Cinema futuro (1.512): “E ora dove andiamo?” 15 gennaio 2012
Scritto da Antonio Genna nelle categorie Cinema e TV, Cinema futuro, Interviste, Video e trailer.trackback
“E ora dove andiamo?”
Uscita in Italia: venerdì 20 gennaio 2012
Distribuzione: Eagle Pictures
Titolo originale: “Et maintenant, on va où?”
Genere: commedia / drammatico
Regia: Nadine Labaki
Sceneggiatura: Rodney Al Haddid, Jihad Hojeily, Nadine Labaki e Sam Mounier (collaborazione di Thomas Bidegain)
Musiche: Khaled Mouzannar
Durata: 110 minuti
Uscita in Franc ia: 14 settembre 2011
Sito web ufficiale (Francia): nessuno
Sito web ufficiale (Italia): cliccate qui
Cast: Claude Baz Moussawbaa, Layla Hakim, Nadine Labaki, Yvonne Maalouf, Antoinette Noufaily, Sasseen Kawzally, Julian Farhat, Ali Haidar, Kevin Abboud, Petra Saghbini, Mostafa Al Sakka, Caroline Labaki
La trama in breve…
Sul bordo di una strada dissestata, un corteo composto da donne avanza in processione verso il cimitero del villaggio.
Takla, Amale, Yvonne, Afaf e Saydeh affrontano stoicamente il caldo soffocante di mezzogiorno, reggendo le fotografie dei loro amati uomini, perduti in una guerra futile, lunga e lontana. Alcune di loro portano un velo, altre indossano croci di legno, ma tutte sono vestite di nero, unite da una sofferenza condivisa.
Giunta alle porte del cimitero, la processione si divide in due congregazioni: musulmani da una parte e cristiani dall’altra. Realizzato per denunciare lo sfondo di un paese lacerato dalla guerra, E ORA DOVE ANDIAMO? racconta la rincuorante storia di un gruppo di donne determinate nel proteggere la loro comunità, minacciata dall’isolamento, dalle mine, dalle forze esterne invasive e divisorie che cercano di distruggerla dall’interno.
Unite da una causa comune, l’impensabile amicizia tra queste donne supera, contro ogni aspettativa, tutti i punti di contrasto religiosi che creano scompiglio nella loro società e, insieme, grazie alla loro straordinaria inventiva, mettono in atto dei piani esilaranti, cercando di distrarre gli uomini del villaggio, in modo da allentare la tensione interreligiosa.
Una serie di caotici incidenti metterà alla prova l’ingenuità delle donne che, con impertinenza, riusciranno finalmente a scongiurare gli effetti collaterali di una guerra che appare distante. Tuttavia, quanto in là oseranno spingersi queste donne per prevenire la confusione e lo spargimento di sangue all’interno della loro comunità non appena gli eventi prenderanno una tragica piega?
INTERVISTA A NADINE LABAKI
Qual è l’argomento trattato dal Suo film?
La storia si svolge presso un villaggio sperduto nelle montagne, in cui donne cristiane e musulmane uniscono le forze, ricorrono a diversi espedienti, facendo anche alcuni sacrifici, per fermare i loro uomini che cercano di uccidersi vicendevolmente.
Messa così, sembrerebbe un dramma di quelli seri, quando, invece, all’interno del film ci sono molti momenti divertenti.
L’ironia si utilizza per affrontare le sfortune della vita, è una strategia di sopravvivenza, un modo per cercare di trovare la forza per riprendersi. In ogni caso, per me rappresenta una necessità. Desideravo che il film fosse una commedia più che un dramma e che riuscisse a provocare più risate che commozione.
Mentre sembra chiaro che il paese in cui si sta per svolgere questa guerra sia il Libano, il nome del paese non viene mai apertamente prronunciato. Perché questa scelta?
Secondo me, la guerra tra due fedi è un po’ una legge universale. Potrebbe benissimo accadere tra Sciiti e Sunniti, tra bianchi e negri, tra due famiglie o due villaggi. È un concetto che sta alla base di qualsiasi guerra civile, in cui la gente di uno stesso paese si uccide, nonostante siano vicini di casa o addirittura amici.
