuto negli anni Quaranta. Che senso ha il ringiovanimento, e questo procedere all’indietro? La nuova serie composta da sei film è ambientata all’inizio degli anni Novanta e serve a raccontare la nascita della figura del commissario così come è stata poi «mitizzata» da Luca Zingaretti, qui sostituito da Michele Riondino. Inutili i confronti fra i due attori, non servono. Dal suo primo incarico nel paese di montagna di Mascalippa al trasferimento a Vigàta, si snodano i rapporti cruciali di Montalbano: i non facili vincoli con il padre, il commissariato come famiglia allargata e amicale, le complicate relazioni con le donne, l’attrazione per il mare e così via (Raiuno, giovedì, ore 21,20).
La domanda che accompagna la visione (Montalbano è subito chiamato ad indagare su un omicidio commesso la notte di Capodanno) è questa: ma c’era bisogno di stendere su un lettino d’analisi il commissario? Si sentiva la necessità di una lezioncina sulla terapia della famiglia? È così utile indagare sui legami con il fidato Catarella, l’agente imbranato che non azzecca un cognome neanche per sbaglio? E tutte quelle vecchine (la maestra delle elementari, la vecchia curiosa di delitti) aggiungono qualcosa alla personalità del Nostro? Certo, rispetto alla produzione media di Rai Fiction, «Il commissario Montalbano», scritto da Francesco Bruni e Andrea Camilleri, diretto da Gianluca Maria Tavarelli, interpretato da Michele Riondino, Alessio Vassalo, Andrea Tidona, Fabrizio Pizzuto, Sarah Felberbaum è una bella spanna sopra. Ma proprio nell’operazione di ringiovanimento vengono anche fuori tutti i vezzi della scrittura di Camilleri, il «montalbanese» quella lingua artificiale e retrò (il «siciliano riformato» secondo Guido Vitello) così consolatoria come il «muto» di The Artist.
(fonte: “Corriere della Sera”, 3 marzo 2012 - articolo di Aldo Grasso)

Panariello si salva perchè è un semplice
Parlerò subito delle cose che più mi hanno colpito del nuovo spettacolo di Giorgio Panariello. Verso metà programma, gli è uscita un’invettiva contro gli show allestiti sui casi giudiziari (Cogne, Avetrana, Garlasco, Erba…), contro l’invadente figura del criminologo, contro i cosiddetti «opinionisti» a cominciare da Alba Parietti. E più tardi, sul finire di «Panariello non esiste», è tornato sull’argomento prendendosela con Fabrizio Corona, con l’impunità che l’invadente presenza tv garantisce ai protagonisti della «nera», con zio Michele, con i plastici di Bruno Vespa. A quel punto, però, è spuntato Salvo Sottile (forse l’imputato numero uno delle sue invettive) e tutto è finito a tarallucci e vino (Canale 5, lunedì, 21,23).
Vatti a fidare dei comici. Anche Panariello, come Fiorello, ha scelto il lunedì sera per tornare sugli schermi, passando dalla Rai a Mediaset. E forse questo è il suo handicap più grande: la comicità di Panariello, infatti, è tarata sul pubblico di Raiuno («Torna Silvio, Santoro è disperato», «Prima era tutto un magna magna ora è bocconi», la penosa gag con Salemme travestito da Merkel e lui da Sarkozy, il ritorno dell’avvocato Taormina, l’interminabile numero sul ballerino brasiliano…).
Il ritmo è lento, la partner Nina Zilli deve ancora crescere, la ripetizione della famosa lettera di Totò è ormai da arresto immediato, la descrizione dell’orrore delle fiabe è tema abusato. Il programma è stato pensato e scritto con Mario Audino, Paolo Biamonte, Riccardo Cassini, Marco Luci, Sergio Rubino, Walter Santillo, Alessio Tagliento. La regia è di Stefano Vicario e la scenografia di Gaetano Castelli e Maria Chiara Castelli. Alla fine Panariello si salva perché è un semplice. Come tutti i comici sente il bisogno di sermoneggiare ma, in cuor suo, sa che fingere di non esistere è la prova migliore per ribadire il contrario. Almeno per quel fantasma temibile che si chiama audience.
(fonte: “Corriere della Sera”, 7 marzo 2012 - articolo di Aldo Grasso)

