Edicola – “Storica National Geographic” n°36, febbraio 2012: “Bisanzio contro Roma” 28 gennaio 2012
Scritto da Antonio Genna nelle categorie Storia, Storica NatGeo.trackback
E’ in vendita in edicola, al prezzo di 3,90 €, il numero 36 – Febbraio 2012 del mensile “Storica National Geographic”, edito da RBA Italia e certificato dal marchio “National Geographic”, autorevole in campo divulgativo storico e geografico e già presente in Italia con l’omonimo mensile.
Questo mese, in omaggio per tutti, il libro “Lotta per la Terra Santa” di David Nicolle: rivivete le battaglie decisive di un’epoca appassionante e cruenta, il Medioevo, con i leggendari condottieri, le più grandi conquiste e le strategie militari.
A seguire, la copertina del numero e l’editoriale del direttore Giorgio Rivieccio.

Bisanzio contro Roma
Nel IV secolo le minacce dei barbari e la debolezza del potere di Roma crearono le condizioni per la suddivisione dell’Impero in due parti.
Ma le due metà divennero più rivali che alleate, con la progressiva supremazia dell’Impero di Oriente, che sopravvisse altri mille anni.
A seguire, l’editoriale del direttore Giorgio Rivieccio.
Quando l’Egitto era un Far West
Si faceva chiamare Sansone Patagonico e con la sua altezza di due metri e la sua forza smisurata si esibiva nei circhi inglesi portando sulle spalle una piramide umana di dieci persone. Una piramide profetica, perché il padovano Giovanni Battista Belzoni, dopo una lunga serie di peripezie per il mondo, approdò al Cairo e si innamorò dell’archeologia.
Così, scoprì nel 1815 la meravigliosa tomba di Seti I (detta la Cappella Sistina egizia), il corridoio interno della piramide di Chefren e molto altro.
Un secolo più tardi un altro individuo di pochi studi e molta intraprendenza, l’inglese Howard Carter, scoprì la tomba di Tutankhamon.
Tra queste due date si snoda l’età d’oro delle scoperte archeologiche in Egitto, segnata in buona parte da figure del genere, durante la quale è tornata alla luce la maggior parte dei monumenti, delle opere d’arte e dei tesori che ammiriamo oggi.
Ma non li ammiriamo solo in Egitto. Perché quella del Nilo fu per un secolo una terra di conquista, di spoliazioni autorizzate, di furti più o meno leciti e trafugamenti fantasiosi. Fu un Far West dove i cow boy erano facoltosi europei impazienti di mostrare un corredo funerario di cinquemila anni fa agli ospiti dei loro party, direttori di musei che pregustavano le code alle casse (ma ebbero comunque il merito di evitare la dispersione di questo patrimonio e renderlo pubblico), avventurieri, mercanti, esploratori e poi, fortunatamente, studiosi e scienziati. E gli indiani erano sovrani mummificati incapaci ovviamente di reagire.
Così, fino alla fine del secolo XIX, l’Egitto fu in buona parte la scena di una straordinaria caccia al tesoro, anche se contemporaneamente molti archeologi, fra i quali numerosi italiani, si dedicarono a scoprire e studiare la storia, la lingua e l’arte di questa civiltà ineguagliabile. Ma non si può dare completamente torto ai singoli trafugatori: nell’Ottocento il mondo andava così; le autorità ottomane dell’Egitto lasciavano correre e solo nel 1858 l’archeologo francese AugusteMariette (autore fra l’altro del soggetto e dei bozzetti di scena della verdiana Aida) nominato direttore del Museo del Cairo, intraprese le prime azioni per bloccare la spoliazione dei tesori di questa terra. Un’iniziativa meritoria, in un’epoca in cui il colonialismo considerava ancora le terre sottomesse e, tutto ciò che contenevano comprese le persone, di proprietà dei conquistatori.







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