Ha preso ispirazione da una storia vera?
Affatto. Alla base del film vi è un’esperienza personale. Ho scoperto di aspettare un bambino il 7 maggio 2008. Quel giorno, a Beirut si passò nuovamente in uno stato di guerra e quindi, blocchi stradali, aeroporto chiuso, combattimenti armati, eccetera. La violenza si era scatenata intorno a noi. In quel periodo, stavo lavorando con Jihad Hojeily, un mio amico, nonché mio co-sceneggiatore e stavamo riflettendo sul mio prossimo film. In città c’erano scontri dappertutto nelle strade. La gente che aveva vissuto per anni nello stesso edificio, che era cresciuta insieme, magari anche frequentato le stesse scuole, improvvisamente stava combattendo contro altra gente, soltanto perché non appartenevano alla stessa comunità religiosa.
A quel punto mi sono chiesta: se io avessi un figlio, cosa farei per distrarlo dal fatto di prendere in mano un’arma e riversarsi sulle strade? Cosa sarei disposta a fare per fermare il mio bambino che esce di casa pensando di dover difendere il suo edificio, la sua famiglia o il suo credo? È così che è nata l’idea per il film.
È impossibile, quindi, per un artista libanese evitare di finire a parlare di guerra?
Non è una storia sulla guerra; tutt’altro, semmai è una storia sul come evitare una guerra. Non puoi vivere in Libano senza sentirti addosso questa minaccia. Tutto questo finisce per ravvivare e dare colore a tutto quello che facciamo, così come anche ai nostri mezzi di espressione. Se hai un minimo di sensibilità per quello che ti accade intorno, è impossibile da evitare.
L’idea che le donne possano essere portatrici di pace, al di là del loro legame ad una comunità religiosa, è un piuttosto un sogno o una realtà?
Una fantasia, indubbiamente. La guerra è una totale assurdità, un male che infliggiamo a noi stessi per niente, o addirittura per cose per le quali non vale la pena uccidersi. È stata proprio l’esperienza della maternità a farmi concepire questa assurdità in modo più forte rispetto a prima e ho capito che volevo affrontare l’ossessione materna per proteggere i propri figli.
“E ora dove andiamo?” e “Caramel” sono entrambi incentrati su personaggi femminili. Si definirebbe una regista al femminile?
In generale mi interesso della natura umana, ma forse mi sento più autentica quando parlo di donne, perché conosco i loro sentimenti. È più un fatto di autenticità che il fatto di sentire di avere una missione speciale.
I Suoi co-sceneggiatori sono due uomini. Li ha scelti per restare radicata il più possibile alla realtà quando scrive sull’universo maschile?
Ho scelto questi due uomini come miei collaboratori, semplicemente perché si tratta di due persone estremamente sensibili, dotate e talentuose, con le quali mi trovo a lavorare molto bene. Credo che continuerò a realizzare film con loro, sempre che abbiano voglia di lavorare con me, ovviamente.
Nel film sono presenti molte scene in cui si canta e si balla. Come mai?
È una cosa che mi porto dietro dall’infanzia, quando ero solita guardare musical come “Grease” o i cartoni animati come ”Biancaneve” o “Cenerentola”. Il film non è proprio una commedia musicale nel senso stretto del termine, ma, visto che non volevo fare un film politicizzato, i brani cantati e i balli mi hanno permesso di dargli un tocco fiabesco, da favola. Inoltre, il film comincia con una voce narrante femminile che annuncia al pubblico che sta per raccontare una storia, un po’ come se uno dicesse: “C’era una volta”. Molti potrebbero sollevare delle critiche al film, perché è altamente improbabile che eventi come quelli raccontati nel film accadano nel mio paese. Cristiani che diventano musulmani e viceversa, è davvero impensabile. Tuttavia, è proprio per potermi sentire libera di raccontare questa storia che non ho voluto ambientarla in Libano, ma ho preferito utilizzare una sorta di racconto immaginario.