Se la Certosa diventa soap
Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò a Milano alla testa del giovane esercito… ». Italo Calvino diceva che «La certosa di Parma» di Stendhal è il più bel romanzo del mondo e si chiedeva per quanto tempo ancora il miracolo potesse avverarsi. Scriveva queste note per presentare la versione televisiva di Mauro Bolognini (1982, sei puntate) sostenendo che i poteri di seduzione di un libro sono cosa diversa dal suo valore assoluto. Non so, fra le persone che hanno visto la nuova versione di Cinzia Th Torrini, sceneggiata da Louis Gardel, Frederic Mora e Francesco Arlanch, a quante verrà il desiderio di prendere in mano «La Chartreuse».
L’unica cosa certa è che hanno visto una versione apocrifa, come spesso succede nella fiction tv (Raiuno, domenica, ore 21,30). Non si capisce infatti se sia una rilettura o un’interpretazione o una trasposizione o una riduzione o tutte le cose insieme. Si capisce molto bene invece quale sia la chiave espressiva di Torrini che, grazie al successo di «Elisa di Rivombrosa», ha ormai tagliato i ponti con ogni velleitarismo culturale per imboccare la redditizia strada della soap.
La storia di Fabrizio Del Dongo, di Gina Sanseverina, di Clelia non è più un insieme di storie diverse tenute insieme da un superbo stile narrativo e dall’architettura di un grande racconto di educazione sentimentale; no, qui la recitazione (Rodrigo Guirao Diaz, Maria Josee Croze, Alessandra Mastronardi) e il tessuto narrativo sembrano dare ragione alla maligna interpretazione di Alberto Moravia che vedeva nel libro solo un insieme dei peggiori luoghi comuni sull’Italia: intrighi, ipocrisie, complotti, incesti, macchinazioni, matrimoni d’interesse, ottusità, tirannie. Il genere soap è proprio composto da questi elementi e impone che il sussurro diventi grido, la leggerezza grevità. Non «La Certosa», ma «Grazie zia».
(fonte: “Corriere della Sera”, 6 marzo 2012 - articolo di Aldo Grasso)

