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Libri – Carlo Fruttero e Massimo Gramellini “La Patria, bene o male” 2 dicembre 2010

Scritto da Antonio Genna nelle categorie Giornali e riviste, Libri, Storia.
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Lo scrittore Carlo Fruttero ed il giornalista de “La Stampa” Massimo Gramellini sono da pochi giorni arrivati per la prima volta in coppia nelle librerie italiane con il volume “La Patria, bene o male – Almanacco essenziale dell’Italia unita (in 150 date)” (Mondadori – Strade Blu, in collaborazione con La Stampa; 364 pagine, prezzo di copertina 18 € – Acquista “La patria, bene o male” su Amazon.it), un lungo racconto a quattro mani del nostro Paese dal 1861 ad oggi.
Fruttero e Gramellini hanno scelto 150 date per celebrare i 150 anni dell’unità italiana: le date scelte non sono esclusivamente anniversari storici, ma anche ricorrenze di eventi personali, per ritrarre gli italiani che dal 1861 ad oggi hanno abitato nel nostro Paese.
I racconti, tramite i colori della cronaca rosa e nera, propongono i tratti fondamentali e quelli meno ricordati del nostro Paese: si va dal 17 marzo 1861, quando sulla “Gazzetta ufficiale” viene pubblicato il titolo “Vittorio Emanuele II assume per sè e i suoi successori il titolo di Re d’Italia” al 25 aprile 2009 trascorso dal Presidente del Consiglio Berlusconi tra le macerie del terremoto di Onna. In mezzo tantissime storie, scorrevoli e veloci da leggere, come quella del 17 novembre 1878, quando il cuoco lucano Giovanni Passanante ferisce Umberto I ad un braccio, o dell’11 maggio 1883, con il primo inciucio alla Camera dei Deputati; quella del 29 dicembre 1908, con un terremoto del dodicesimo grado della Scala Mercalli tra Scilla e Cariddi, o quella del 6 luglio 1929, giorno di discussione della tesi di laurea del catanese Ettore Majorana, o quella del 22 dicembre 1947, data di nascita della Costituzione della Repubblica italiana che utilizziamo ancora oggi; non si può non ricordare il 26 novembre 1955, giorno in cui Mike Bongiorno propone in TV la prima puntata dello storico quiz “Lascia o raddoppia?”, o il 7 luglio 1990, giorno del concerto alle Terme di Caracalla dei “Tre Tenori” Josè Carreras, Placido Domingo e Luciano Pavarotti.
A seguire, la prefazione al volume, scritta dai due autori.

Non sembra il caso di suggerire ai nostri lettori di non aspettarsi i grandiosi affreschi di Tucidide o Tacito, di Machiavelli o Gibbon. Tutti sanno che non siamo storici e non avremmo comunque il mestiere e il genio per guardare a tali altezze. Ma da quei maestri una lezione l’abbiamo pur appresa: la Storia obiettiva, la Storia imparziale, la Storia definitivamente veritiera non esiste, può essere soltanto un’aspirazione, una meta intravista e irraggiungibile.
Ogni pagina di questo libro è arbitraria e contestabile. Abbiamo scelto 150 giornate a nostro avviso significative, distribuendole equamente fra i quindici decenni dell’Italia Unita. Ma cosa vuol dire significative? Alcune erano obbligatorie, la breccia di Porta Pia, Caporetto, la marcia su Roma, il rapimento Moro, Mani Pulite, eccetera. Ma molte altre, non senza lunghe discussioni tra di noi, sono state incluse o escluse, con intendimenti ragionevoli e tuttavia opinabili. C’è cronaca rosa e c’è cronaca nera, sinistri figuri stanno accanto a purissimi eroi, non manca Pavarotti, ma è assente la Callas. C’è il Vajont, ma non il Polesine. L’assassinio di Casalegno e non quello di Tobagi. Primo Carnera, Enrico Cuccia e Alberto Sordi non sono chiamati sul palco, solo citati di sfuggita.
Abbiamo letto un numero impressionante, ma sempre insufficiente, di testi relativi a ogni episodio, a ogni personaggio, ciascuno dei quali meriterebbe e in certi casi ha meritato, un intero volume, se non interi scaffali. Ma a ogni capitoletto di questa ormai lunga vicenda abbiamo cercato di dare un taglio narrativo, di partire da un particolare più vivido (il rivoluzionario Bakunin che fugge da Bologna travestito da prete, Roberto Saviano sulla sua Vespa scassata in un’esplosiva piazza di Napoli) per evitare ai nostri lettori la triste impressione del grigiore scolastico. Sono 150 racconti contratti, ridotti all’essenziale e dolorosamente privi di infiniti risvolti, sacrifici dettati dalle necessità grafiche del quotidiano torinese La Stampa che ha avuto l’idea e che ha pubblicato nei mesi scorsi queste pagine. Il nostro intento era di offrire un’infarinatura di storia d’Italia a tutti coloro che ne hanno perso memoria o non l’hanno mai avuta. Si tratta di una categoria di persone che conosciamo bene, avendone fatto parte anche noi prima di metterci all’opera. Non che avessimo dimenticato proprio tutto. Ma certo si trattava di ricordi confusi. Ci è venuto il sospetto che non fossimo i soli a trovarci in questa condizione. E, da buoni italiani, abbiamo cercato di metterci una pezza.
L’impressione finale è che questa Patria sia una difficile Patria, più volte sull’orlo del baratro, più volte nel baratro precipitata, con continue riprese anche stupefacenti, anche ammirevoli. C’è di che inorgoglirsi, ma purtroppo anche di che vergognarsi. Un Paese irritante, fastidioso, quasi sempre dilaniato da emotività contrapposte e che potrebbe fare molto di più, come dicevano gli insegnanti alle nostre mamme. E ovviamente molto di più avremmo potuto fare anche noi, narrando questa Patria nel bene e nel male.