Il personaggio da Lei interpretato è innamorato di un uomo che appartiene ad un’altra comunità religiosa. I sentimenti sono reciproci, ma entrambi non si dichiareranno mai, se non attraverso una canzone che cantano nelle loro teste. È forse un modo per Lei di rappresentare l’impossibilità di questo amore nella vita reale?
Anche nelle loro teste, i due esternano i loro sentimenti in modo ristretto. Oggi ci piace pensare di aver superato tutti questi discorsi, ma in Libano, un matrimonio tra due giovani ragazzi provenienti da due comunità diverse è tuttora un problema, per la famiglia, per la società così come per la stessa coppia coinvolta nella relazione. Nel film, non viene mai detto che questo sia proibito, ma i due amanti osano esprimersi soltanto attraverso una canzone.
Come anche in “Caramel”, Lei recita e dirige il suo film. È complicato?
Questo film è stato complicato nel complesso, non tanto per il fatto che io sia stata attrice e regista contemporaneamente. Poiché il protagonista del film è proprio lo stesso villaggio, abbiamo dovuto gestire allo stesso tempo più di cento persone, molte delle quali non erano attori professionisti.
Come mai ha deciso di far recitare attori non professionisti?
Perché mi piace giocare con la realtà, mettere persone reali in situazioni reali e lasciare che loro creino la propria realtà. Mi piace sperimentare usando i loro comportamenti, le loro voci, il loro modo di essere. La ricerca degli attori è stata una fatica intensa. Per settimane, una decina di collaboratori hanno perlustrato le strade.
Tuttavia, ho anche scelto qualche attore professionista, come per esempio il sindaco del villaggio. La donna che nel film interpreta sua moglie, invece, nella vita reale è la moglie di un uomo di uno dei villaggi in cui abbiamo girato. Mentre eravamo in giro alla ricerca delle location, si è presentata a noi accogliendoci con un “benvenuti nel nostro villaggio” e sono riuscita a convincerla a vestire i panni di un personaggio. È davvero fantastica!
Chiedere di ballare a degli attori non professionisti è una scommessa ad alto rischio?
C’è da dire che sono tutte donne che hanno età e profili diversi. Abbiamo dovuto fare moltissime prove, ma alla fine, è risultato un momento non soltanto favoloso, ma addirittura indimenticabile. Abbiamo girato questa scena il primo giorno, iniziando con un’inquadratura di grande effetto. La presenza di quelle donne, che si muovono in quel panorama, irradiate da quella magnifica luce, ti fa venire la pelle d’oca.
Si è servita soltanto di set reali?
Abbiamo girato il film in tre villaggi diversi: Taybeh, Douma e Mechmech. Il primo è situato nella Valle della Beqa’ ed è un villaggio in cui realmente convivono la comunità cristiana e musulmana, nel quale la moschea si erge accanto alla chiesa, proprio come nel racconto. Riguardo ai set, ribadisco che ho cercato di restare il più possibile incollata alla realtà. Insieme a Cunthia Zahar, abbiamo lavorato moltissimo sui materiali, sulla struttura delle pareti, sul legno e sugli edifici. Bisognava far sentire il passare del tempo, la povertà, l’isolamento. Il villaggio rappresentato nel film ha sofferto la guerra e i suoi abitanti si sono trovati tagliati fuori dal mondo, senza televisione né telefono, in comunicazione con il resto del paese tramite un ponte minato e perlopiù distrutto dai bombardamenti.
La scelta dei costumi deve essere stata piuttosto complicata, visto che ha voluto ritrarre le due comunità non facendone una caricatura?
Anche in questo caso, mirando all’autenticità, mia sorella Caroline, che è la nostra costumista, si è documentata parecchio. Ed è stato ancor più difficile, dal momento che non ho voluto ambientare il film in un periodo storico preciso. Ciononostante, avevamo il compito di dare vita ad un intero villaggio. Le pareti dell’ufficio nel quale stavamo preparando il film erano rivestite di foto di attori che indossavano i loro costumi, suddivisi per sfumature di colore, secondo i ruoli, le categorie, l’età, l’ordine di importanza che rivestono all’interno del film e così via. Si è trattato di un vero puzzle. Alcuni giorni prima dell’inizio delle riprese, su quelle pareti non era rimasto scoperto nemmeno un centimetro quadrato.