L’INTERVISTA

Elio Germano: “Io, criminale con la faccia d’angelo”
Il primo ad allarmarsi, dopo aver visto solo il promo del film, è stato il protagonista, Felice Maniero, ex-boss della «Mala del Brenta», oggi sotto protezione: «Una misera fiction per fare cassetta – ha dichiarato al Gazzettino -, che ha stravolto la verità e il senso del libro al quale è ispirata». Maniero è preoccupato, un po’ per il cattivo esempio offerto alle nuove generazioni («Oggi più di ogni altra cosa cancellerei il momento in cui ho voluto diventare un boss. Ragazzi, non credete ai miti costruiti dalle cronache nere o celebrate nei vostri quartieri»), un altro po’ (sicuramente di più), per il danno d’immagine, se così si può dire: «Un malavitoso non si comporta in questo modo… comandavo più di 300 persone, e l’unico che ha veramente guadagnato soldi sono stato io. Tutti gli altri sono in galera, vecchi, distrutti, disperati». Elio Germano, protagonista della fiction Faccia d’angelo (12 e 19 marzo alle 21,10 su Sky Cinema 1HD), diretta da Andrea Porporati e liberamente tratta dal libro di Maniero e Pasqualetto, ribatte dichiarando che il film «non è un biopic», che non ha mai creduto nella «tv educatrice», e che è giusto, a suo parere, offrire al pubblico «gli strumenti per costruirsi la propria verità, piuttosto che subire quella altrui».
Il punto è che è sempre difficile parlare di criminali senza idealizzarli, senza trasformarli in attraenti star del male: «Erano tutti innamorati di Maniero, nessuno credeva che le colpe fossero realmente sue, era una persona affascinante, continuava a dire che lo volevano incastrare…». Eppure il film non vuole essere la storia di un eroe: «Partendo dalla figura di Maniero – spiega Germano -, abbiamo raccontato la parabola emblematica di una patologia tipica della nostra epoca, quella di primeggiare, di raggiungere il successo a tutti i costi, di essere belli e invidiati da tutti». L’epopea di Maniero si apre tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, il periodo in cui questi pseudo-valori hanno iniziato a prevalere sugli altri: «Ci interessava – dice il regista – descrivere la vicenda di un uomo che vive il mito della propria affermazione in modo così cieco e totale da illudersi di poterlo gestire, governando tutto… Maniero immaginava di mettere a segno colpi “chirurgici”, spettacolari, senza versare una goccia di sangue. Ma le cose non vanno così, e la vita finirà per insegnargli che un prezzo da pagare c’è sempre, ed è molto alto». Nel film il boss si chiama Toso, parla perfettamente il dialetto veneto della zona (Germano si è esercitato a lungo, con «cura maniacale» commenta il regista), ed ha una madre, interpretata da Katia Ricciarelli, pronta ad assecondare ciecamente la sua ascesa: «Quella vicenda l’ho vissuta da vicino – racconta la cantante -, non perchè frequentassi quell’ambiente, ma perchè la madre di Felicetto, così lo chiamavamo, abitava a 40 chilometri da noi, era un tipino… Suo figlio era un ragazzo nato povero, che si è fatto trascinare nella macchina del denaro e del potere. Invito sua mamma a chiamarmi, e a dirmi quello che pensa della fiction».
Stesso desiderio di Germano, che non ha mai incontrato il suo personaggio: «Ho letto tutto il possibile su di lui, sono andato a cercare documenti e video, ma poi me ne sono distaccato, e l’ho interpretato giocando sull’immaginario della gente, sul modo in cui appariva nei tg». Se non si chiamasse Faccia d’angelo , dice Porporati, la fiction potrebbe intitolarsi «schei» che in veneto vuol dire soldi: «Molti fra quelli che hanno conosciuto il capo di questa mafia veneta lo definiscono un genio, uno che sarebbe riuscito in qualsiasi campo. Avrebbe potuto essere un grande chirurgo, un giornalista o un industriale. Invece ha deciso di essere un criminale. Cosa c’era in lui, nel suo cuore, attorno a lui, che lo ha convinto a fare questa scelta, cosa è successo in quegli anni in cui i valori tradizionali sono caduti e tutto è diventato “schei”?». Il senso, alla fine, è nella battuta del poliziotto che chiede al bandito «ne è valsa la pena?»: «Sono ragionevolmente sicuro – dice il regista – che gli spettatori risponderanno di no».
(fonte: “La Stampa”, 8 marzo 2012 – intervista di Fulvia Caprara)