Khaled Mouzanar ha composto le musiche per questo film, come anche per “Caramel” in precedenza. Lei aveva un’idea chiara di ciò che voleva?
Khaled ed io siamo sposati e lui è il padre del mio bambino. Mi piace la sua sensibilità e sono continuamente sorpresa dalla sua capacità di visualizzare le immagini del film e di tradurle in musica già soltanto dopo aver letto la sceneggiatura, certe volte addirittura prima ancora che le idee o le scene siano state scritte. Durante il periodo di scrittura, individua alcuni pezzi della storia o alcune scene discusse con i miei due co-sceneggiatori e a volte, quando mi trovo nella cameretta di mio figlio a leggergli una favola o magari in cucina, sono sorpresa nel sentire Khaled suonare al piano un motivetto che si sposa perfettamente con una delle scene che ho immaginato. Ecco come la colonna sonora prende forma pian piano. Non succede mai di sedersi e dire: “Adesso parliamo della musica”, nasce in modo naturale. Nel caso di questo film in particolare, questo processo ha funzionato alla perfezione, poiché le musiche dovevano essere pronte prima dell’inizio delle riprese. I testi delle canzoni , invece, sono di Tania Saleh, una mia carissima amica, nonché un’artista che possiede un immenso talento.
Da quando ha girato “Caramel” alle riprese di “E ora dove andiamo?”, è cambiata la società libanese?
Nonostante ci piaccia pensare che le persone siano più emancipate e libere nei paesi arabi, in Libano, la comunità e la famiglia sono talmente importanti, che vi è comunque ancora una sorta di paura che può essere tradotta in “chissà cosa penseranno di noi?”. È ancora nell’aria la preoccupazione di ciò che gli altri possano dire di noi. In Libano, le facciate dei palazzi spesso sono bellissime, con i balconi colmi di bellissimi fiori. Ma sul retro, il cortile è una vera discarica. La stessa cosa vale per le persone: fanno finta di essere libere e che tutto sia a posto, ma di fatto, restano molti tabù da affrontare. Il motivo per tutto questo può essere ricercato nel fatto che non abbiamo ancora trovato una nostra identità. Un esempio calzante è rappresentato dalla nostra lingua: un’intera fetta della società libanese, tutte persone con un’educazione e una cultura alle spalle, non parla più l’arabo, ma l’inglese o il francese, eppure sono proprio loro a saperlo parlare meglio di chiunque altro.
È questo il motivo per cui ha scelto di girare il film in arabo?
Assolutamente sì. È molto allettante andare a girare film all’estero e ho avuto anche offerte in questo senso, ma ho rifiutato. Ho paura di non essere altrettanto autentica in una cultura che non sia la mia. Inoltre, voglio fare rinascere questa nostra lingua antica che, se parlata bene, è davvero bellissima. In tal senso, ringrazio il mio produttore Anne-Dominique Toussaint, per non avermi imposto nulla del genere. È una persona molto istintiva e rispetta non solo ciò che i registi vogliono dire ma anche le loro motivazioni nel dire ciò che vogliono dire, senza mai cercare di esercitare alcuna pressione di tipo commerciale o artistica.
Come nasce il titolo del film?
Dall’ultima battuta del film. Proprio quando pensi che i personaggi abbiano raggiunto qualcosa, risolto una situazione e trovato una soluzione, improvvisamente tutto sembra nuovamente andare in frantumi. Le donne del villaggio si servono dello stratagemma finale per far comprendere ai loro uomini quanto la guerra sia assurda, riuscendo nel loro intento. Ma cosa succederà dopo? Cosa ci aspetta adesso? – “E ora dove andiamo?” – Non ho la risposta a questa domanda.
Il trailer italiano:
Trame ed altre informazioni sono tratte dal materiale stampa relativo al film.
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