ZONA TALENT E REALITY

“Amici” 11: vincono i verdi, gialli per la seconda volta in sfida
La squadra verde è per la prima volta prima in classica. I ragazzi possono giocarsi un’ultima esibizione e a scendere in campo è Claudia che canta il suo cavallo di battaglia Fortissimo. Nonostante i blu abbiano collezionato più vittorie durante la sfida, la somma dei voti dati ai singoli allievi ha premiato la squadra capitanata da Rudy Zerbi e Garrison Rochelle.
Ancora polemiche in studio
Prosegue la discussione per l’uscita improvvisa dallo studio di Francesca e Marco. Maria De Filippi è determinata nella difesa di Mara Maionchi: “La sua è una considerazione che non riguarda i provvedimenti disciplinari, ma la comprensione degli stati d’animo di un suo allievo nel momento in cui il disagio di Francesca viene considerato motivo valido di uscita”. Ma Alessandra Celentano non cede e prosegue a sottolineare l’impossibilità di paragone tra l’atteggiamento assunto da Gerardo all’interno della Scuola e il desiderio di andare a sfogarsi in un momento delicato di Francesca: “Se volete scusare l’inscusabile, allora va bene tutto”. La conduttrice commenta: “Allora sei per la legge del taglione. Io non parlo di infrazioni, ma sinceramente non ritengo che il mancato saluto di Gerardo ad Anbeta possa essere considerato grave”. “Per me è segno di maleducazione”, risponde Celentano. “Intanto si parla di ineducazione. Secondo poi non penso che debba essere tu a insegnare l’educazione a un allievo; ci penseranno suo padre, sua madre e la vita casomai”, conclude Maria De Filippi che poi commenta: “Abbiamo passato dieci minuti a parlare di lui. Ora entrerà Gerardo”.
L’allievo entra nello studio, dopo una settimana di sospensione dalla Scuola, camminando a carponi. Maria De Filippi sorride, mentre l’inquadratura su Grazia Di Michele mostra un’espressione basita. Gerardo commenta: “Sono pentito nel senso che sono qui solo per cantare e non per discutere”. “Allora arrivare in orario per cantare mi sembra giusto”, afferma Maria De Filippi. Grazia Di Michele, che aveva chiesto il provvedimento, si dice soddisfatta: “Sono contenta che abbia riflettuto sul fatto che qui esistono delle regole da rispettare per se stessi e per gli altri”.
Polemiche anche in sala relax
A Carlo non è  proprio andato giù che in studio i suoi compagni si siano scagliati contro Francesca: “Non venite più a parlarmi di nessuno. Siete tutti bravi a fare i moralisti in puntata, fate le belle faccine perché dovete sembrare bravi. E mi rivolgo soprattutto a te Giuseppe”. Il ballerino risponde al compagno: “Non ho voglia di discutere. Per me Francesca ha pensato di essere stata penalizzata da Josè. E non si fa così. Io ho subito un intervento perché Jonathan mi ha rotto il naso e non ho mai detto che è stata colpa sua”. “E ieri cosa hai detto di Jonathan? Abbi il coraggio di dirlo”, incalza Carlo. “Io stavo scherzando Carlo. Ti odio quando fai così, ti attacchi a tutto”, la risposta. Giuseppe si innervosisce e va in bagno per sfogarsi in un pianto liberatorio. Stefano gli consiglia di calmarsi e di parlare senza agitarsi: “Con Carlo è impossibile ragionare. Stai calmo, ti fa male al naso”.
Nunzio cerca di far capire a Francesca che il suo intento non era quello di andarle contro: “Io ti voglio bene, ma mi è dispiaciuto per Josè. Ci è rimasto veramente male. Dobbiamo ammettere che vedere un video del genere non è bello”. Francesca continua a piangere: “Allora scusami mondo. Ho parlato male di tutti”.
Lo sfogo di Francesca M.
Francesca Mariani chiama Grazia Di Michele. “Volevo parlare con qualcuno”, esordisce all’ingresso dell’insegnante gialla in aula. “Voglio tornare a casa mia – continua l’allieva – mi sembra di essere in un limbo. Sono due settimane che non mi esibisco e nessuno crede in me”. La docente risponde: “Mara crede molto in te. Il mio parere da insegnante è che tu abbia fragilità da superare, ma se ti posso dare un consiglio, dormici su e domani trai le tue conclusioni”. L’allieva blu ringrazia e abbraccia Grazia Di Michele: “Vorrei parlare con te più spesso”.
(fonte: LaStampa.it, 7 marzo 2012 – articolo di Arianna Curcio – NEXTA)

“Grande Fratello” 12 / “L’isola dei famosi” 9
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TELEFILM

La Love Boat sul viale del tramonto
Viaggio nel cuore del mito infranto, dove tutto quanto è iniziato e dove tutto, per certi aspetti, si prepara a finire. Al termine di una lunga, tristissima trattativa, ciò che resta della “Love Boat” è stato venduto a una società turca, la Cemsan, specializzata in demolizioni, per poco più di due milioni e mezzo di euro. E proprio questa, la demolizione, sarà con ogni probabilità la fine imminente della nave che, smessi i panni della star televisiva (nome d’arte, Love Boat, nome reale “Pacific Princess”) si era dedicata alle crociere in Sudamerica, prima di essere venduta a una società spagnola, con l’obiettivo di concludere in bellezza la sua carriera nel Mediterraneo. Proprio qui, invece, erano iniziati i guai.
La nave, costruita negli anni Sessanta in Germania, aveva bisogno di essere rimessa a nuovo e, soprattutto, liberata dall’amianto nascosto dietro ai pannelli. Gli spagnoli si erano così affidati ai cantieri San Giorgio del Porto di Genova ma quei lavori, ordinati nel 2008 e in gran parte già svolti, non sono mai stati pagati. Il cantiere, che nell’operazione di restyling ha investito sei milioni di euro, non ha potuto far altro che rivolgersi al tribunale di Genova che ha sequestrato la nave, mettendola all’asta. La “Pacific” è così rimasta ancorata alla banchina del porto, nell’area delle riparazioni navali, con tanto di comandante e di equipaggio, nell’attesa che qualcuno decidesse di comprarla per farla nuovamente navigare. Niente di tutto questo. Anche le aste (ne sono state fatte tre) sono andate deserte. Troppi, i quattro milioni di euro di base iniziale. Alla fine, l’agenzia marittima “Ferrando & Massone”, shipbroker specializzato in questo settore, ha scelto la strada della trattativa privata.
“Abbiamo ricevuto l’incarico per la vendita della Pacific dal tribunale di Genova nel dicembre 2010 – racconta a Repubblica Andrea Fertonani, uno dei titolari della “Ferrando & Massone” – Non è stato facile arrivare alla vendita, cercando di salvaguardare nel miglior modo possibile gli interessi dei creditori, a cominciare dall’equipaggio, dal cantiere e da chi ha lavorato sulla nave. Siamo partiti con una base d’asta di quattro milioni, poi abbiamo ridotto. I potenziali acquirenti c’erano, ma nessuno si è mai fatto avanti nelle aste. Così alla fine abbiamo proceduto con una trattativa privata”.
E ad aggiudicarsi la nave è stata appunto la Cemsan, società turca specializzata in demolizione che verrà presto a Genova e, dopo aver saldato per intero il conto, si rimorchierà la nave fino al suo cantiere. Un altro imprenditore turco, quindi, come già era avvenuto per il superbacino (che continua a lavorare senza sosta), pronto a rimorchiarsi un pezzo di storia della marineria.
Le ultime immagini di quello che è stato un mito per milioni di persone che dal ’77 all’87 hanno seguito le avventure del capitano Merril Stubing e dei suoi ospiti sono state raccolte da un’artista milanese, Federica Grappasonni, che con la sua “Mistura Pura” (foto di Marco Renieri) ha avuto accesso alla nave, documentandone ogni angolo, anche i più remoti. Un viaggio nella memoria, che la Grappasonni ha poi raccolto nel suo sito con innumerevoli rimandi alle avventure della Love Boat.
Anche Repubblica è entrata nel cuore della nave, camminando insieme al comandante Benedetto Lupi per quei saloni e quelle scalinate che molto hanno rappresentato per il mercato delle crociere. Di fatto, la crociera come “vacanza popolare” nell’immaginario collettivo è nata proprio con quei telefilm. La vacanza d’elite, per pochi ricchi (e anziani), così com’era sempre stata concepita, con la “Love Boat” diventava “pop”, accessibile e raccontabile. E proprio questo, almeno nelle intenzioni, era lo spirito con cui si era affrontata l’operazione di restyling della “Pacific”. Intenzioni che resistono oggi nella scalinata centrale rimessa a nuovo, così come nel bar e nel teatro. Tutto finito, così come i soldi. E per la “Pacific” si aprono adesso le porte della demolizione.
(fonte: “La Repubblica”, 6 marzo 2012 - articolo di Massimo Minella)


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